lunedì 21 marzo 2011

Santo? Non subito



di Ettore Masina

Sono trascorsi trent’anni dal martirio di Monseñor. Il popolo salvadoregno è rimasto fra i più miseri della Terra, l’80% della sua popolazione vive sotto il livello della povertà, la disoccupazione è altissima, le potenzialità turistiche della sua economia (El Salvador è un paese meraviglioso di vulcani e di laghi, di spiagge, di buon clima) sono bloccate dal proliferare del narcotraffico e di una criminalità giovanile organizzata per bande (le maras), alimentata dalla miseria: 4 mila 365 morti nel 2009. Il fenomeno è così grave che negli ultimi tempi in certi ambienti della polizia e dell’esercito sono riemersi nuclei di squadroni della morte che pretenderebbero di risolvere il problema con le armi. Adesso, tuttavia, il governo è ben lontano dall’accettare una politica del terrore. El Salvador, infatti, è finalmente una democrazia, schiacciata dalle terribili eredità della guerra civile (e naturalmente dalla crisi economica mondiale), ma guidata da persone oneste e desiderose di costruire strade di giustizia. Nelle elezioni del marzo 2009 la destra è stata sconfitta ed è stato eletto presidente il candidato del FLMN, trasformato in partito: Mauricio Funes, 51 anni, giornalista, con una faccia rotonda e paciosa, un uomo intelligente e coraggioso, anche lui marchiato dalla tragedia della guerra civile perché un suo fratello è stato ucciso dai militari. Prima della cerimonia del suo insediamento, Funes è sceso nella cripta della cattedrale di San Salvador in cui è sepolto l’Arcivescovo, per rendere omaggio alla sua memoria. Poi il nuovo presidente è andato all’aeroporto internazionale; davanti a un grande “murale” in cui Oscar Romero è raffigurato in mezzo a un gruppo di bambini, Funes, a nome dello Stato, ha chiesto perdono per il suo assassinio (…).

Così Oscar Romero continua a essere una guida per il suo popolo, anche se dopo la morte di lui il popolo salvadoregno si è demograficamente “rinnovato”: ben più di metà degli abitanti è nata dopo quel terribile marzo 1980, mentre sono morti almeno 400 mila dei salvadoregni che lo acclamarono santo.

Tuttavia non si può parlare di questo piccolo grande vescovo come di un personaggio soltanto salvadoregno e neppure soltanto cattolico. Molte Chiese (da quella luterana a quella vetero-cattolica) celebrano ogni anno il suo sacrificio; nel 1998 la regina Elisabetta ha presenziato alla cerimonia con la quale gli anglicani gli hanno eretto una statua sulla porta occidentale di Westminster, accanto alle immagini di altri nove “martiri del Novecento”: Dietrich Bonhoeffer, Martin Luther King, Massimiliano Kolbe... Un'altra effige di lui è stata posta nella National Cathedral (episcopaliana) a Washington. Si calcola che siano almeno un milione le case dell’America del Nord in cui si trova la riproduzione di un ritratto dell'arcivescovo, opera del pittore Robert Lentz, un frate francescano americano (...).

A chiedere perché mai il martire non sia stato ancora proclamato santo è certamente una immensa folla di credenti: ma attendono una risposta a questo inquietante interrogativo anche molti e molte che pure non si definirebbero cristiani, uomini e donne i quali pensano che la violazione e la difesa dei diritti umani segnano, profondamente, la nostra civiltà; e si domandano perché la Chiesa cattolica non si mostri orgogliosa di questo suo figlio. (…).

I vescovi latino-americani riuniti a Roma nel Sinodo del 1997 hanno chiesto che la causa del loro confratello venisse rapidamente istruita. Sono passati tredici anni, risposte: nessuna. Nel trentesimo anniversario dell’uccisione, i vescovi del Salvador hanno ripetuto la richiesta. Scrivo queste righe nel febbraio dell’anno 2011. Sino ad oggi, risposte: nessuna. (...). Durante il suo pontificato Giovanni Paolo II ha proclamato più di milleottocento tra santi e beati. Ma Romero, no. (…).

ABBIAMO BISOGNO DI “SANTI VIVI”

Certamente il caso di Oscar Romero è del tutto singolare. Egli fu assassinato mentre celebrava una messa, e perciò i suoi fedeli lo definirono martire. Tuttavia, secondo qualche “esperto”, per essere considerato tale gli manca un requisito: quello di essere stato ucciso in odium fidei, da qualcuno che odiava la fede cattolica. Odio ci fu, dicono i sostenitori di questa tesi, ma politico: i mandanti dell’assassinio e probabilmente lo stesso carnefice credevano di essere buoni cattolici e di avere compiuto il loro delitto per il bene della Chiesa, che Romero e il suo popolo inquinavano con il loro “comunismo”. Del resto quasi tutti gli altri vescovi salvadoregni (tutti, tranne il successore di Romero, Rivera y Damas) condividevano, più o meno consciamente, questo giudizio. Un collaboratore - e amico - dell’Arcivescovo mi ha raccontato che nel secondo viaggio di Wojtyla a San Salvador (1996), Giovanni Paolo II domandò ai vescovi che pranzavano con lui nella sede della Nunziatura cosa pensassero di una canonizzazione di Romero: «Subito monsignor Revelo disse che sarebbe stato un grande errore, Romero era il responsabile dei 70 mila morti della guerra civile. La brutalità di questa affermazione non piacque al papa, che tolse bruscamente la parola a Revelo. Ma anche altri parlarono contro Romero. Il pontefice si mostrò irritato e cambiò discorso… Pensai allora - concluse il mio interlocutore - che la canonizzazione dell’arcivescovo non sarebbe avanzata sino a che quei vescovi antagonisti non fossero morti». Da allora, tutti questi alti ecclesiastici si sono spenti. Ultimo, monsignor Revelo, nell’anno 2000. Il Vaticano ha continuato a tacere.

La questione del martirio, comunque, sembra risolta perché proprio Giovanni Paolo II l’aveva superata già nel 1982, proclamando la santità di Maximilian Kolbe, il francescano polacco che, nel lager di Auschwitz, salvò la vita di un padre di famiglia condannato a morire nel bunker della fame, sostituendolo. Wojtyla parlò allora di «martire della carità». (…). E fu proprio Giovanni Paolo II, in una cerimonia giubilare al Colosseo, il 7 maggio dell'anno 2000 a catalogare l'arcivescovo di San Salvador fra «i nuovi martiri» (...).

Questo riconoscimento fu espresso dieci anni fa: evidentemente alla Congregazione dei Santi neppure la parola di Giovanni Paolo II è bastata.

Molti vescovi, del resto, hanno applicato e applicano oggi la definizione di martire all’arcivescovo di San Salvador, per esempio il cardinale Martini, che ha detto: «Romero è stato un martire della giustizia, della verità e della carità». (…).

Per chi non è cattolico o non crede nella necessità dell’intermediazione dei santi, la questione della canonizzazione rimane pur sempre importantissima da un punto di vista “generativo”: risiede nella possibilità della Chiesa di proporre modelli di comportamento particolarmente vicini alla radicalità evangelica.

Ho raccontato di non avere potuto andare a pregare sulla tomba di Romero, all’epoca del mio viaggio (gennaio-febbraio 1992), perché la cattedrale era chiusa per lavori in corso. Vero, ma poi ho saputo che c’era anche un’altra ragione: su richiesta della nunziatura, i lavori, pur necessari, offrivano la possibilità di bloccare quello che veniva definito un culto pubblico di Monsignore, cioè la pratica affermazione della sua santità da parte di gruppi di fedeli. Che la Chiesa cerchi di impedire il più che possibile diffondersi di superstizioni, nella devozione a “santi” che in realtà furono soltanto degli invasati o degli imbroglioni, questo è ovviamente legittimo e spesso provvidenziale. Però a me sembra anche di grande importanza quanto è scritto in un documento salvadoregno: «(…) Crediamo che non basti appellarsi alle norme dei processi di canonizzazione che vietano un culto pubblico. In primo luogo, è difficile, se non impossibile, che la gente comprenda il concetto e le sue finalità. Ma, più profondamente, bisogna riconoscere che (...) se il “fenomeno Romero” è autentico, è inutile tentare di “privatizzare” il suo ricordo (...). E se Monsignore è necessario (...), non è cosa buona provvedere a tenerlo muto per alcuni anni, fino a quando sia canonizzato, perché è adesso, in questi anni, che abbiamo bisogno della sua ispirazione e del suo coraggio. Non abbiamo bisogno di santi “morti”, canonizzati quando nessuno li conosce e la loro parola non è più attuale, abbiamo bisogno di santi “vivi” che animino i cristiani qui e ora...». (…).

EFFETTI COLLATERALI

Romero ha tempestato il Vaticano di messaggi e di dossier. Perché nessuno ha saputo leggerne la terribilità della situazione del Salvador e dell’Arcivescovo? Quali informazioni (e date da chi) giungevano da San Salvador? E che cosa veniva “passata” al pontefice da chi era incaricato di riassumergli la documentazione? Gli incontri fra Romero e il suo papa sono segnati da ombre che si interpongono fra i due.

Certamente la guerra fredda ne aumenta il gelo.

La situazione della Chiesa nei paesi dell’Est, in seguito agli accordi di Yalta, era stata per anni segnata dalla ottusa brutalità del comunismo sovietico. Giovanni XXIII e Paolo VI avevano avviato con quei regimi un cauto (o cautissimo) dialogo. Quando fu eletto il papa polacco, nell’ottobre del 1978, l’impero sovietico cominciava a scricchiolare, e l’accorta politica “della pazienza”, portata avanti dal cardinale Casaroli, dava i primi frutti, ma la libertà religiosa in quegli Stati era ancora una meta lontana (...). Fu ben presto chiaro che la sofferta esperienza di tanti anni di confronto con il comunismo avevano maturato in Karol Wojtyla due convinzioni. La prima, che l’unità dei vescovi di una nazione era un valore assoluto, l’unica garanzia per la libertà della Chiesa. La seconda (che egli attenuò in seguito, dopo il 1989), era la seguente: che mentre le dittature comuniste miravano ad essere definitive e radicalmente anticristiane (perciò il Nemico per antonomasia), le dittature “di destra” (militari e no) potevano essere considerate provvisorie, forme di governo richieste in periodi difficili della storia. (…).

Le dittature installate in quegli anni nell’intero continente esibivano un cerimonioso rispetto per la Chiesa cattolica e un’attenta cura alla conservazione dei suoi privilegi. Erano sostenute - o, come nel caso del Salvador, dirette - da quei grandi ricchi che le gerarchie locali e il Vaticano avevano considerato per secoli benefattori e difensori. Quei regimi colpivano gli oppositori con grande violenza (istituzionale o affidata a polizie segrete, a formazioni paramilitari) - e fra questi oppositori v’erano anche non pochi cattolici e perfino sacerdoti - ma i nunzi pontifici, i quali mantenevano generalmente ottimi rapporti con i governanti, garantivano al Santo Padre che certi tristissimi episodi erano, per così dire, le inevitabili scorie di un disegno politico inteso a difendere i valori della cultura cristiana dalla minaccia comunista. Anche la diplomazia degli USA denunziava il non allineamento o addirittura l’ostilità di movimenti cattolici nei confronti della sua influenza economica e politica. Nella sua enciclica Populorum progressio, del resto, papa Montini aveva (26 marzo 1967) condannato «l’imperialismo internazionale del danaro» e ammesso, in casi estremi di tirannia, la liceità di una rivoluzione popolare.

ROMERO È NOSTRO

I vescovi cattolici che presiedono diocesi sono più di 2 mila 700. Il nuovo papa deve imparare a conoscerli tutti, loro e i loro problemi. Romero è per Wojtyla un ignoto. L’Arcivescovo non ha partecipato al Concilio, che è stato un momento in cui molti “padri” hanno imparato a conoscersi e fra loro sono nate amicizie e solidarietà. È la Curia vaticana a fornirne un identikit. Certamente non può riuscire gradito al nuovo papa un presule che rompe l’unità episcopale del suo paese e che si permette, scavalcando ogni vertice vaticano, di scrivere, a nome proprio, al presidente degli Stati Uniti. Fra l’elezione di Giovanni Paolo II e l’assassinio di Romero corrono un anno e 5 mesi, un tempo troppo breve perché nasca un rapporto di mutua comprensione fra due pastori che devono annunziare il vangelo in un mondo stravolto da drammatiche tensioni. Si può forse comprendere perciò che il papa veda nel delitto di San Salvador soprattutto un attacco alla Chiesa, alla dignità episcopale e un grave sacrilegio. In un’intervista rilasciata a Mario Ponzi, il cardinale Roberto Tucci s.j., organizzatore dei viaggi di Giovanni Paolo II, racconta quanto avvenne nel 1993 a San Salvador: «Papa Wojtyla nell'affrontare situazioni difficili, a volte anche scabrose o pericolose, era testardo. Come dimenticare la sua determinazione nel voler pregare a tutti i costi sulla tomba dell'arcivescovo Oscar Arnulfo Romero a San Salvador? Ignorare quella tomba era stata una delle condizioni poste dal Governo per acconsentire alla visita. I vescovi sconsigliarono il Papa di andare. Non ci fu nulla da fare: Giovanni Paolo II voleva farlo perché si trattava di un vescovo ucciso mentre celebrava l'Eucaristia. Quando arrivammo sul posto, trovammo la cattedrale sprangata. Il Pontefice si impuntò e disse che non si sarebbe mosso di lì fino a che non gli fosse stato consentito di pregare su quella tomba. (…)».

Secondo alcuni testimoni, ponendo le mani sulla tomba, Giovanni Paolo II esclama: «Romero è nostro». L’importanza attribuita dal papa a questa cerimonia contrasta evidentemente con la sobrietà della definizione che egli dà di Romero: «Zelante pastore». È una definizione che Wojtyla manterrà in tutte le occasioni, anche quando accetta di inserire il nome dell’arcivescovo nell’elenco dei martiri del nostro tempo. La canonizzazione di Monsignore non è certo una priorità nell’agenda del nuovo papa. La Curia ne tiene conto. Il pontificato di Giovanni Paolo II dura 27 anni.

LA LAMPADA SOTTO IL MOGGIO

C’è un’accusa che la curia vaticana rivolge a Romero come ad altri vescovi dell’America Latina, ed è quella di essere un sostenitore della Teologia della Liberazione che va diffondendosi alla fine degli anni ‘70. Si potrebbe definirla una teologia continentale, nel senso che tenta di elaborare un’espressione della fede distaccata dalla tradizione europea (e vaticana!) e più aderente alla specificità del luogo e della sua storia. «Individua nel povero come soggetto storico il locus theologicus di una riflessione che vede nella fine della schiavitù narrata dall’Esodo e nella marginalità oppressa di Gesù di Nazareth una lente con cui interpretare il destino storico e spirituale delle masse diseredate (…). Per papa Wojtyla l’adozione dell’analisi e del vocabolario marxista che viene compiuta (con accentuazione diversa) dai teologi (…) è inquietante (…). Per lui ogni evocazione del pensiero marxiano inquina il desiderio di giustizia, corrompe l’immagine del povero riducendola all’ideologia di classe e alla fine diventa un cedimento alla propaganda comunista» .

Che c’entra Romero? Il fatto è che uno dei centri di elaborazione della Teologia della Liberazione è a San Salvador, in quella UCA dove, nel 1986, si è compiuta la strage dei gesuiti, ai quali l’Arcivescovo era legato da amicizia e collaborazione. Gli uomini di punta di quel gruppo erano Ignacio Ellacuria e Jon Sobrino. Ellacuria è stato bestialmente massacrato, Sobrino, invece, in quel periodo era all’estero e si è salvato. Salvo, ha continuato la sua ricerca teologica ma ha anche deciso di lavorare per la canonizzazione di Romero. È facile capire che con un “procuratore” del genere, più volte ammonito dal cardinale Ratzinger cui Giovanni Paolo aveva affidato l’ex Sant’Offizio, a Roma la “causa” dell’Arcivescovo abbia dovuto superare intoppi. Il 20 marzo 2004 l’arcivescovo di San Salvador Fernando Sáenz Lacalle ha annunciato in una conferenza stampa che il processo di beatificazione, avviato nel 1994, «è ancora in una fase iniziale, poiché, da quanto ho capito, il caso non è passato alla Congregazione per la Causa dei Santi: si trova ancora alla Congregazione per la Dottrina della Fede». (…).

In viaggio per il Brasile, il 9 maggio 2007, i giornalisti pongono a Benedetto XVI la domanda che tante volte avevano posto a Giovanni Paolo II: «Santità, che ne è della causa di canonizzazione di monsignor Romero?».

La risposta è: «Sua Eccellenza monsignor Paglia mi ha inviato una biografia importante, che chiarisce molti punti della questione. Monsignor Romero è stato certamente un grande testimone della fede, un uomo di grande virtù cristiana, che si è impegnato per la pace e contro la dittatura e che è stato ucciso durante la celebrazione della Messa. Quindi una morte veramente “credibile”, di testimonianza della fede. C’era il problema che una parte politica voleva prenderlo per sé come bandiera, come figura emblematica, ingiustamente. Come mettere in luce nel modo giusto la sua figura, riparandola da questi tentativi di strumentalizzazione? Questo è il problema. Lo si sta esaminando ed io aspetto con fiducia quanto dirà al riguardo la Congregazione delle Cause dei Santi».

Sono trascorsi quasi 4 anni, la Congregazione, evidentemente, si affanna ancora a rimediare alla “strumentalizzazione”. Difficile pensare che trasmettere integra da strumentalizzazioni una storia così bruciante, una testimonianza resa nel cuore di una piccola Armagheddon, sia impresa possibile. Difficile pensare, anche, che valga la pena di tenere la lampada sotto il moggio per evitare che attiri odiose falene. Difficile ai burocrati convincersi che, dopo tutto, le strumentalizzazioni indichino anche nostalgia di verità, apprezzamento di grandezza. Non varrebbe la pena di rileggere il vangelo di Matteo al capo 13, versetti 28 e 29? Ai servi che vorrebbero raccogliere la zizzania appena spuntata, il padrone lo vieta: «No, perché raccogliendola non abbiate a sradicare insieme con essa anche il grano».

Credo che le lentezze del processo di canonizzazione di Romero debbano spingerci a meditare per l’ennesima volta alcuni problemi della vita della Chiesa. Il primo è quello del contrasto fra istituzione e profezia, tra abbandono al Dio che «ecco, fa nuove tutte le cose» e le strutture a servizio del cammino di una comunità non soltanto dinamica ma anche composita. Problema certamente di impossibile soluzione definitiva, ma che ogni generazione, ogni narrazione, ogni pontificato ed ogni ambito ecclesiale dovrebbero affrontare con la cura richiesta a chi cerca di essere fedele al suo Signore. Il “caso Romero” è uno dei tanti che sono stati consegnati a una profondissima sofferenza derivante da questa dialettica: da un lato il Vaticano, dall’altro la storia con le sue asprezze e le sue conquiste; da un lato chi custodisce ciò che è stato costruito, dall’altro chi accetta di camminare sotto cieli tempestosi e su incerti sentieri verso gli infiniti Golgotha della Terra e del Tempo. Da un lato chi difende l’intangibilità dell’ortodossia, dall’altro il pioniere che scopre il regno di Dio in regioni che sembravano deserte e prive di luci. E, infine, forse, si potrebbe dire: da un lato i filosofi, i canonisti, i sacerdoti nel Tempio e dall’altro chi accetta di ricevere dai poveri la teologia loro affidata dal Padre. Le comunicazioni fra questi due settori della Chiesa, il dialogo, l’ascolto, il reciproco riconoscimento sono gli unici strumenti che possono evitare – o almeno medicare – vicende che, come nel caso di Romero, sono di scandalo per chi si avvicina a una comunità che dovrebbe essere giudicata da come i suoi figli si amano l’un l’altro.
da Adista Documenti 24/11

lunedì 14 marzo 2011

Lettera aperta di mons. Bettazzi al vescovo Negri sull’indignazione dei cattolici


Roma, 6 marzo 2011 – Venerato Confratello, mi è stato segnalato l’articolo che Lei ha inviato al settimanale “Tempi”, confermato da un’intervista a La Stampa. Questo ha stimolato la mia antica abitudine di scrivere “lettere aperte”; avevo già respinto la tentazione di farlo con i nostri Superiori, non ritenendolo corretto, mi permetto di farlo ora con Lei, Vescovo autorevole, ma sempre a livello di responsabili – anche se io sono emerito – di diocesi comuni.

Perché, per quanto giro in Italia, sento spesso la lamentela dei cristiani di fronte alla mancanza di “indignazione” – che Lei dice non essere “atteggiamento cattolico” – di noi vescovi di fronte al malcostume della politica, e non solo per gli scandali “privati”, ma anche per la moda invalsa di leggi ad personam, proposte – si dice – per difendersi da una Magistratura che esorbita dalla sue funzioni (Lei lo dice “muoversi con prepotenza”), ma che in realtà non fa che assicurare che la legge sia uguale per tutti. Anche se non poche di queste accuse vengono dimostrate serie e verosimili, dal fatto che si pensa non di difendersi da esse, ma di scavalcarle con leggi specifiche e con ben calcolate prescrizioni. Quanto all’indignazione, anche Gesù più di una volta si è indignato, e proprio contro chi utilizza la posizione pubblica a difesa dei propri interessi personali o di casta.

Ella rivendica, nella espressa difesa del Governo e del suo Presidente, l’appoggio che essi danno ai “principi non negoziabili”, quali la difesa della vita al suo inizio e al suo termine o della famiglia naturale: e questo giustificherebbe il sostegno, senza indignazione, ad un Governo che si mostra invece insensibile di fronte a quello che è il fondamentale “principio non negoziabile”, che è la solidarietà; perché se questa si esprime davanti alle vite più deboli, come sono appunto quella iniziale e quella terminale, ma, per essere convincente, deve impegnarsi anche contro tutte le vite minacciate, come sono quelle di quanti sfuggono la miseria insopportabile o la persecuzione politica, che sono invece fortemente condizionate dal nostro Governo (quante vite umane sono sparite nel nostro mare o per le imposture della Libia!). Anche per le consonanze cristiane non si è fatto nulla per favorire la vita nascente con leggi che incoraggino il matrimonio e la procreazione, come ha fatto la “laica” Francia.

Ella ribadisce che, dei politici, andrebbe valutato solo il comportamento pubblico (appunto, così contrastante dunque con il primo principio “non negoziabile”, quello della solidarietà) e non quello privato, pur così poco favorevole sia alla famiglia che alla vita nascente; ma già gli antichi ammonivano che “noblesse oblige”, cioè che chi sta in alto deve dare il buon esempio, perché esso – tanto più in quest’era mediatica – influisce sull’opinione pubblica. Ed è questo che dovrebbe preoccupare noi vescovi, cioè il diffondersi, soprattutto nei giovani, dell’opinione che quello che conta è “fare i furbi”, è riuscire in ogni modo a conquistare e difendere il proprio interesse, il bene particolare, anche a costo di compromessi, come abbiamo visto nei genitori e nei fratelli che suggerivano alle ragazze di casa di vendersi ad alto prezzo. Non solo così si diffonde l’idolatria del “fare soldi” e del “fare quello che si vuole”, che Gesù indica come la vera alternativa a Dio (“o Dio, o mammona”), ma la stessa CEI da anni, soprattutto nelle Settimane Sociali, insiste sul primato del “bene comune” come impegno specifico dei cristiani! E invece i giovani hanno poche speranze di un lavoro stabile, gli operai – soprattutto se donne – non sono difesi dai ricatti dei “padroni”, mentre gli stessi immigrati sono respinti, sfruttati, troppo spesso ricattati perché, se “in nero”, non possono protestare: giustamente Lei si richiama alla speranza che viene da Cristo, ma questa va “incarnata” nella vita concreta.

All’indignazione Ella contrappone la sofferenza, e la richiede in primo luogo per la persecuzione dei cristiani; credo che se silenzi ed esitazioni ci sono stati lo siano stati in primo luogo dal Governo, preoccupato per eventuali ricadute economiche o politiche. Ed anche la libertà dei cristiani e delle loro opere va rivendicata come uguaglianza ma senza privilegi, proprio per il compito che la Chiesa ha assunto nel Concilio di farsi promotrice di libertà e di sviluppo per tutta l’umanità.

So, caro Vescovo, che la Sua difesa del Governo interpreta il sentimento di una certa parte del mondo cattolico; credo però che essa debba tener conto delle tante contraddizioni che questo ignora – anche per la manipolazione dei media – e che rendono così sconcertata e sofferente tanta parte dello stesso mondo cattolico, proprio anche per certe presunte coperture di noi Vescovi.

Con fraterno augurio per la Sua diocesi – dei cui ho avuto compagni di scuola nel Seminario Regionale di Bologna – in particolare per la imminente Visita del S. Padre.

+ Luigi Bettazzi

Vescovo emerito di Ivrea

domenica 13 marzo 2011

Un invaso di diritti

di Raniero La Valle


È evidente che non bisogna invadere la Libia, non mandare commandos di paracadutisti, non ripetere l’orrore della “no fly zone” che fu il massimo simbolo della prepotenza occidentale contro l’Iraq, che vuol dire guerra certa e che del resto la Lega araba non vuole. È evidente che i libici Gheddafi se lo devono cacciare da soli, come ogni popolo da solo deve cacciare i suoi governanti felloni.
Però il problema della Libia, della Tunisia, dell’Egitto, è tutto lì, come ormai da troppo tempo è lì il problema di Israele e della Palestina, di cui in nessun modo si riesce a venire a capo. Si può lasciare che questo grande dramma mediterraneo, che è anche un passaggio d’epoca, si svolga senza che da parte dell’Italia, dell’Europa, dell’Occidente, ci sia uno straccio d’idea, un progetto, una cultura per affrontarlo?
Dovrebbe cominciare proprio l’Italia, se fosse ancora un Paese che avesse un governo serio, e avesse una politica estera.
Ha perfettamente ragione il ministro Maroni quando dice che la marea di profughi è tale che non la si può considerare solo un problema dell’Italia, né tanto meno di Malta, ma che è un problema
dell’Europa. Sì, ma quale Europa? Si può pensare che l’Irlanda, o la Danimarca, o la Polonia, possano sentire il problema della ridislocazione delle popolazioni mediterranee come lo possono sentire i Paese rivieraschi, l’Italia, la Spagna, la Grecia?

È chiaro che il problema è soprattutto nostro. E che per affrontarlo dobbiamo fare appello alla nostra vocazione, alla nostra vicenda culturale e religiosa, alla nostra storia, che è prima di tutto e felicemente mediterranea.

Il Mediteraaneo, ecco la categoria che deve essere chiamata in causa per dare una risposta alta, non emergenziale, non difensiva, ma propositiva e di lunga prospettiva alla crisi che si è aperta sulle sue sponde africane e mediorientali, perché il Mediterraneo, come ha detto Andrea Camilleri, è appena una vasca, e noi tutti che gli siamo intorno, siamo seduti sull’orlo, e perciò dobbiamo metterci d’accordo, dobbiamo essere noi, da una parte e dall’altra del bordo, a decidere insieme il destino della vasca e dei popoli che vi si affacciano.

Ma non lo possiamo fare cedendo al vecchio riflesso colonialistico. Un deputato di Comunione e Liberazione, prodigo di assoluzioni al governo, ha detto in TV che invece di guardare al passato, per deprecare il bacio di Berlusconi a Gheddafi, dovremmo volgerci al futuro, facendo del risveglio delle popolazioni arabe una grande occasione per noi. “Per noi”? Ma non dovrebbe essere una grande occasione per loro?

Qui davvero si misura la nostra capacità di immaginare un mondo non più occidentale ed eurocentrico. Dovremmo riuscire a spostare il fulcro della nostra azione politica (non delle nostre “missioni di pace”) verso il Sud del mondo, dove sta cominciando il futuro. Il Mediterraneo, nostra origine ma anche nostro destino può essere, se lo sappiamo ascoltare, il nostro vettore in questa direzione. Dopo il grande sommovimento della guerra mondiale, i nostri padri si inventarono l’Europa. Ora che il mondo sta cercando nuovi assetti e nuovi equilibri, dal Brasile all’Africa alla Cina, noi dovremmo inventarci la Comunità mediterranea, formata dai popoli che il Mediterraneo ha fin qui unito e diviso.

Negli anni 80 il Parlamento italiano propose, per risolvere il conflitto mediorientale, di far entrare simultaneamente lo Stato d’Israele e uno Stato palestinese nella Unione Europea. Era una speranza troppo corta. Non si tratta di portare pezzi di mondo in Europa, ma di aprire l’Europa alla nuova realtà del mondo e farne uno strumento del suo progresso. Promuovere un’Unione mediterranea che abbracci i popoli rivieraschi dell’Italia e della Libia, del Maghreb e della Francia, dell’Egitto e della Grecia, di Israele e della Palestina, della Croazia e del Libano, può essere un passo decisivo per ricomporre l’unità del mondo su uno dei confini più accesi delle famose “guerre di civiltà”, e per avviare un nuovo ordine geo-politico nelle relazioni internazionali, non più solo modellato dalla potenza e dal denaro, ma plasmato dalla politica e dal diritto.

Padre Balducci diceva che dovevano tornare le caravelle, in un movimento inverso dal Sud verso il Nord. Oggi si potrebbe dire che dovrebbero tornare le galee veneziane e pisane e le navi dei crociati, per fare del Mediterraneo un mare di libertà, un invaso di diritti e un oceano di pace.
4 marzo 2001

Raniero La Valle
da:blog di Raniero La Valle

sabato 26 febbraio 2011

Il mio novecento


di Raniero La Valle
Il discorso di Raniero La Valle per la festa dei suoi 80 anni

LECTIO DISCIPULARIS

A Antigone, Vasti, Agnese, Agata, Teresa, Tina Anselmi, Ruth First, Marianella, le madri di piazza di Maggio, le donne del 13 febbraio e a tutte le donne che resistono ai potenti

Prima di tutto devo spiegare la curiosa definizione data a questo mio inusuale discorso. Il termine “discipularis”, aggettivo di “discipulus”, è attestato in un codice medievale, nel Carme di un monaco dell’abbazia di San Salvatore telesino, e ricorre due volte nella Patristica latina, ma non si trova affatto nei dizionari. E quando manca la parola, vuol dire che manca anche la cosa. Invece il termine “magistralis” si trova sempre, segno che di maestri ce ne sono tanti, e c’è sempre qualcuno che fa una “lectio magistralis”. Ciò vuol dire che la nostra società, benché dicasi cristiana, ha del tutto dimenticato o rimosso la parola evangelica che dice: “non fatevi chiamare maestri, perché uno solo è il vostro maestro” (Matteo, 23, 10).

Stasera io vorrei dire invece la mia esperienza di discepolo; e benché io abbia avuto molti maestri, vorrei parlare di quella scuola e di quel maestro di cui soprattutto sono stato discepolo, cioè del Novecento, del “mio” Novecento, della storia che esso è stata, per me ma anche per tutti.

Il Novecento è stato un secolo grande e terribile, affascinante e tremendo, tempo di morti e di rinascite. È il secolo che ha prodotto i totalitarismi e il costituzionalismo, che ha fatto le più grandi guerre e ha dato fondamenti alla pace, che ha inventato la bomba atomica e la dottrina della nonviolenza, che ha perpetrato la shoà, ha compiuto genocidi e ha visto popoli insorgere e liberarsi.

Per fortuna non è stato un “secolo breve”, come certi storici hanno sostenuto e così io, che ne ho attraversato gran parte, ho avuto una vita più lunga.

Il fascismo

Per me, il mio Novecento è cominciato nella notte del fascismo; ma essendo un bambino non ne sono stato, all’inizio, troppo turbato. È vero che sono stato balilla, e perfino balilla moschettiere, ma non ho fatto a tempo a diventare avanguardista, prima che il fascismo cadesse.

Forse ho fatto anche qualche tema sul duce. Il Duce era un mito. Ed io ricordo il mio choc quando per la prima volta mi sono imbattuto in un atto di demitizzazione. Fu quando su un manifesto affisso per la strada, abbastanza in basso perché un bambino potesse arrivarci, vidi scritto in un angolo, piccolo piccolo, a matita: Abbasso il duce. Mi fece un’impressione straordinaria. Dunque si poteva anche essere contro il duce? Dunque nel segreto si poteva pensare male di lui? Dopo di allora, molti altri processi di demitizzazione sono entrati nella mia vita; ma quella fu la prima volta, e ancora me ne ricordo.

Il fascismo, nel quale avevo vissuto lietamente l’infanzia, cominciò a farmi soffrire quando ho smesso di essere un bambino. Ciò è accaduto all’età di otto anni, quando è morto mio padre, una firma importante del giornalismo, Renato La Valle, che però il regime da anni aveva messo a tacere. Ho smesso di essere un bambino anche perché subito dopo, nel 39, c’è stata la guerra, e la guerra non fa bene ai bambini. A Roma venne anche la fame; sicché quando toccava a me di andare a prendere il pane dal fornaio, che si chiamava Biagini, già per la strada mangiavo il panino che mi spettava, che era poi la razione di cento grammi di pane al giorno stabilita dal governo.

In ogni caso non si poteva affrontare la guerra da bambini, con una madre vedova e due sorelle, Fausta e Fidelia, anch’esse bambine. Vennero anche i bombardamenti a Roma; nella strada accanto alla nostra morì Virginio Gaida, che era direttore del “Giornale d’Italia”, e la fontana di fortuna sotto casa, attaccata alla presa per innaffiare, fu colpita mentre le donne erano in fila per prendere l’acqua. Un signore ebreo, che ci dava lezioni di francese a domicilio, fu ben presto in pericolo, sicché noi lo nascondemmo in casa nostra, anzi gli cedetti il mio letto, che aveva una coperta di damasco rosso fatta da una tenda. Seppi così che gli ebrei erano perseguitati. Una notte sparì, fuggito altrove; nel cestino della carta trovai che aveva buttato con noncuranza una cravatta ancora buona, perché era un barone. Poi abbiamo saputo che si era salvato.

Così cominciai a capire molte cose della guerra. Per esempio che cosa era una guerra mondiale. La guerra mondiale era che il Brasile, chissà perché, era nostro nemico. Ma il Brasile per noi era la fonte di sostentamento, perché mia madre lavorava col Brasile. Era infatti corrispondente di giornali brasiliani; e ciò lo si deve al fatto che alla morte di mio padre genialmente si era fatta giornalista; aveva passato una vita a battere a macchina gli articoli di suo marito, che scriveva solo a mano, e grazie a quella macchina aveva acquisito un sapere che le venne buono al momento del bisogno, permettendole di ereditare il posto di lui e di continuare il suo lavoro: ed ecco che ora la guerra separava lei dal suo lavoro, e noi dal suo stipendio.

Così lei, Mercedes, dovette inventarsi altri lavori; non poteva più scrivere articoli, però poteva fare la dattilografa; e così ancora una volta la macchina da scrivere la salvò.

Degli avvocati, che patrocinavano presso il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, le diedero da copiare dei processi; e lei ogni mattina andava al palazzo di giustizia a scrivere, e ci andavo anch’io, perché anch’io nel frattempo avevo imparato a scrivere a macchina, e perciò copiavo le carte dei processi anch’io; per fortuna allora non c’erano impedimenti al lavoro minorile.

Fu in questo modo singolare che io, senza affatto capire di che si trattasse, ho incrociato il dramma dell’antifascismo, e forse ho scritto a macchina qualche difesa di antifascisti giudicati dal Tribunale Speciale, e qualcuno magari condannato a morte. Ed è forse da questo inconscio in cui è rimasto in me sepolto il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato che oggi nasce la mia indignazione quando vedo accusare e diffamare i tribunali e i giudici della Repubblica democratica.

Il fascismo andò a finire nell’occupazione tedesca. E io ricordo i tedeschi che facevano le retate; capitò anche a me, quando a Porta Pia ci fecero scendere da un autobus, che allora non si chiamava 60, ma NT, che voleva dire Nomentano-Trastevere, e presero gli uomini; io avevo tredici anni, e perciò non corsi nessun pericolo, Nondimeno la domenica, quando andavo col mio compagno Giorgio Marino alle Messa e alla dottrina dal Cardinale Massimi, nella chiesa di San Claudio a piazza San Silvestro, il cardinale ci prendeva in macchina con sé e ci portava fino a casa sua per non farci correre rischi.

Anche il cardinale Massimi, che apparteneva a una famiglia di principi romani, era un demitizzatore. Girava sempre in tonaca nera, senza porpora, come un prete qualunque; e ricordo il mio stupore una volta che in San Pietro, nella cerimonia del concistoro, lo vidi sfilare, come usava allora, con uno strascico di tredici metri.

Faceva gesti semplici e omelie antifasciste. La domenica, prima di lasciarmi, spariva nell’androne della villa che abitava ai Parioli, e tornava, con la sua andatura caracollante, portandomi un cartoccio di farina e un sacchetto di zucchero, perché ero orfano; e siccome era uno che non cambiava abitudini – al Concilio certamente sarebbe stato tra i conservatori – continuò per molti anni ogni domenica a regalarmi sacchetti di zucchero e un chilo di farina, anche quando la guerra era finita e noi non ne avevamo più bisogno.

La Costituzione

Fu Vittorio Bachelet, che era un po’ più grande di me, che dalla Congregazione del cardinale Massimi mi portò alla FUCI, la Federazione degli universitari cattolici. Bachelet voleva lasciare la carica che aveva lì, di segretario del Consiglio Superiore, per cominciare la sua strada professionale che doveva portarlo poi fino al palazzo dei Marescialli e al sacrificio della vita. Lasciando la FUCI, volle lasciare la sua carica a me che non ero nemmeno fucino; sicché entrai alla FUCI dal vertice, al centro, invece che dalla base. Lì mi imbattei in un altro processo di demitizzazione. Fu quando, parlando con Ivo Murgia, che della FUCI era stato un prestigioso presidente, gli sentii fare una critica al papa, che chiamò “l’uomo vestito di bianco”. Ne fui molto impressionato. Dunque si poteva parlare così di Pio XII? Dunque anche lui era un uomo come gli altri, tanto che a distinguerlo potesse essere il suo abito bianco?

La FUCI rappresentò per me, come per molti altri giovani, la vera figura della Chiesa. Un po’ libera e un po’ clericale, molto seria e molto allegra, studiava e cantava, era intellettuale e sentimentale. C’era molto Maritain, che a me non piaceva per quella storia di dividere i piani tra lo spirituale e il temporale, tra l’operare come cristiani e l’operare come cittadini. Ma soprattutto era una grande comunità di amici: se la Chiesa era quella, era una meraviglia. Era anche il luogo dove ci si innamorava e ci si sposava, come ho fatto anch’io; e i matrimoni duravano “fino a che morte non ci separi”, cosa che a me accadde dopo quarant’anni.

La FUCI fu anche l’iniziazione alla politica, attraverso l’impegno nella democrazia universitaria. Io non sapevo nulla di politica, in FUCI non se ne parlava. A noi, gruppo dirigente di allora (presidente era Romolo Pietrobelli), non sarebbe mai venuto in mente di promuovere una campagna referendaria per cambiare legge elettorale e sistema politico, per spiantare i partiti e fare un’Italia bipolare maggioritaria e manichea, come poi si è fatto. Vero è che anche allora la politica si faceva, ma la faceva don Costa, che era un grande assistente ecclesiastico dell’associazione; ma dal punto di vista ecclesiale non era molto meglio che a farla fosse solamente lui. Egli parlava con i capi democristiani; una volta andò in via don Orione da don Sturzo a nome del papa, a dirgli che non doveva più scrivere, perché i suoi articoli sul “Giornale d’Italia” erano troppo antidemocristiani, e se la prendeva troppo con le partecipazioni statali e con l’ENI di Enrico Mattei. L’obbedienza che chiedeva a Sturzo, e proprio a lui, era il silenzio.

Io allora non sapevo che in quegli anni, tra la fine della guerra e il mio ingresso all’università, c’era stato un passaggio d’epoca. Certo, conoscevo i fatti, ma non ancora la loro portata.

In effetti in quegli anni, con l’Assemblea di San Francisco, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, le Costituzioni, il Novecento aveva cambiato il suo volto, aveva segnato una svolta nella storia e nel pensiero dell’Occidente, e aveva cambiato il nostro destino.

Il Novecento, e con esso l’Italia, avevano avuto il loro momento magico, avevano operato una straordinaria conversione culturale, politica e morale. Gli orrori della guerra, gli esiti perversi in cui erano venute a concludersi le dottrine politiche e antropologiche della modernità, avevano fatto cadere tutte le certezze, avevano posto l’esigenza potente, incoercibile, di pensare tutto di nuovo, l’uomo, lo Stato, la guerra, la pace, il diritto, l’ordine delle nazioni, ben al di là dell’antifascismo.

Il “mai più” pronunciato sotto lo scrosciare delle bombe, nei campi di sterminio, nelle carceri della tortura, dinanzi ai venti milioni di morti solo nell’Unione Sovietica, dinanzi allo stupro dei popoli fatto da colonie ed imperi, doveva trovare la sua traduzione in culture ed ordinamenti nuovi.

Fu così che nella storia del Novecento irruppe la novità della grande Costituente mondiale da cui nacque la Carta dell’ONU del 45, irruppe la novità del costituzionalismo come teoria dello Stato, e in Italia la novità della Costituzione e della Repubblica.

Il rovesciamento, almeno in via di principio, rispetto a tutta la storia passata, non poteva essere più radicale. E ciò almeno sotto tre profili.

1) Se prima il pensiero della disuguaglianza aveva fondato il dominio, ecco che ora veniva proclamata l’eguaglianza. In tutta la storia, fino a Hegel, a Spencer, a Nietzsche, a Croce e perfino nel dizionario francese Larousse e fino a Hitler, era stata teorizzata la disuguaglianza per natura degli esseri umani, la differenza tra popoli della natura e popoli dello spirito, tra spagnoli ed indios, tra razze bianche e nere, tra forti e deboli, tra maschi e femmine, tra uomini e no. Ed ecco che nel 45 eguaglianza e unità di tutta la famiglia umana vengono proclamate come principi generali e universali e come tali entrano nel diritto.

2) Se prima la guerra era stata proclamata dai filosofi madre e principio di tutte le cose, era stata la sposa indissolubile dello Stato sovrano, aveva giudicato i popoli con la forza e non con la giustizia, e fino a Norimberga era stata giudicata legittima anche nelle forme dell’aggressione e dell’invasione, ecco che ora la guerra veniva ripudiata come una spregevole concubina, veniva esclusa dal diritto e proibita nella comunità internazionale perfino nelle sue premesse, con il divieto non solo del ricorso alla forza, ma anche della minaccia dell’uso della forza.

3) Se prima l’idea di sovranità, come di un potere che non riconosce sopra di sé nessun altro potere, aveva fondato gli assolutismi e attribuito agli Stati il diritto di guerra, ecco che ora essa veniva ridimensionata, resa relativa. La sovranità esterna degli Stati era rovesciata nell’interdipendenza, sottoposta al diritto internazionale cogente e addirittura fatta oggetto di rinuncia, come nella Costituzione italiana, al fine di costruire un ordinamento di giustizia e di pace tra le Nazioni; e la sovranità interna veniva strettamente condizionata al costituzionalismo, e ciò a valere sia per i cittadini che per gli stranieri, sicché la cittadinanza, come dice Ferrajoli, è l’ultima discriminazione che dovrebbe cadere.

Certo, questi principi erano ben lungi dall’attuarsi. Però stabilirono un traguardo. Alla Costituente i partiti di massa e i professorini ce la misero tutta per fare della Repubblica il soggetto a cui fossero intestati questi ideali, e ci riuscirono; e i dossettiani ce la misero tutta per fare della Democrazia Cristiana lo strumento per la loro attuazione, finché, non riuscendoci, Dossetti si ritirò dalla scena.

La comunicazione politica era però ancora ristretta, la televisione non c’era, ed io non sapevo nulla di Dossetti. Una volta sentii Franco Grassini, che sarà poi un ottimo capo della GEPI, che diceva di essere “un dossettiano spinto”; solo dopo ho capito che cosa, allora, questo volesse dire.

La politica fu invece per noi la partecipazione agli organismi rappresentativi dell’Università: fu l’Interfacoltà, l’Unuri; i cattolici stavano nell’Intesa universitaria, Pannella era coi goliardi. C’erano pure i comunisti, freschi di scomunica; ma non mi sembrava che mangiassero i bambini. C’era anche Luciana Castellina, che era bellissima e diceva cose ragionevoli e giuste, e naturalmente me ne innamorai, anche se solo nel pensiero.

Del resto io non sono mai riuscito a vedere nessuno come nemico. Una volta, quando più infuriava la lotta contro i comunisti, e Gedda voleva fare una “base missionaria” in ogni condominio per combatterli meglio, io scrissi su “Ricerca”, che era il giornale della FUCI, un articolo dicendo che nel Vangelo si leggeva che bisogna amare i nemici e perciò, benché nemici, bisognava amare anche i comunisti. Successe un putiferio; i Comitati Civici accusarono la FUCI di rompere il fronte, ma in quella occasione don Costa mi difese.

La FUCI mise in movimento un processo di maturazione della fede, che però non si sarebbe mai compiuto se non fosse giunto il Concilio Vaticano II. Io la fede l’accettavo così come veniva proposta, però c’era un disagio che non sapevo decifrare, che mi portava a preferire l’approccio monastico dei camaldolesi; amavo padre Benedetto Calati e una volta restai folgorato quando, ascoltando un’omelia del cardinale Lercaro durante un congresso fucino a Bologna, mi sembrò di sentire per la prima volta parlare di Dio. Lercaro non era il mio vescovo, ma io da allora lo presi come tale, finché quando poi andai a Bologna a lavorare, mio vescovo diventò davvero.

Il Concilio

La figura di Dio che la Chiesa allora proponeva, e la dottrina di fede nella quale lo includeva, erano molto diverse da quelle che sarebbero state dopo il Concilio e quali sono ora. E bisogna ricordarlo, altrimenti non si capisce uno dei cambiamenti più profondi che sono avvenuti nel Novecento.

Nella presentazione che allora se ne faceva, Dio era un nume offeso che doveva essere placato dai nostri sacrifici, così come aveva voluto essere placato dal sacrificio del Figlio che a questo scopo avrebbe mandato a morire sulla croce; la nostra cattiveria era data per scontata e attendeva solo di essere perdonata; il giogo del peccato ci teneva sotto il peso della vecchia servitù, perfino la morte era per colpa nostra, altrimenti saremmo stati immortali, il mondo era una valle di lacrime, noi dovevamo disprezzare le cose terrene e le prosperità del mondo, e cercare solo quelle celesti. Le nostre afflizioni erano del tutto meritate, come dicevano le preghiere della Messa: “Dio che vedi come per le nostre perversità siamo afflitti”; “Noi che giustamente siamo afflitti a causa dei nostri peccati”; “Noi che siamo afflitti a causa del nostro operare”; “Noi incessantemente siamo afflitti a causa dei nostri eccessi”, e così via, di colpa in colpa. Così si pregava nell’Ordinario latino della Messa prima della riforma liturgica del Concilio; e siccome eravamo stati educati a prendere in mano il messale e sapevamo il latino, capivamo quelle parole e ora possiamo capire il salto che c’è stato, e possiamo anche capire il furore dei tradizionalisti che vogliono tornare a quella messa, e non perché è in latino.

All’origine di quella comprensione della fede c’era un’antropologia pessimistica, che era diventata cultura comune e che ancora oggi possiamo rintracciare alla base di molte istituzioni dell’Occidente, a cominciare dallo Stato. Esso fu concepito infatti come antidoto alla congenita cattiveria umana che di per sé porterebbe alla violenza generalizzata, alla lotta di tutti contro tutti, sicché anche la politica è stata teorizzata come uno scontro tra Amico e Nemico. Il nostro acerrimo sistema bipolare è ancora il figlio di questa dottrina.

Secondo questa antropologia, l’uomo si era infortunato appena creato; a causa del peccato era rimasto sfigurato, la sua natura decaduta, ferita; il paradiso terrestre c’era stato davvero, ma ne eravamo stati cacciati. La libertà dei moderni era considerata un delirio. L’eguaglianza tra uomo e donna un’eresia e anzi, secondo Pio XII, una tentazione diabolica, la lusinga di “una voce serpentina”. Il desiderio sessuale, i parti con dolore, il lavoro col sudore della fronte erano pena del peccato; l’amore sponsale non inteso alla procreazione era, come si leggerà in un documento preparatorio del Concilio, “un fetido onanismo coniugale”.

Rievocando quei tempi, nel 1979 a quindici anni dalla chiusura del Concilio, il teologo Karl Rahner dirà che la Chiesa era tributaria di un cattivo agostinismo per il quale la storia del mondo era ed è “la storia di una massa dannata nella quale solo a pochi è dato salvarsi per una grazia di elezione raramente concessa”; quei pochi stavano nella Chiesa cattolica, fuori della quale non c’era salvezza; quanto agli altri cristiani erano considerati come “una massa di eretici da indurre con le buone o con le cattive alla conversione all’unica vera Chiesa”.

È su questo scenario che irrompe il Concilio, che papa Giovanni inaugura postulando l’aggiornamento della Chiesa, il licenziamento dei profeti di sventura, il balzo innanzi nella penetrazione dottrinale e nella formazione delle coscienze secondo il linguaggio e le forme dell’indagine proprie del pensiero moderno. E benché oggi molti si ostinino a dire che il Concilio non ha cambiato niente, o che deve essere interpretato secondo un’ermeneutica dell’invarianza, la Chiesa e il suo annuncio di fede ne sono usciti trasformati; come dice Rahner, lo stesso annuncio di Cristo è diventato un annuncio nuovo; “sia nell’annunciatore che nell’annuncio è avvenuto qualcosa di nuovo, di irreversibile, di permanente.”

Queste cose non le abbiamo scoperte subito, ma nel tempo, e per molti cristiani sono ancora da scoprire.

Ma certamente il Dio testimoniato dal Concilio non è un Dio vendicatore che debba essere risarcito e placato con l’olocausto del Figlio; l’età dei sacrifici è conclusa, e con essa qualunque legittimazione religiosa delle pratiche vittimarie, delle vendette del sangue, delle rappresaglie, della violenza e della guerra. La parola “placatio”, da “placare”, non c’è mai nei testi del Concilio né nella liturgia dopo il Concilio. Il Signore è stato crocefisso non a causa di Dio e per far piacere a lui, ma a causa degli uomini, a cui egli ha pagato fino alla fine il prezzo del suo amore per loro.

Il Dio del Concilio non è il Dio bifronte, “tremendum et fascinans”, di cui parlava Rudolf Otto all’inizio del Novecento, ma è un Dio solo fascinans, solamente buono. È un Dio che non ha cacciato nessuno dal giardino dell’Eden dopo il peccato; nella narrazione della storia della salvezza fatta dal Concilio questa cacciata non c’è; la buona notizia è che questa notizia non c’è, e anzi, dice il Concilio, gli uomini, caduti in Adamo, Dio non li abbandonò, non dereliquit eos, ma a causa di Cristo sempre prestò loro gli aiuti necessari per salvarsi e senza posa, sine intermissione, si prese cura del genere umano.

Di conseguenza l’essere umano non è un fuscello sbattuto nel tempo, ma ce la può fare a prendere in mano la storia, ad aggiustarla (ius, il diritto, viene da iustari, che vuol dire aggiustare). Il Figlio di Dio si è unito in qualche modo ad ogni uomo, dice il Concilio, perciò la salvezza è per tutti, e tutti possono cooperare a realizzarla, perché, dice con la Bibbia il Vaticano II, “Dio ha messo l’uomo in mano al suo consiglio”, e nella misura in cui vengano “suscitati uomini più saggi” è possibile far fronte a una situazione in cui, come dice la Costituzione pastorale, “è in pericolo il futuro del mondo”. E quanto alla libertà, essa è la “dignitas humana”, la dignità stessa dell’uomo, e in nessun modo la si può coartare, nemmeno col pretesto di non dare libertà all’errore. La riconciliazione della Chiesa col mondo, celebrata dal Concilio, è stata in realtà una riconciliazione con l’uomo, con gli uomini e le donne quali noi siamo; e da questo non si può tornare indietro.

Il giornale

Quando arrivò il Concilio, io ero da poco tempo direttore dell’ “Avvenire d’Italia”, un giornale cattolico un po’ abbandonato dopo la lunga direzione di Raimondo Manzini, passato all’“Osservatore Romano”.

Prima, per alcuni mesi, ero stato direttore del “Popolo”, dopo il mitico Bernabei, sotto la guida di Aldo Moro. Ma non volevo fare la carriera nei giornali di partito, e non ero iscritto alla DC, forse ero indipendente già allora, e perciò accettai l’offerta, liberatoria, che mi venne dal giornale di Bologna. Credo che ne avessero parlato con Giovanni XXIII perché Angelo Salizzoni, l’esponente moroteo che faceva parte del Consiglio d’Amministrazione del giornale, mi comunicò la nomina dicendomi: “per lei si apre anche il portone di bronzo”. Bernabei, che intanto si stava inventando la televisione, mi diede il suo viatico con un consiglio: “Ricordati – mi disse – che una fotografia in prima pagina gli piace perfino a La Pira”. Io avevo trent’anni.

All’ “Avvenire d’Italia” ho fatto l’esperienza di che cosa volesse dire davvero la libertà di stampa. Con giornalisti grandi come Piero Pratesi, Albino Longhi, Giancarlo Zizola, Vittorio Citterich, Umberto Andalini, Italo Moscati, Cavallaro, Pecci, Nanetti e molti altri, e con collaboratori illustri, di cui Bologna non era avara, da Andreatta ad Alberigo a Ulianich alla Codrignani ai due Prodi, facemmo proprio il giornale che volevamo fare. I vescovi ci lasciavano liberi, e il cardinale Lercaro garantiva per tutti. L’unico fastidio che ogni tanto avevamo era quando un vescovo voleva che non mettessimo la pubblicità dei film che il Centro Cattolico cinematografico di allora giudicava esclusi ai minori.

Nel 1964 Paolo VI, che era antifascista, chiuse il “Quotidiano” di Gedda, che era il giornale cattolico di Roma, e assegnò all’ “Avvenire d’Italia” la sua area di diffusione a Roma e nel Sud, sicché il giornale divenne il quotidiano nazionale dei cattolici; nello stesso tempo, Paolo VI pagò l’abbonamento al giornale per tutti i Padri conciliari, durante le sessioni del Concilio. Per il giornale fu un’esperienza esaltante: i vescovi cambiavano la Chiesa, e noi raccontavamo ai fedeli il Concilio che cambiava la Chiesa; nello stesso tempo raccontavamo ai vescovi il loro stesso Concilio e il modo in cui esso era percepito nella base ecclesiale, sicché si creò un circuito virtuoso tra padri conciliari, giornale e opinione pubblica nella Chiesa.

Quando il Concilio finì, e Roma fu di nuovo sola, il vento cambiò. Anche la proprietà del giornale era cambiata, e non era più in maggioranza dei vescovi locali e dei laici, ma della Santa Sede. E perciò si pose un problema nuovo: che ne è della libertà di stampa quando l’editore è il papa? Con Paolo VI le cose erano andate sempre bene, tranne in due occasioni. La prima fu nel 1964 quando nelle elezioni per il presidente della Repubblica la DC proponeva Leone, e spuntò la candidatura Fanfani, cosa che oltreTevere fu considerata una disobbedienza. I giornali cattolici avrebbero dovuto sostenere questa tesi. Anzi avremmo dovuto dire che Fanfani era un pubblico peccatore, perché mentre la Chiesa chiedeva l’unità degli elettori cattolici, lui rompeva l’unità degli eletti. Noi non sostenemmo questa idea, e continuammo a dire che, Costituzione alla mano, Fanfani aveva tutto il diritto di proporre la sua candidatura. Una sera, anzi di notte, fui chiamato a Roma e mi fu detto autorevolmente che il giornale doveva cambiare linea, non perché a chiederlo era il papa che era il papa, ma perché a chiederlo era il papa che era l’editore. Ne fui sconcertato, e da quel momento ci limitammo a pubblicare l’ANSA, senza commenti; e alla fine fu eletto Saragat.

La seconda volta, più grave, fu a causa della guerra del Vietnam. Noi criticavamo i bombardamenti americani sul Vietnam del Nord, e dicevamo che in tutti i modi si dovesse invece negoziare. La Santa Sede non voleva condannare i bombardamenti, con l’argomento che anche i Vietcong combattevano, e perciò la Chiesa doveva essere equidistante, non poteva stare né con gli uni né con gli altri. Per parte nostra il né, né non ci piaceva e preferivamo il sì sì, no no: i bombardamenti non si dovevano fare. Anche allora ci fu chiesto di cambiare linea; io dissi che non potevamo, perché era una questione di coscienza; mi fu risposto che anche il papa aveva una coscienza; certo, solo che il direttore del giornale non era il papa: quale era allora la coscienza in gioco?

La questione della libertà del giornalista si poneva così in modo inedito. Che cosa succede a un giornalista cattolico quando l’editore è il papa? Qui entrano in conflitto non due obbedienze, ma due libertà: una è la libertà del cristiano, che vale sempre, anche nei confronti del papa; l’altra è la libertà del giornalista dipendente, che arriva fin là dove l’editore lo permette. Per me, a prevalere, fu la libertà del cristiano, e l’editore vestito di bianco non ne fu affatto contento. Più tardi quell’editore chiuse l’Avvenire d’Italia, e diede vita a un nuovo giornale, l’Avvenire. Il cardinale Lercaro ne fu molto turbato, ma ben presto ebbe anche lui i suoi dispiaceri. La lotta per il riassorbimento del Concilio era cominciata. Sarebbe durata a lungo. Fu Pino Alberigo con la sua storia del Vaticano II, a predisporre i mezzi di difesa.

Il tempo della crisi

Il Vietnam, la Palestina, l’America Latina, le lotte per la pace, i Tribunali Russell rilanciati da Lelio Basso con Linda Bimbi e le sorelle brasiliane, riempirono gli anni successivi.

Il ’68 fu la terza rivoluzione della seconda metà del 900. Dopo la rivoluzione del diritto, dopo la conversione del linguaggio della fede, venne col 68 la rivoluzione della vita quotidiana, l’esplodere dei movimenti, il nuovo pensiero femminista, il sogno della libertà, la lotta contro le istituzioni totali, la chiusura dei manicomi, il nuovo diritto di famiglia. Il 68 avrebbe dovuto essere letto come un segno dei tempi; ma così non fu letto né dalla Chiesa né dai partiti, e perciò non poté sprigionare tutte le sue energie.

Nel 1974 si ruppe l’unità politica dei cattolici col referendum sul divorzio; i “cattolici del no” con Scoppola, Carniti, le ACLI, le comunità di base rifiutarono il sì all’abrogazione preteso da Fanfani e da Gabrio Lombardi. Dopo una notte di preghiera anche il piccolo fratello di Gesù Carlo Carretto disse che avrebbe votato no per compassione verso gli emigrati italiani in Germania rimasti senza famiglia e senza amore.

A causa dell’esito del referendum il sistema di potere si incrinò; la democrazia bloccata dalla clausola di esclusione dei comunisti rischiava di non poter essere più nemmeno democrazia. Senza i comunisti, non aveva i numeri. Era venuto dunque il tempo di mettere il dialogo alla prova, come aveva scritto Mario Gozzini: coi comunisti si poteva parlare, e perfino giungere a fare una maggioranza parlamentare con loro. Alla Badia Fiesolana, nel 1976, ospiti di padre Balducci, ci ritrovammo in un centinaio per decidere il da farsi. C’era un invito del PCI a entrare nelle sue liste come indipendenti. Tutti erano d’accordo; alcuni però preferirono continuare il lavoro da intellettuali, altri decisero di mettere le idee nella mischia, di esporsi in prima persona. Non erano solo cattolici: fu decisiva la scelta del pastore Vinay. Nacque così la componente cristiana della Sinistra Indipendente che raggiunse in Parlamento il sen. Ossicini, l’ultimo erede della Sinistra cristiana, e che divenne un punto di riferimento nel dibattito culturale e politico del Paese.

In Parlamento il battesimo del fuoco arrivò per me, appena eletto, con la legge sull’aborto. Bisognava uscire dal sistema carcerario e clandestino previsto dal codice Rocco; ma non potevamo nemmeno ammettere la liberalizzazione ideologica dei radicali. Perciò cercammo una soluzione conforme alla Costituzione ma non dimentica del Vangelo, il che voleva dire che contrastava con quella di tutti i gruppi parlamentari, dai democristiani ai comunisti. Il confronto fu molto duro, ma infine riuscimmo a mettere nella 194 quelle cose che nel gennaio scorso la Chiesa ortodossa ha chiesto al governo Medvedev di mettere ora nella legislazione russa: l’obbligo di una consultazione preventiva con la donna, la ricerca di alternative all’aborto, l’introduzione di un consenso informato e di un tempo di riflessione, nonché la creazione di “centri di crisi”, che noi chiamavamo consultori, nelle cliniche ostetriche. Per queste proposte il Patriarcato di Mosca è stato ora molto apprezzato a Roma e dall’agenzia di stampa della Santa Sede, mentre allora poco ci mancò che partissero le scomuniche, per non parlare della lapidazione quotidiana da parte dell’ “Avvenire”.

In quella legislatura Moro, che aveva osservato come nelle elezioni del 1976 c’erano stati due vincitori, la Democrazia Cristiana e il Partito comunista, cominciò a tessere la sua tela per giungere a una democrazia compiuta, superando l’esclusione che metteva fuori gioco un terzo dell’elettorato. L’America non voleva, e c’era in Italia chi minacciava di scendere con le armi nella strada, se i comunisti fossero stati ammessi al governo.

Ma le armi già le avevano le Brigate Rosse; e lo sbarramento, interno e internazionale, ad una intesa coi comunisti fu tale che Moro fu ucciso, complice la linea della fermezza che lo votò al sacrificio. Io gridai contro la ragion di Stato che ripeteva la sentenza di Caifa per la quale “è bene che un uomo solo muoia per il popolo”, ma il rombo della fermezza coprì ogni voce alternativa.

Fu lì che morirono anche la Democrazia Cristiana e il Partito comunista, pur se la loro agonia si protrasse nel tempo. L’ultimo guizzo profetico venuto dalla DC furono il 26 luglio 1990 le dimissioni dal governo Andreotti di cinque ministri della sinistra democristiana (Martinazzoli, Fracanzani, Misasi, Mattarella e Mannino) per protesta contro la fiducia pretesa da Craxi sulla legge Mammì; era la legge che consegnava tutte e tre le reti televisive e un enorme gettito pubblicitario a Berlusconi, che Martinazzoli accusava di essere un “capitalista da Far West”; ma il fedele Confalonieri replicava che andava bene proprio così, che John Ford e il Far West erano la metafora del progresso. Quanto a noi, l’ultima cosa che facemmo fu la nuova legge sull’obiezione di coscienza, talmente bella che subito dopo per rivalsa abolirono il servizio militare obbligatorio.

Morendo la DC e il PCI, morivano anche le prospettive, forse troppo ambiziose, di imprimere un corso diverso alla storia del mondo. La speranza era stata che, a partire dal caso italiano, lo scontro tra le due culture, occidentale e comunista, potesse non risolversi nell’annichilimento dell’una o dell’altra, ma nella ricomposizione dell’unità umana, nel trascendimento degli opposti, nell’incontro fecondo tra le due culture e anzi tra tutte le culture.

Invece si partì con la corsa al riarmo nucleare, i missili, Comiso, e quando, nonostante il tentativo di Gorbaciov, lo Stato sovietico crollò, il ministro degli esteri De Michelis venne in Parlamento a dire che la guerra fredda era finita e che noi l’avevamo vinta.

Non sapeva che a finire non era solo l’utopia comunista, ma anche il sogno occidentale di una democrazia realizzata, dove la politica moderasse l’economia, il costituzionalismo garantisse i diritti e tenesse entro limiti invalicabili il potere, la giustizia fosse realizzata, e le Repubbliche togliessero gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana.

Il Novecento finì così con una sconfitta. Non vinse né il socialismo né il costituzionalismo liberale; si ripeté il fato che sempre ritorna, del né né: né con lo Stato, né con le Brigate Rosse, né col comunismo né con la democrazia, né con Berlusconi né con i suoi giudici.

Invece venne ripristinata la guerra, il ripudio venne revocato; si cominciò con la guerra del Golfo. Poco prima che cominciassero i bombardamenti, con un gruppo di parlamentari andai a Bagdad, contemplai la città che stava per essere distrutta, e mi feci tradurre in arabo una lettera da far giungere nelle mani di Saddam Hussein, in cui lo scongiuravo, per il suo popolo, per i palestinesi, per la pace, in nome di Allah, di evitare la guerra con gli Stati Uniti: noi sapevamo quale fosse la potenza militare americana, e che cosa poteva voler dire cadere sotto il suo fuoco.

Poi ci fu la guerra con la Iugoslavia, la NATO si propose come nuovo sovrano militare mondiale; a Belgrado, dove ero andato con un una delegazione di “un ponte per”, che portava aiuti, rischiammo di cadere sotto il fuoco amico la notte in cui gli americani, che già avevano distrutto la Zastava e i ponti sul Danubio, bombardarono per soprappiù l’ambasciata cinese e l’albergo Iugoslavia che avevamo appena lasciato.

I guai vennero poi a cascata. Rilegittimata sul piano mondiale la violenza, in Israele si fece strada l’idea che, pur senza la pace, i palestinesi avrebbero potuto cessare di essere un problema; l’Europa, che era stata la grande costruzione ideale e politica del secolo, non ebbe voce, si infilò nelle maglie economicistiche di Maastricht. In Italia cominciò la demolizione della Costituzione; la democrazia rappresentativa, che finalmente avrebbe potuto funzionare essendo venuta meno la “conventio ad excludendum” dei comunisti, fu abbandonata per essere sostituita alla fine con un Parlamento del principe in un sistema bipolare selvaggio, e cominciò la guerra contro i giudici perché non avesse mai più a ripetersi Mani Pulite e i politici infedeli potessero procacciarsi l’impunità.

Quando finì il Novecento, finì anche il Millennio. A Roma, come assessore, avevo organizzato un convegno internazionale nel quale avevamo posto la domanda: che cosa di buono e salutare del Novecento dobbiamo portarci dietro nel nuovo millennio, e che cosa dobbiamo abbandonare, perché non ritorni mai più?

Questa domanda vale anche oggi, quando la situazione è assai grave, il Novecento è rimasto incompiuto, la democrazia è interrotta, l’Italia ha smesso di essere felice e un fuorilegge si aggira per l’Europa parlando in nostro nome.

La mia risposta, che ho voluto darvi qui stasera, è che del Novecento restano, insieme a molti altri doni, quelle tre grandi cose che furono la Costituzione, il Concilio, e il 68. Ma nessuna di queste cose potrà sopravvivere, se non sarà assunta con amore, così come per amore sono state compiute. Non c’è dubbio che alla Costituente uomini come Moro, Dossetti, Basso, La Pira, Lazzati, Calamandrei, e donne come Laura Bianchini, Angela Gotelli, Teresa Mattei, operarono per amore. Non c’è dubbio che Giovanni XXIII ha osato il Concilio per amore. E il ’68 è stato l’utopia dell’amore come alternativa al potere. Oggi si può anche difendere la Costituzione, come noi facciamo, ma senza un amore che abbia l’assillo del bene comune di tutti i cittadini, essa è destinata a sfiorire e a cadere a pezzi, ben oltre l’art. 41; oggi un papa potrà pure rendere formale omaggio al Concilio, ma se non lo assume con amore, anzi con passione, non potrà dare nuova vita alla Chiesa; oggi il 68 è dimenticato e da molti perfino esecrato; ma se le nuove generazioni si incistano nei loro amori privati, e non riscoprono la dimensione comunitaria, politica e pubblica dell’amore, inaridiranno nei loro egoismi. Come diceva Aldo Capitini parlando della nonviolenza, come di una scelta fatta per amore: “ma è l'amore che non si ferma a due, tre esseri, dieci, mille (i propri genitori, i figli, il cane di casa, i concittadini, ecc.); è amore aperto, cioè pronto ad amare altri e nuovi esseri, o ad amare meglio e più profondamente gli esseri già conosciuti. Perciò non è mai perfetto e non finisce mai”.

Oggi, a dieci anni dall’inizio del nuovo Millennio, siamo preoccupati per i giovani e per i figli dei loro figli che vivranno in questo secolo. Quello che noi possiamo fare è di trasmettere loro gli attrezzi e le speranze che noi abbiano avuto nel Novecento, sapendo però che saranno loro a decidere cosa farne, e anche come dotarsi di attrezzi nuovi. Ogni generazione ha le sue vie. Non si tratta perciò di lasciare ai nostri figli degli altarini alla Costituzione al Concilio e alla contestazione, ma di dire il senso che queste cose hanno avuto per noi. E forse, riecheggiando una vecchia parola, potremmo dirlo così: queste sono le tre cose che rimangono: il diritto, la fede, la libertà; ma di tutte più grande è l’amore.

domenica 20 febbraio 2011
Fonte: Blog di Raniero La Valle

mercoledì 23 febbraio 2011

Italia primo fornitore europeo di armi alla Libia

- di Giorgio Beretta – su Unimondo -

14 05 2009 consegna a gaeta delle motovedette alla libia 300x201 Italia primo fornitore europeo di armi alla LibiaL’Italia non solo è uno dei principali partner commerciali della Libia, ma è il maggiore esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi. I Rapporti dell’Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari (qui l’ultimo rapporto e un’analisi) certificano che nel biennio 2008-2009 l’Italia ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE (circa 595 milioni di euro). Tra gli altri paesi europei che nel recente biennio hanno dato il via libera all’esportazione di armi agli apparati militari di Gheddafi, figurano la Francia (143 milioni di euro), la piccola Malta (quasi 80 milioni di euro), la Germania (57 milioni), il Regno Unito (53 milioni) e il Portogallo (21 milioni).

A differenza colleghi europei, il ministro degli Esteri Frattini si è guardato bene dal dichiarare anche solo la sospensione temporanea dei rifornimenti di armi a Gheddafi. Eppure da quando sono iniziate le manifestazioni di piazza in diversi paesi del nord Africa non sono mancate le dichiarazioni in tal senso delle principali cancellerie europee.

Ha cominciato la Francia annunciando la sospensione dell’invio all’Egitto non solo di sistemi militari ma anche di ogni materiale esplosivo o destinato al controllo dell’ordine pubblico tra cui i gas lacrimogeni. Ha proseguito la Germania dichiarando l’interruzione delle forniture di armi verso l’Egitto manifestando specifiche “preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani nella risposta alle proteste” da parte delle forze dell’ordine vicine al presidente Mubarak. Il 17 febbraio la Francia ha quindi esteso lo stop alla vendita di armi anche al Bahrain e alla Libia. E lo stesso Foreign Office britannico, inizialmente poco propenso ad ammettere l’uso di armi inglesi contro la popolazione a Manama, il giorno successivo ha revocato numerose autorizzazioni all’esportazione di armi in Bahrain e Libia. Tra i principali esportatori europei di armamenti solo l’Italia tace.

Eppure non sono mancate le sollecitazioni. Dopo i primi tumulti nei paesi del nord Africa, Rete Disarmo e la Tavola della pace avevano chiesto esplicitamente al Governo italiano di sospendere ogni forma di cooperazione militare con Algeria, Egitto e Tunisia e di fatto con tutti i paesi dell’area. Simili richieste sono state inoltrate dalle associazioni pacifiste in Germania, in Francia e nel Regno Unito. I cui governi, inizialmente refrattari, hanno dovuto rispondere all’opinione pubblica. Solo il ministro Frattini è sordo ad ogni sollecitazione.

Non sono certo bruscolini gli affari in armi delle industrie militari italiane con il colonnello Gheddafi a cominciare da quelle controllate Finmeccanica. La holding italiana è partecipata per la quota di maggioranza (il 32,5%) dal Ministero dell’Economia, ma ha come secondo azionista proprio la Lybian Investment Authority (LIA), l’autorità governativa libica che detiene una quota del 2,01%: quota che Gheddafi mira ad espandere fino al 3% del capitale per imporre nel consiglio di amministrazione alcuni dei suoi uomini fidati e che comunque già adesso le permetterebbe di eleggere fino a quattro delegati.

Da quando nel 2004 l’Unione europea ha revocato l’embargo totale alla Libia, le esportazioni di armamenti italiani al regime del colonnello Gheddafi hanno visto un crescendo impressionante. Si è passati dai poco meno di 15 milioni di euro del 2006 ai quasi 57 milioni del 2007. Ma è soprattutto nell’ultimo biennio – anche a seguito del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” firmato a Bengasi nell’agosto del 2008 dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal leader della Rivoluzione, Muammar El Gheddafi – che le esportazioni di armamenti italiani verso le coste libiche hanno preso slancio. L’articolo 20 del Trattato prevede infatti “un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”, nonché lo sviluppo della “collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate”. Si è cominciato quindi con 93 milioni di euro nel 2008 e proseguito nel 2009 con quasi 112 milioni di euro che fanno oggi dell’Italia il principale fornitore europeo – e probabilmente mondiale – di armi al colonnello Gheddafi.

Le asettiche Relazioni della Presidenza del Consiglio sulle esportazioni militari degli ultimi anni parlano di generici “aeromobili” (Rapporto 2006, Tabella P.), “veicoli terrestri” e ancora “aeromobili” (Rapporto 2007, Tabella 18), ma poi anche di “bombe, siluri,razzi, missili e accessori” e “apparecchiature per la direzione del tiro” e i soliti “aeromobili” (Rapporto 2008, Tabella 15) e più di recente anche di tutto quanto sopra con l’aggiunta di sempre generiche “apparecchiature elettroniche” e “apparecchiature per la visione di immagini” (Rapporto 2009, Tabella 15).

Spulciando le più corpose Relazioni annuali si scopre qualcosa di più: nel 2006 è stata autorizzata l’esportazione a Tripoli di due elicotteri AB109 militari dell’Agusta del valore di quasi 15 milioni di euro. Nel 2007 sempre l’Agusta ha incassato 54 milioni di euro per l’ ammodernamento degli aeromobili CH47. Nel 2008 è stato dato il via libera per l’esportazione di otto elicotteri A109 per 59,9 milioni di euro sempre dell’Agusta e all’Alenia Aeronautica per un aeromobile ATR42 Maritime Patrol del valore di 29,8 milioni di euro. Nel 2009 altri due elicotteri AW139 dell’Agusta per circa 24,9 milioni di euro e quasi 3 milioni per “ricambi e addestramento” per velivoli F260W della Alenia Aermacchi, ma anche una autorizzazione alla MBDA Italiana, azienda leader a livello mondiale nei sistemi missilistici, per materiali di cui non si rintraccia l’autorizzazione (se non il numero: MAE 18160) del valore di 2.519.771 euro.

Non sembrino poca cosa i poco più di 2,2 milioni di euro e per “ricambi e addestramento” dei velivoli F260W della Alenia Aermacchi: la Libia infatti possiede circa 250 aerei F260W, “un numero spropositato, anche considerando che si tratta del modello armabile” – notano gli analisti. “Questi velivoli in origine Siai Marchetti, che in Europa vengono utilizzati come addestratori, ma che in Africa e America latina sono spesso impiegati come bombardieri, sono stati venduti all’Aeronautica libica negli anni Settanta. Ne erano stati acquistati 240, oggi non si sa quanti siano in servizio. Nel 2006 un certo numero di questi velivoli sono stati ceduti alle forze armate ciadiane che li hanno utilizzati per bombardare i ribelli sulle frontiere con il Sudan” – ricorda Enrico Casale.

Nella sua approfondita inchiesta sulle esportazioni di armamenti italiani alla Libia dal titolo “Roma-Tripoli: compagni d’armi”, il giornalista del mensile Popoli, evidenzia inoltre che Finmeccanica e la Libyan Investment Authority hanno stretto ulteriormente i loro rapporti il 28 luglio 2009 con un nuovo accordo: si tratta di un’intesa generale attraverso la quale la holding di piazza Montegrappa e il fondo sovrano si impegnano a creare una nuova joint-venture (con capitale di 270 milioni di euro) attraverso la quale gestiranno gli investimenti industriali e commerciali in Libia, ma anche in altri Paesi africani. Il primo frutto è stato un accordo siglato da Selex Sistemi Integrati, società controllata da Finmeccanica, e dal governo libico: un contratto, del valore di 300 milioni di euro, che prevede la creazione di un sistema di “protezione e sicurezza” dei confini meridionali della Libia per frenare l’immigrazione.

Forse anche per questo il ministro Frattini è in difficoltà ad intervenire quando sente parlare di sanzioni contro il leader libico. Gli andrebbe ricordato che la legge 185 del 1990 e la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti chiedono di accertare il “rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale e il rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di detto paese” e di rifiutare le esportazione di armamenti “qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna”.

Proprio per evitare questo tipo di utilizzo, Francia, Germania e Regno Unito hanno deciso nei giorni scorsi di sospendere le esportazioni militari a diversi paesi tra cui la Libia. Il ministro degli Esteri italiano, invece tace. Che sia all’oscuro delle dichiarazioni dei suoi colleghi?

Intanto il ministro della Difesa, La Russa conferma da Abu Dhabi che la nave della marina militare Elettra è stata mobilitata per far fronte alla emergenza creata dalla crisi in Libia. La Russa si trova negli Emirati Arabi per una non ben specificata (dai media italiani) “visita ufficiale”. Guarda caso proprio nell’emirato dove è in corso l’International Defence Exhibition and ConferenceIDEX 2011), “il più grande salone espositivo su difesa e sicurezza nel Medio Oriente e nel Nord Africa”. Al quale non potevano mancare tutte le maggiori industrie italiane di armamenti. Specialmente Finmeccanica che ha realizzato “un padiglione all’avanguardia in linea con i principi espressi nel suo Rapporto di sostenibilità“. E per cercare nuovi acquirenti in un’area che è sicuramente di “interesse strategico” adesso che diversi dittatori sono in bilico. (

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

http://www.unimondo.org/Notizie/Italia-primo-fornitore-europeo-di-armi-alla-Libia