lunedì 7 maggio 2012
C'era una volta il Paese dei sindaci
martedì 27 settembre 2011
Il falso testamento

Testamento biologico Amare la vita senza crociate

di Pax Christi
Amore per la vita, relazione di cura e dignità umana: si tratta di temi di grande rilievo etico in quanto vanno a incidere nella relazione con il medico, con i parenti e non solo, in quelle situazioni delicatissime in cui il paziente non è in grado di manifestare una sua propria volontà per una grave invalidità come quando egli versa in uno stato vegetativo. Inoltre si tratta di casi relativamente nuovi in quanto sono stati resi possibili dai recenti e positivi successi della medicina che hanno consentito di strappare alla morte sempre nuove tipologie di ammalati. E paradossalmente numerosi tra i casi in questione sono in parte provocati dai progressi della scienza medica e dagli sviluppi della tecnica.
L’importanza etica di tali temi, unita alla loro novità, ha determinato un clima di contrapposizione che non ha favorito la ricerca delle soluzioni più ragionevoli e maggiormente orientate al bene comune. Così come è probabile che anche l’approvazione definitiva da parte del Senato della Repubblica della legge sul fine vita in realtà sarà solo una prima tappa di un percorso che si annuncia controverso anche in considerazione del quadro costituzionale, giurisprudenziale e politico in cui si inserisce.
In questo contesto, ci sembra opportuno, come cristiani appartenenti a Pax Christi, di farci carico della condizione di incomprensione e di disagio determinatasi nella compagine ecclesiale e nella società civile a seguito delle modalità con cui si è giunti al voto in Parlamento. È importante che noi cristiani favoriamo un dibattito pubblico in cui sia ridotta la polemicità del confronto, siano mostrati i limiti di posizioni ideologiche (che potrebbero addirittura condurre alla diffusione di tesi dichiaratamente favorevoli all’eutanasia) e sia favorita la formazione di una convergenza di alto profilo attorno ai valori della persona, specialmente se malata, nella convinzione secondo cui «tutti gli uomini, credenti e non credenti, debbano contribuire alla retta edificazione di questo mondo, entro il quale si trovano a vivere insieme: il che non può avvenire senza un sincero e prudente dialogo» (Gaudium et spes, 21).
Anzitutto ci richiamiamo con forza all’imperativo che riassume tutti gli altri imperativi: l’amore che è dovuto al fratello specie quando è solo, debole, ammalato. Questo significa che la vita, la concreta vita di chi soffre, deve essere costantemente sostenuta, protetta, tutelata nella sua interezza. E la vita può essere criminosamente sottratta dall’eutanasia, ma può essere gravemente offesa anche nella situazione opposta dell’accanimento terapeutico in cui essa viene vanamente protratta attraverso – per usare le espressioni del Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2278) – procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi. E va anche ribadito (più di quanto lo si sia fatto finora) che la vita è altresì minacciata nelle ancora più frequenti ipotesi di abbandono terapeutico in cui, per ragioni ultimamente economiche, al paziente non vengono offerte la cura e l’assistenza richieste. E l’abbandono terapeutico è la vera emergenza bioetica nei Paesi più poveri del nostro (cioè per la grande maggioranza della popolazione mondiale). Chi oggi difende l’attuale legge, esibendo l’intenzione di difendere il valore della vita, deve porsi con coerenza il problema di garantirne sempre le condizioni in vari contesti: nella cooperazione internazionale, oggi sollecitata a ridurre il dramma della fame nel Corno d’Africa; nella politica estera, dove l’intervento militare si arroga il diritto di scegliere quali vite difendere a scapito di altre; nell’economia nazionale, dove la manovra finanziaria colpisce pesantemente la vita di moltissime famiglie anche nell’ambito della sanità.
Da parte dei cristiani va poi affermato con chiarezza che l’amore verso chi soffre comporta una speciale attenzione alla considerazione della sua dignità di cui è parte essenziale il rispetto della sua ragionevole volontà in ordine all’avvio e prosecuzione delle terapie anche qualora egli non sia competente o capace. L’autodeterminazione del paziente (se intesa come arbitraria disposizione di sé) e il paternalismo del medico (se inteso come unilaterale decisione della terapia più adeguata) sono entrambe posizioni che non rendono conto di ciò che deve caratterizzare la relazione di cura. Il paziente deve potere essere certo che, senza complesse formalità, sarà rispettato nella sua volontà ragionevole anche qualora non potesse più confermarla personalmente. Il medico deve potere, fin che è possibile, dialogare con il suo assistito e quindi con le persone che gli sono vicine per attuare le terapie che egli giudica più opportune con la massima serenità anche sotto il profilo giuridico. In questa prospettiva, l’“alleanza terapeutica” di paziente e medico non deve essere solo un obiettivo programmatico, ma una pratica da realizzare anche nelle situazioni in cui il paziente può apparire come un soggetto passivo rispetto ad interventi altrui.
Aspettando le elezioni nel Deserto dei Tartari

ANCHE IERI si è ripetuto il logoro copione che si recita in Italia, da oltre un anno e forse più. Bersani ha invocato un governo di emergenza. Gli hanno fatto eco Fini e Casini, invocando nuove elezioni. Ma Berlusconi ha ribadito che non ha nessuna intenzione di dimettersi.
Né di anticipare il voto, senza la sfiducia del Parlamento. Anche se ormai la sua parabola è alla fine. O, forse, proprio per questo. Se uscisse di scena, a differenza del passato, stavolta difficilmente riuscirebbe a rientrare in gioco. Parallelamente, nel Pdl, pochi - oltre a Pisanu - sembrano disposti ad accantonare il proprio leader-padrone. A parte il fatto che nessuno ne avrebbe la forza, tutti si rendono conto che senza Berlusconi il Pdl resterebbe privo di identità e organizzazione. La stessa Lega vive con disagio crescente l'alleanza con Berlusconi. Soprattutto i militanti e la base, sempre più insofferenti. Ma Bossi e suoi fidi esitano a staccare la spina.
Il destino dei due leader è reciprocamente legato. Se Berlusconi cadesse, la posizione di Bossi verrebbe compromessa. Senza il Pdl e senza Berlusconi (per non dire senza Bossi), lontano dal governo: la stessa Lega, rischierebbe la marginalità politica e il declino elettorale. Come avvenne dopo la svolta secessionista del 1996. Una prospettiva insopportabile per un partito che ha da difendere (e da perdere) molti posti di governo - e di sottogoverno. Nella pubblica amministrazione e nella finanza. A livello nazionale e locale.
Così Berlusconi e il centrodestra "resistono" in Parlamento. Dove dispongono ancora di una maggioranza precaria. Sufficiente a garantire la "fiducia" quando è necessario. Mentre tra gli elettori oggi sono una minoranza, largamente "sfiduciata" dai cittadini.
Ciò rende il ricorso a elezioni anticipate assai improbabile. Anche se l'ipotesi echeggia, un giorno sì e l'altro pure. Ma le elezioni non le vuole nessuno. Anzitutto nella maggioranza. Figurarsi. Oggi, per il centrodestra, significherebbe perderle. Anche se Berlusconi dà il meglio di sé in campagna elettorale, quando è dato per spacciato. Ma stavolta è diverso. La sua stagione è finita. I valori e i modelli su cui ha fondato il proprio successo: logori e inattuali. La sua immagine non attrae più. Semmai avviene il contrario. La sua "base sociale" l'ha abbandonato. Gli imprenditori piccoli e grandi: ne chiedono le dimissioni da mesi. Ai loro congressi basta inveire contro il governo e il presidente del Consiglio per sollevare grandi boati di approvazione. La stessa Chiesa appare tiepida. Anche se le gerarchie mantengono un atteggiamento fin troppo prudente di fronte ai modelli e agli stili di vita proposti da chi guida il Paese.
Insomma, si tratta del momento peggiore per andare al voto, dal punto di vista di Berlusconi e del Pdl. Ma anche dal punto di vista della Lega, in evidente difficoltà nel recitare la parte dell'opposizione, dopo aver sostenuto fedelmente Berlusconi, da dieci anni in qua. Bossi lo ha detto esplicitamente a Pontida. È cambiato il "ciclo politico". A favore della Sinistra. E allora, perché votare? Tanto più che neppure a sinistra - nonostante il vento favorevole - si coglie molta voglia di andare al voto presto. Il Pd non si sente pronto. È diviso sulla questione delle alleanze. L'idea del Nuovo Ulivo, insieme all'Idv e a Sel, a Di Pietro e Vendola, dispiace a una parte del Pd, che preferirebbe la Grande Coalizione con il Terzo Polo. E teme di spingere l'Udc in braccio al centrodestra. A ragione, visto che le sorti della competizione elettorale diverrebbero altamente incerte.
Peraltro, la prospettiva del voto avvicinerebbe le primarie. Su cui nel Pd non c'è armonia di vedute. Quando e come farle? Primarie di partito o di coalizione? Oppure entrambe? Perché le primarie al gruppo del Pd piacciono quando l'esito è scontato. Non se sono davvero "aperte".
Infine, c'è la questione della "legge elettorale". Votare presto costringerebbe a utilizzare il famigerato Porcellum. Proprio mentre l'iniziativa referendaria, promossa da Parisi, volta ad abrogarlo e ristabilire il sistema elettorale precedente, ha ottenuto un massiccio sostegno popolare. Viaggia ben oltre le 500mila firme. Non a caso Alfano, a nome di Berlusconi, nei giorni scorsi, si è detto pronto a riformare l'attuale legge. Presumibilmente, per prendere tempo. E per evitare un nuovo referendum. Rischioso come il precedente, per il centrodestra. Mentre al Terzo Polo non piacciono né il Porcellum né il Mattarellum.
Mi rendo conto che questa ricostruzione, pedante e un po' prolissa, può apparire noiosa e scontata. Persino banale. Tuttavia, mi è parso utile proporla. Non solo a memoria futura - e presente. Ma perché dà il senso di quel che sta capitando nel nostro sistema politico. Mentre tutto intorno ci crolla addosso. Mentre le vicende politiche e i mercati globali richiederebbero - e, anzi richiedono - un governo che governi e un presidente del Consiglio credibile - o almeno non squalificato. Sostenuto da una maggioranza che sia tale non solo in Parlamento - e spesso neppure lì. Ma anche tra i cittadini e gli elettori.
In Italia, invece, viviamo un tempo di elezioni e dimissioni imminenti. Sempre possibili e da molte parti auspicate. Ma puntualmente scongiurate e rinviate. È come fossimo perennemente in crisi di governo. In campagna elettorale permanente. Quando non è possibile decidere nulla, perché è importante inseguire e conquistare ogni segmento di opinione pubblica. Ogni frammento del mercato elettorale. Un giorno dopo l'altro. Un momento dopo l'altro. Così tutto si agita, nel nostro piccolo mondo. Ma tutto resta uguale. Mentre fuori infuria la bufera (politica, monetaria, economica, finanziaria...).
Verrebbe da evocare la fortezza Bastiani, dove l'ufficiale Giovanni Drogo, insieme alla sua guarnigione, attende l'arrivo del nemico. Che non arriva mai. Nel Deserto dei Tartari narrato da Dino Buzzati. Ma si tratterebbe di una citazione troppo nobile, per il nostro povero Paese. Per il penoso spettacolo offerto dalla nostra scena politica. Che mi rammenta, piuttosto, un tapis roulant. Dove cammini e corri, con continui cambi di velocità e di pendenza. Ma resti sempre fermo. Nello stesso posto. Nella tua stanza. Senza una meta. Senza un orizzonte. Mentre il mondo fuori incombe.
La Repubblica (26 settembre 2011)
mercoledì 15 giugno 2011
Il popolo dei disobbedienti
di ILVO DIAMANTI
IL REFERENDUM è passato ma i suoi effetti - politici e sociali - dureranno a lungo. Perché il successo del referendum è, a sua volta, effetto di altri processi, maturati in ambito politico e sociale. E perché i referendum hanno sempre marcato le svolte della nostra storia repubblicana.
Fin dal 1946 - quando nasce, appunto, la Repubblica. Poi: nel 1974, il referendum sul divorzio. Il Sessantotto trasferito sul piano dei costumi. La svolta laica e antiautoritaria della società italiana. Nel 1991, giusto vent'anni fa, il referendum sulla preferenza unica per la Camera. È il muro di Berlino che rovina su di noi. Annuncia la fine della Prima Repubblica e l'avvio della Seconda. Nel 1995, il referendum contro la concentrazione delle reti tivù. Dunque, contro la posizione dominante di Berlusconi. Fallisce. E rende difficile, in seguito, ogni azione contro il conflitto di interessi. Da lì in poi tutti i referendum abrogativi falliscono. A partire da quello dell'aprile 1999. Riguardava l'abolizione della quota proporzionale nella legge elettorale. Non raggiunse il quorum per una manciata di votanti. Sancisce la fine del referendum come metodo di riforma e di cambiamento istituzionale, ad opera della società civile. Perché i referendum sono strumenti di democrazia diretta. Complementari, ma anche critici rispetto alla democrazia rappresentativa. Ai partiti e ai gruppi dirigenti che li guidano. Per questo hanno la capacità di modificare bruscamente il corso della storia. Quando il distacco fra la società civile e la politica diventa troppo largo. Negli ultimi vent'anni questo divario è stato colmato - in modo artefatto - dalla personalizzazione, dallo scambio diretto fra i leader e il popolo, attraverso i media. Ora questo ciclo pare finito. Il referendum di domenica scorsa lo ha detto in modo molto chiaro e diretto.
In attesa di vedere cosa cambierà - a mio avviso, molto presto - proviamo a capire cosa sia avvenuto e perché.
1. Il referendum, come avevamo già scritto, è il terzo turno di questa lunga e intensa stagione elettorale. Il suo esito è stato, quindi, favorito dai primi due turni. Le amministrative. Dal successo del centrosinistra a Milano, Napoli, Torino, Bologna, Cagliari, Trieste. E dalla parallela sconfitta del Pdl e della Lega. Soprattutto, ma non solo, nel Nord. I referendum erano stati dissociati, temporalmente, dalle amministrative, per ostacolarne la riuscita. È avvenuto esattamente il contrario. Le amministrative hanno agito da moltiplicatore della mobilitazione e della partecipazione. Un effetto boomerang, per il governo, come ha rammentato Gad Lerner all'Infedele.
2. I singoli quesiti posti dai referendum, come di consueto, non sono stati valutati in modo specifico, dagli elettori. La differenza tra proprietà e uso dell'acqua, l'utilità della ricerca nucleare. In secondo piano. Al centro dell'attenzione dei cittadini, altre questioni, non di merito ma sostanziali. Il valore del bene comune. Il bene comune come valore. Ancora: la sicurezza intesa non come "paura dell'altro" ma come tutela dell'ambiente. La ricerca del futuro, per noi e per le generazioni più giovani.
3. Letti in questa chiave, i referendum sono divenuti l'occasione per fare emergere un cambiamento del clima d'opinione, ormai nell'aria - chi non ha il naso chiuso dal pregiudizio lo respirava da tempo. Una svolta mite, annunciata dal voto amministrativo, ribadita dal referendum. Una svolta di linguaggio, di vocabolario, che ha restituito dignità a parole fino a ieri dimenticate e impopolari. Vi ricordate altruismo e solidarietà? Chi aveva più il coraggio di pronunciarle? Per questo, paradossalmente, il referendum sul legittimo impedimento, il più politico, il più temuto dalla maggioranza e anzitutto dal suo capo, è passato quasi in second'ordine. A traino degli altri.
4. Qui c'è una chiave, forse "la" chiave del risultato. I referendum riflettono il cambiamento carsico, avvenuto e maturato nella società. Che, secondo Giuseppe De Rita, si sarebbe ulteriormente frammentata. In questa galassia, attraversata da emozioni più che da ragioni, dalle passioni più che dagli interessi, è cresciuto un movimento diffuso. Affollato di giovani e giovanissimi. La cui voce echeggia attraverso mille piccole manifestazioni, nei mille piccoli luoghi di vita quotidiana. Attraverso il contatto diretto. Attraverso la Rete. Per questo è poco visibile. Ma attivo e vitale. L'ostracismo della maggioranza di governo, il silenzio di MediaRai. Li hanno aiutati. Legittimati. Perché la tivù MediaRai e i suoi padroni, ormai, sono il passato.
5. Tuttavia, una partecipazione così alta sarebbe stata impensabile se non avesse coinvolto altri settori della società. Il popolo della Rete, per quanto ampio, è una èlite. Giovane, colta, cosmopolita. Non avrebbe sfondato se non avesse coinvolto genitori, nonni, zii. Un elettorato largo e politicamente trasversale. Il successo dei referendum, infatti, scaturisce dalla spinta dei movimenti sociali, dal sostegno dei partiti e degli elettori di centrosinistra. Ma anche da quelli di centrodestra. Si guardi la geografia elettorale della partecipazione. Le Regioni del Nord (ora non più) Padano hanno espresso i tassi di partecipazione fra i più elevati. Osserviamo, inoltre, il risultato complessivamente ottenuto alle Europee del 2009 dai partiti di Centrosinistra, Sinistra e dall'Udc. Quelli che hanno sostenuto l'opportunità di votare in questa occasione. Ebbene, risulta evidente che la partecipazione è stata molto più ampia rispetto alla loro base. Nel Nord Est: ha votato il 32% (e circa 1.700.00) di elettori in più. Nel Nord Ovest: il 29% (e circa 3.500.000) di elettori in più. In Italia, complessivamente, il 28% (e circa 13.000.000) di elettori in più. (Elaborazioni Demos, su dati Ministero degli Interno; indicazioni analoghe provengono dalle analisi dell'Istituto Cattaneo su dati delle elezioni politiche 2008).
6. Da qui il senso generale di questo passaggio elettorale. È cambiato il clima d'opinione. Il tempo della democrazia personale e mediale - come ha osservato ieri Ezio Mauro - forse è alla fine. Mentre si scorgono i segni di una democrazia di persone, luoghi, sentimenti. Passioni. I partiti e gli uomini che hanno guidato la stagione precedente, francamente, sembrano improvvisamente vecchi e fuori tempo. Il Pdl - ma anche la Lega. Berlusconi - ma anche Bossi. Riuscivano a parlare alla "pancia della gente", mentre la sinistra pretendeva di parlare alla "testa". Per questo il centrodestra era popolare. E la sinistra impopolare. Fino a ieri. Oggi, scopriamo che, oltre alla pancia e la testa, c'è anche il cuore. Parlare al cuore: è importante.
Fonte: La Repubblica (15 giugno 2011)
sabato 11 giugno 2011
LETTERA 150 marzo-giugno 2011

Rientrato nella capitale, l’uomo aveva completamente perso la voce per quindici giorni, poi la voce era tornata e se n’era andata la sensazione di debolezza che lo aveva afflitto. Si sentiva giovane e forte, dichiarò. Ma era felice, soprattutto perché gli era nata una nipotina “perfetta”, niente a che vedere con certi poveri piccoli mostri. Due mesi più tardi telefonai per avere sue notizie. “Il compagno ministro è morto – mi rispose un funzionario. -La nipotina? Non so niente di nipotine”.
Era una favela grande, nello splendore della Bahia. Arrivò un vecchio Prete-Manager italiano e decise che avrebbe beneficato i poveri, costruendo un ospedale; e costruendolo proprio lì, dove stava la favela. Tra il Vecchio e i favelados cominciò allora una guerra fatta di avvocati, carte bollate e polizia, da una parte, e, dall’altra, gli analfabeti e i loro bambini. Il primo round fu vinto dai testardi baraccati e allora qualcuno arruolò un gruppo di jaçungos per le necessarie pulizie. Gli jaçungos sono piccoli e grandi delinquenti, non costano neppure tanto e lavorano bene. Visitarono di notte la favela, spararono in alto, distrussero i piccoli orti, diedero qualche spallata alle baracche. I bambini piansero, gli uomini e le donne no. Gli imprenditori domandarono ai teppisti se fossero rincoglioniti, si dessero da fare. Allora gli jaçungos dinamitarono una fonte intorno alla quale la faavela era sorta - e la storia finì. Senza libera acqua i poveri non vivono. Il prete-manager diventò ancora più santo. (Interrogazione del deputato Masina al ministro degli esteri, X legislatura, 1989).
Simòn Perez Mocilla aveva sedici anni quando, nell’aprile del 2000, marciò verso Cochabamba, la terza città della Bolivia. con tutti gli abitanti del suo villaggio. Sulla strada nazionale, quando vi entrarono, c’era già una folla fittissima di campesinos e minatori di altri paesi; e c’erano le donne con i loro cappelli duri che i turisti italiani definiscono ridendo “bombette” e gli abiti verdi e rossi, e le bambine con grandi trecce nere, e i maschietti che cercavano di imparare le canzoni dei padri. Simòn e i suoi compagni gridavano: “L’acqua è nostra, l’acqua è nostra”: L’anno prima il governo aveva venduto la distribuzione dell’acqua a una multinazionale. Subito le tariffe erano state più che quadruplicate e poco dopo ancora quadruplicate. Persino per raccogliere l’acqua piovana ci voleva un permesso. Ogni famiglia doveva pagare per l’acqua almeno 2 dollari al giorno, cioè un quarto della spesa per il vitto. Gli ufficiali giudiziari correvano da una all’altra capanna per estorcere i balzelli. Inutilmente i vecchi avevano raccontato che l‘acqua era un dono della Pacha Mama, la grande Madre Terra. Quando il popolo boliviano decise che né acqua né aria potevano essere vendute, le multinazionali inferocirono: non soltanto quegli straccioni si permettevano di protestare, ma se avessero avuto successo avrebbero certamente finito per sostenere che anche il petrolio e il gas erano doni di quella loro genitrice del c… Allora i gringos misero sull’attenti i loro complici boliviani e questi inviarono la polizia con l’ordine di reprimere la protesta. Vi furono 6 morti e 175 feriti. Simòn fu ucciso mentre cercava di portare in salvo un bambino accecato dai lacrimogeni. Il governo si rimangiò l’accordo con la multinazionale.
Mentre la visagista gli rifaceva il tatuaggio sul cranio, la segretaria gli ricordò con qualche imbarazzo che il giorno dopo ci sarebbe stata “quell’udienza” in tribunale. Lui la guardò sorridendo, disse: “Mi consenta” e fece il gesto dell’ombrello.
Una constatazione (Centro Ricerca Pace, Viterbo)
Perdere i referendum, ovvero non raggiungere il quorum avrebbe conseguenze disastrose: la sconfitta rafforzerebbe enormemente le norme di legge che i referendum propongono di abrogare. In dettaglio: non raggiungere il quorum nel referendum per fermare il nucleare avrebbe come risultato un fortissimo sostegno alla follia nucleare; non raggiungere il quorum nei due referendum in difesa dell'acqua avrebbe come risultato un fortissimo sostegno alla mercificazione dell'acqua; non raggiungere il quorum nel referendum sul principio dell'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge avrebbe come risultato un fortissimo sostegno all'eversione dall'alto neofeudale.
Passaparola
Attenzione!
Le schede dei referendum sono di tipo "carta copiativa" ; se le sovrapponi, si segnano anche quelle sotto, che poi vengono annullate.
Il mio libro
Ettore Masina, L'ARCIVESCOVO DEVE MORIRE. Oscar Romero e il suo popolo. Ed. Il Margine, Trento
Pubblicato un libro, bisogna diffonderlo. Le coraggiose “piccole” editrici sono fortemente penalizzate da questo punto di vista perché non dispongono di un'apposita organizzazione, e, da parte loro, i librai sono per lo più impacciati dalla molteplicità della produzione e restii ad assumere impegni scarsamente retributivi. L'apparato pubblicitario impone, di fatto, autori e tendenze. Certi scrittori e certi libri rimangono ai margini del mercato editoriale, se i lettori non intervengono con le loro scelte consapevoli e solidali, facendosi essi stessi protagonisti di cultura, segnalando ad amici e librai le proprie positive esperienze. Da questo punto di vista è prezioso il tam tam dei lettori.
Per tutte queste ragioni e per l'interesse che porto al mio terzo libro su Romero (oltre a tutto, data la mia età, mi pare ovvio che sarà l'ultimo della mia, come dire?, produzione), ho ottenuto che la casa editrice pratichi ai miei amici lo sconto del 20% sul prezzo di copertina ´(18 €), il 22% se l’ordinazione è di 2 copie o più. La spedizione è gratis. Smisterò io stesso le richieste che mi arriveranno per e-mail. Indicate per favore l’indirizzo postale al quale volete ricevere il plico.
Dicono i lettori:
***La vicenda di Romero è penetrata fino alle radici dell’essere uomo e credente di Masina. Lui perciò ricrea il personaggio con l’autenticità e con la plasticità del grande artista. Raffaele Nogaro. ***Ritorna – riveduto e aggiornato con le ultime notizie sui retroscena del suo omicidio- il “classico” di Ettore Masina, uno dei libri più belli, intensi, emozionanti, sul vescovo Romero e sul suo popolo martoriato Gentes. *** Dobbiamo essere riconoscenti a Ettore Masina, al suo stile fluente, per averci comunicato un’immagine storica, spoglia di trionfalismi e profondamente evangelica, di questo santo del popolo, dei “dannati della terra. Leonardo Boff. ***Un’appassionata e lucida monografia. Gabriella Caramore, Uomini e Profeti. ***Ho appena terminato di leggere il libro. Esco sconvolto da questa lettura. Il libro mi ha tenuto col cuore in gola, anche se conoscevo benissimo il finale. E' un volume che consiglierò a tutti, magnifico. Gianluca Veltri. ***Sono una piccola sorella del Vangelo delle fraternita' di Charles de Foucauld., ho vissuto 24 anni di missione nel Salvador, terra "santa" di martiri. Ho apprezzato moltissimo il Suo libro, e puo' immaginare come mi abbia fatto rivivere la storia di questo mio popolo di adozione. Ci sarebbero tante cose di cui vorrei parlare con lei. Tanti nomi che Lei cita di gente conosciuta e amata... Ciò che piu' ho apprezzato e' la Sua maniera di coinvolgersi con la sofferenza della gente e l'amore verso Monsignor Romero. Grazie per questa grande testimonianza che dà nel libro; spero che siano in tanti a sentirla, apprezzarla e viverla come la vive Lei- piccola sorella Franca *** Ho appena finito di leggere L'Arcivescovo deve morire . Questo libro cosi fedele, che non giudica ma racconta, come se si fosse stati li' , ha il potere di far comprendere come l'Amore umile possa vincere su tutto. Barbara Villatora *** Grazie Ettore per le emozioni che hai saputo donarci ! Loris Nobili
giovedì 9 giugno 2011
Io vado a votare
ENERGIA
Ovunque l’uomo esplica la propria quotidiana attività c’è bisogno di energia. Tutto ciò che ci circonda ha bisogno di energia per funzionare, o quantomeno ne ha avuto bisogno per essere prodotto.
Per poter fornire l’energia vengono bruciate ingenti quantità di combustibili fossili (petrolio, carbone, gas naturali), che provocano l’emissione in atmosfera di gas come il diossido di carbonio (CO2), che provoca l’effetto serra, una delle cause più importanti del cambiamento climatico.
L’elevata quantità di questi gas, alterando lo scambio di energia tra l’interno e l’esterno dell’atmosfera, provoca un mutamento degli equilibri climatici del nostro pianeta.
Più ancora, i combustibili fossili non solo ammorbano l’ambiente nel momento in cui vengono usati per produrre elettricità, ma occorre estrarre la materia prima, trasformarla, trasportarla e dopo averla usata nelle centrali, gestirne i residui (solidi, liquidi, gassosi).
Ad esempio, l’estrazione del petrolio (per i trasporti, il riscaldamento, la produzione di plastica, nylon, poliestere...) avviene quasi sempre in ambienti naturali come oceani, selve tropicali... e ciò implica inquinamento, deforestazione, espulsione di popolazioni indigene dal proprio habitat; il suo trasporto avviene attraverso oleodotti di migliaia di chilometri o grandi petroliere che, come si sa, spesso provocano incidenti drammatici (sversamenti in mare).
Ugualmente dicasi per il carbone, che si estrae in un luogo e si consuma in un altro, ed è perciò necessario trasportarlo, anche da un continente all’altro. Inoltre, la produzione di elettricità nelle centrali termiche è un processo altamente inquinante.
L’energia nucleare non è una soluzione
• Le centrali nucleari emettono nell’ambiente sostanze radioattive.
• Producono residui radioattivi che continueranno ad essere pericolosi per centinaia di migliaia di anni.
• Nei pressi delle centrali nucleari si è registrata una maggiore incidenza di tumori.
• Finora l’incidente di Chernobyl (Ucrania, 1986) ha causato 20.000 morti. Affrontiamo adesso la devastazione imprevedibile della catastrofe nucleare di Fukushima, Giappone, causata dal terremoto e dallo tsunami (marzo 2011).
• è una fonte di energia costosissima e può essere mantenuta solo con ingenti contributi statali.
• Il Protocollo di Kyoto non lo considera un freno per il cambiamento del clima.
Quali sono i passi da compiere
I passi per frenare il cambiamento del clima e cercare di ridurne i danni devono essere intrapresi sia a livello personale che a livello comunitario e sociale in 4 direzioni:
• Favorire le energie pulite e rinnovabili: il sole, il vento, l’acqua, i residui delle foreste, dell’agricoltura e dell’allevamento... in pochi decenni potrebbero fornirci tutta l’energia di cui abbiamo bisogno.
• Risparmiare energia evitandone l’inutile spreco.
• Utilizzarla in forma regionevole ed efficiente nelle città, negli edifici, nelle industrie, nei trasporti, in casa...
• Sostenere e collaborare con le associazioni e i gruppi che tutelano i tre punti precedenti.
Che cosa possiamo fare?
a) Illuminazione
• Uscendo da una stanza, ufficio o sala spegnere sempre la luce.
• Preferire, ove possibile, la luce naturale: se gli interruttori lo permettono, accendere solo le luci più distanti dalle finestre e avvicinare a queste i tavoli da lavoro.
• Usare lampadine a basso consumo energetico (fluorescenti compatte): durano quasi 10 volte in più e consumano il 75% in meno delle lampadine incandescenti. Le lampadine fluorescenti fanno risparmiare moltissimo nei locali in cui c’è bisogno di illuminazione continua e prolungata.
• Le lampade alogene (fari) sono adatte per l’illuminazione diretta di oggetti (quadri, opere d’arte) o punti strategici di un locale, ma non per l’illuminazione generale di una stanza.
• Negli ambienti in cui c’è bisogno della massima illuminazione, conviene sostituire gli interruttori normali con regolatori di intensità luminosa (Zimmer).
• Installare fotocellule nei corridoi, nei bagni e in altri locali pubblici.
• Pulire regolarmente i dispositivi di illuminazione e le lampadine: la polvere può ridurre del 20% il flusso di luce.
b) Riscaldamento e aria condizionata
• Mantenere il riscaldamento intorno ai 19–20 °C. Abbassando la temperatura di un solo grado si risparmia il 10% di energia!
• In caso di riscaldamento autonomo, installare apparecchi di regolazione della temperatura interna della casa. I termostati interrompono il funzionamento della caldaia quando la temperatura interna raggiunge quella programmata. Le valvole termostatiche, installate su ogni radiatore, permettono di differenziare la temperatura delle stanze: si può, ad esempio, riscaldare meno la cucina e le camere da letto e di più i bagni.
• Non ostacolare la circolazione di aria calda (non coprire i radiatori).
• Se si usano stanze o sale di riunione solo occasionalmente, terminato il lavoro, spegnere il riscaldamento.
• Far controllare la caldaia una volta l’anno: una caldaia in cattivo stato produce meno calore, consuma più combustibile e inquina di più.
• Evitare le perdite di calore: riparare le finestre che non si chiudono bene, abbassare le persiane di notte o quando si è fuori casa, coprire gli spifferi delle porte... meglio ancora sarebbe isolare la casa, installando isolanti nelle pareti e sotto i tetti, doppi vetri, finestre a chiusura ermetica.
• Il riscaldamento sotto il pavimento garantisce un risparmio energetico considerevole poiché utilizza acqua calda a una temperatura di 30-35 °C., molto inferiore a quella usata nei radiatori; la temperatura ridotta permette inoltre di collegare le caldaie ai panelli solari.
• In estate, regolare il condizionatore a non più di 8 °C meno della temperatura esterna e accenderlo solo quando necessario. Se aumentiamo di un grado la temperatura dell’aria condizionata, risparmiamo fino all’8% di energia!
• Non lasciare acceso il condizionatore se la stanza rimane inutilizzata a lungo o quando si apre la finestra per arieggiare.
• Pulire con frequenza i filtri del condizionatore.
c) Strumenti di lavoro
• Comperare apparecchi informatici ed elettrici a basso consumo energetico: i prodotti conformi a precise disposizioni in materia di risparmio energetico, sicurezza e ambiente sono contraddistinti da un’etichetta che ne certifica la qualità (generalmente un’etichetta Energy Star o Ecolabel)
• Programmare il computer e lo schermo in modo che vadano in standby se non sono usati per un dato lasso di tempo. Evitare in ogni caso di lasciarli in standby per un lungo periodo: anche questa funzione consuma energia (la TV spenta con il telecomando resta in stand-by ed il 10% del consumo energetico delle nostre case è dovuto agli apparecchi lasciati in stand-by).
• Spegnere l’interruttore principale e togliere la presa di corrente al termine della giornata:
i trasformatori degli apparati informatici ed elettrici consumano energia anche quando sono spenti.
• Accendere la fotocopiatrice e la stampante solo quando è necessario.
• Se si devono salire solo 2 o 3 piani, servirsi delle scale evitando, se possibile, l’ascensore.
Un po’ di esercizio fisico migliora la salute e contribuisce ad un risparmio di quasi 30 Wh per ogni viaggio evitato.
d) Elettrodomestici
• Ridurre l’uso di piccoli elettrodomestici non indispensabili, ad esempio lo spremiagrumi...
• Controllare l’etichetta energetica degli elettrodomestici (lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie...) prima di comprarli; acquistare prodotti di CLASSE A (etichetta verde). Un prodotto Classe A consuma quasi il 30% in meno di energia e inquina meno.
• Usare lavatrice e lavastoviglie a pieno carico con programmi a bassa temperatura.
• Porre il frigorifero e il congelatore lontani da fonti di calore (radiatori e finestre)
• Regolare il termostato del frigorifero e del congelatore a temperatura media: temperature troppo basse non servono per la conservazione degli alimenti.
• Non mettere alimenti caldi nel frigorifero o nel congelatore (provocano la formazione di ghiaccio)
• Togliere regolarmente il ghiaccio dalle pareti del freezer: uno strato di ghiaccio superiore a 5 mm è isolante e determina un aumento del consumo energetico dell’apparecchio.
• Ridurre il preriscaldamento del forno.
• Regolare la caldaia del bagno a una temperatura media, non superiore ai 55 °C.
• Installare la caldaia del bagno vicino al luogo di utilizzo dell’acqua calda per evitare dispersioni di calore attraverso le tubature.
• Evitare di tenere il televisore e altri apparecchi elettronici (modem, masterizzatore) in standby; se non si usano per lungo tempo, spegnerli del tutto.

