martedì 27 maggio 2008
Speranza
spesso c’è una gemma
che attende la luce per crescere
e regalare al mondo
i suoi colori e il suo profumo.
Ernesto Balducci
Niente da dire?
Non vedo una marea di indignazione levarsi contro la criminalizzazione di un popolo che è marcato dai segni più evidenti di un’estrema povertà ma la cui pericolosità sociale è enormemente minore di quella dipinta dai politici della destra. La Caritas, l’unica vera "esperta di umanità" nel settore, definisce "pesantemente fuorviante" il ritratto dei Rom disegnato dai mass-media. La politica "della paura", che ha avuto un peso tanto grande sui risultati elettorali, sventola statistiche false. L’Italia è un Paese più sicuro della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti. Quanto ai Rom, se la ragazzina che ha tentato di rapire una neonata, a Ponticelli, voleva davvero compiere un reato così nefando, si tratta di un caso isolato. Vi sono stati altri episodi del genere ma si sono sempre rivelati equivoci, dilatati dalla paura della gente e dai pesanti pregiudizi di cui siamo portatori.
Adista Documenti 42/2008
Anche i poeti vedono lontano
"Ho paura del nazismo dietro le porte.
Ho paura di questi nazionalismi, di questi rigurgiti di politiche negative.
Ho sempre combattuto contro tutto questo.
L’ho scontato con guerre che sembravano non terminare mai.
Ho paura della volgarità di questa classe dirigente".
venerdì 28 dicembre 2007
Anch'io Signore
Anch'io Signore,
come il vecchio Simeone.
Anch'io Signore nel tempio
come il vecchio Simeone.
Anch'io Signore
come il vecchio Simeone
abito nel tuo tempio.
Anch'io Signore
sacerdote del tempio
sono nel tempio.
Anch'io Signore,
come il vecchio Simeone
ho consumato
la vita nell'attesa.
Ed ora nel passo vacillante
esulta lo spirito
e come il vecchio Simeone
ti ho conosciuto tra le mie braccia.
Anch'io Signore
come il vecchio Simeone
ho consumato nel tempio
la vita come attesa
ed ora sono qui
e con me c'è Anna la profetessa
e insieme
ti stringiamo nelle nostre braccia.
Sei tu colui che abbiamo atteso
ed ora sei tu il nostro presente.
Sei tu ora ad attenderci
e non c'è luogo
e non c'è tempo
dove tu non sei.
Come il vecchio Simeone
e Anna la profetessa
ci sentiamo avvolti in un unico abbraccio
perché tu sei Presenza
oltre ogni tempio
e sei Presenza
come vita
di ogni nostra vita.
Olivo Bolzon
Natale 2007
Essere prete quando si fa sera
Una casetta di fianco alla chiesa di San Floriano (TV), mobilio essenziale, cimeli etnici, segni d'incontri e viaggi. Sul tavolo, sproporzionato per il piccolo soggiorno, cumuli di carte, opuscoli di un prossimo incontro, qualche libro. Nel cucinino adiacente, Marisa, capelli candidi e sorriso contagioso, sta preparando il bollito per un numero imprecisato di commensali. In fondo, potrebbe sempre arrivare qualcuno. Da quando don Olivo Bolzon, parroco di San Floriano per sette anni - gli ultimi da prete «attivo» - è andato in pensione, il suo porto di quiete è diventato un porto di mare. Da lui si può incontrare il prete algerino, l'attivista dei diritti umani pachistana, la coppia di fidanzati, il curdo spaesato in cerca di un nuovo futuro. Nonostante il «cuore matto» - ha avuto un infarto durante un viaggio in Russia assieme ai parrocchiani, uno dei tanti fatti per aprire testa e cuore «perché l'anima si nutre anche di conoscenza» - la mente è rimasta un vulcano. E via al progetto di accoglienza per gli immigrati, al gruppo famiglie giovani, ai libri scritti seguendo la sua grande passione: l'ecumenismo. E poi gli articoli, i viaggi, i dibattiti pubblici e soprattutto, lo scambio con la gente comune. Da un anno, insieme ad altri preti e religiosi in pensione, partecipa a una nuova iniziativa: «Ci incontriamo una volta al mese, parliamo di noi, di come viviamo la nostra condizione di preti senza ruolo, delle nostre relazioni con gli altri. Ognuno di noi ha una storia, un vissuto. Ci siamo chiesti che carisma particolare potevamo donare noi, che non contiamo più niente, alla società e alla Chiesa. La nostra memoria può ancora confortare e consigliare, essere sapienza, alimentare vita?». E don Olivo di vita ne ha molta nella sua bisaccia: ha fatto parte dell'Onarmo (Opera nazionale religiosa e morale per gli operai); «era il tempo in cui la nostra società da agricola diventava industriale: nel passaggio rischiavamo di perdere lo stretto contatto che la Chiesa aveva con i lavoratori del mondo contadino»; poi è migrato in Belgio per conto delle Acli come rappresentante dei cattolici nei rapporti con il Mercato Comune: «Sono arrivato dopo la tragedia di Marcinelle (avvenuta l'8 agosto del 1956: 262 minatori morti, 136 erano italiani). All'epoca c'era un patto tra i governi: gli emigranti italiani potevano scegliere solo di lavorare in miniera per i primi cinque anni. I minatori erano gente speciale. Facevano il lavoro più duro che io avessi mai visto, eppure erano un'aristocrazia nel senso morale del termine». Quattro anni dopo, il ritorno in Italia come membro del Comitato italiano per l'America Latina nel pieno del Concilio Vaticano Il e del tentativo di incarnarlo da parte dei vescovi profeti: Camara, Fragoso, Romero. Poi eccolo ricominciare: prete operaio a Spinea nel veneziano, grande quartiere dormitorio delle fabbriche di Porto Marghera, futura locomotiva del Nord Est. Infine a Roma, alla Società biblica, per la traduzione e la diffusione della Bibbia interconfessionale. Don Olivo è uno dei tanti frammenti di storia della Chiesa che si aggirano nelle nostre diocesi senza più un ruolo ufficiale; sono tra questi i testimoni del fascismo e della guerra, dell'industrializzazione e del Concilio, i custodi della fede all'inizio dell'epoca moderna sempre più tormentata e secolarizzata, i precursori della globalizzazione della fede, prima che dell'economia. Saranno sempre di più in una manciata di anni. Una recente ricerca compiuta dalla Fondazione Agnelli per conto della Cei, rivela che il 42,3 per cento dei preti ha più di 65 anni, il 12,8 più di 80; i quarantenni sono solo il 18,6 per cento, mentre l'età media delle ordinazioni - analogamente a quanto succede per il matrimonio nella società -è salita a 31 anni contro i 22-24 anni di qualche decennio fa. La Chiesa invecchia e, al pari della società, si trova ad affrontare le conseguenze che questo comporta. Un problema o una sfida?
La sfida dell'inutilità
Don Olivo non ha dubbi: è una sfida da cogliere. Per i singoli, per la Chiesa e per la società. «Sia il mondo civile che quello religioso ha la tendenza a non far più conto su di noi. Noi invece auspichiamo, sia per noi che per i nostri fratelli laici, una vita da soggetti che ancora possono dare, non da oggetti bisognosi di assistenza. Ha più senso ed è anche più economico». Ma che cosa succede a un parroco super indaffarato che all'improvviso si ritrova dal pulpito alla panchina davanti al sagrato? «È uno shock che può uccidere. Non solo non hai più un ruolo ma entri in una profonda solitudine. C'è chi non riesce più a riprendersi. Se però scendi i gradini della chiesa, ti fermi fuori dopo la funzione con i tuoi ex parrocchiani, riscopri un mondo». Ora che la vita non ha più impegni fissi né giorni di ferie comandati, ci si può fermare a riflettere e a vedere le contraddizioni. La parrocchia, al pari della società, si è nel tempo appiattita sull'efficienza. Tutto con puntualità: dal battesimo al funerale. Se lo aspettano i parrocchiani, te lo impone il ruolo. Tutto funziona ma l'anima soffre, la gente partecipa ma nello stesso tempo è lontana. «L'inutilità mi ha spogliato. Non ho più nulla da difendere, non ho più nulla di materiale da dare. Sono solo ciò che posso testimoniare. Ho alle spalle un passato ma ho davanti una libertà immensa, la libertà d'essere solo Parola. Chi mi viene a cercare non lo fa per ottenere qualcosa ma per condividere. E d'improvviso entri nel cuore della gente, come non ci sei mai entrato prima. Cammino insieme a loro come all'inizio della mia vita di prete. Ecco, noi anziani vorremmo che il nostro non contare fosse una risorsa per la Chiesa». Suona il telefono: Marisa in punta di piedi lascia i fornelli e va a rispondere. L'ennesi-mo impegno per lei e don Olivo. Quel minisoggiorno dal grande tavolo, ormai è chiaro, è una piccola comunità. L'anziana sta per tornare alle sue incombenze quando don Olivo la chiama. «Nell'inutilità ho scoperto anche il valore fondante dell'universo femminile e quanto la Chiesa sia incapace di valorizzarlo. Maschio e femmina li creò e non a caso. Non possiamo essere compiutamente uomini se non possediamo in noi anche le virtù femminili». Marisa sorride, sotto i suoi riccioli candidi. Passano insieme i pomeriggi accogliendo, discutendo animatamente, scrivendo al computer. Anche lei ha il suo passato a servizio degli altri: prima la difesa dei diritti dei lavoratori, poi tanti anni d'insegnamento nelle scuole sperimentali per i figli degli agricoltori. Anche lei in pensione, anche lei «inutile». Si sono seguiti negli anni a distanza ognuno con le sue lotte e con le sue fatiche, la vita li ha fatti rincontrare in questo soggiorno. Tra loro, è tangibile, c'è una comunione di fede, d'interessi, di valori. Un celibato liberato dal pregiudizio e dalla paura del confronto, una capacità di andare oltre che hanno solo quelli che si sentono davvero liberi. Suona il campanello: ci sono ospiti. Vuoi fermarti a mangiare?
Un abbraccio, una parola, le sedie che si spostano intorno al grande tavolo. Sì, l'inutilità è l'ultimo dono.
da Il Messaggero di S. Antonio dicembre 2007
giovedì 27 dicembre 2007
Lettera 128
1
Fine d’anno 2007: mentre cerchiamo di rendere le nostre case più allegre e festose, con sorrisi di parenti e di amici e voci di bambini, la cronaca appende ai nostri alberi di Natale certificati di comparizione in tribunale e bollettini medici di prognosi riservata. Provo a elencare: a Bali, ancora una volta, Wall Street e Bush hanno deciso che la Terra può andare in malora purché l’industria americana non debba ridimensionare i suoi profitti; in non poche nazioni, compresa la nostra, i sistemi politici sembrano da rottamare per eccesso di astuzie (o credute tali); la società italiana – ci avverte autorevolmente il Censis - è ormai mucillaginosa, cioè disgregata e confusa; nel nostro paese riprendono slancio gli amanti del nucleare, eccetera eccetera. Fatti incontrovertibili, descrizioni dell’oggi, impietose ma non esagerate; e tuttavia c’è di peggio, a me sembra, e il peggio riguarda il futuro: da cattedre molto autorevoli veniamo avvertiti che la speranza è una patologia mentale se non porta un bollino di garanzia da esse rilasciato. Nella sua recente enciclica il Papa esclude che le speranze umane abbiano un vero valore se non si fondano in Cristo, e – forse senza saperlo - Salman Rushdie, scrittore fra i più importanti della nostra epoca, gli risponde che le speranze proposte da quelli che egli sprezzantemente definisce “i preti” sono inganni micidiali e pesti fondamentaliste.
Il messaggio che si ricava da questi interventi è dunque che la speranza sine glossa - quella dei bambini, degli analfabeti, dei poveri, dei poeti, degli atei (tali per estenuazione, per scandalo o, più semplicemente perchè nessuno gli ha mai parlato di Dio), - è stupidità, miopia culturale o rimbambimento. Che ve ne pare?
2
Quanto a me, io penso che le persone importanti vadano ascoltate con reverente attenzione, soprattutto quando ci mettono in guardia dalle sciocche illusioni di chi si affida a un Babbo Natale della storia o al dio tappabuchi di cui parlava Bonhoeffer; e però, quando i Grandi ci esortano a gettare le nostre speranze nei cassonetti dell’immondizia ideologica mi pare psicologicamente ed eticamente sano stabilire fra loro e me un certo distacco. Benché la mia lunga vita sia stata ferita, più e più volte, anche crudelmente, dal crollo di apparenti certezze, non ho nessuna intenzione di rinunziare alle mie speranze, a costo di soffrire, poi, per la loro mancata realizzazione. Stare accanto a chi vuole un mondo migliore e lo ritiene possibile significa dare alla propria vita una qualità che il realismo dei profeti di sventura, come li chiamava papa Giovanni, non consente. E’ come vivere dei grandi amori dei quali non dimenticheremo mai le dolcezze e il calore; qualunque sia il destino di queste esperienze, il rimpianto per ciò che poteva essere e non fu non sbiadisce la certezza di avere avuto attimi di gioia, di essere cresciuti “dentro”; e gli errori compiuti non cancellano la grandezza di sogni e sentimenti che ci stanarono dalla solitudine del nostro egoismo.
3
Penso alla speranza come al respiro della storia, quella individuale e quella universale. “L’ottimismo della volontà, contrapposto al pessimismo della ragione”, la definiva Gramsci, dal buio del carcere in cui il fascismo lo faceva morire poco a poco. La speranza non nasce soltanto dalla ragione ma anche da una misteriosa propensione che forse è inscritta nella natura umana. Il grande La Pira, sul quale si abbattè tante volte il sarcasmo dei politici senza ideali, ne parlava, da mistico, come di una navigazione su mari perigliosi, in cui, nonostante le tempeste, il timoniere sente che la sua rotta è accompagnata da un forza positiva. Talvolta quella forza appare come una deriva, ma sempre sospinge verso orizzonti di luce.
4
Se il respiro della storia è avvelenato dagli inquinamenti della violenza (quella brutale delle guerre e del terrorismo in tutte le sue versioni e quella più sottile ma non meno orribile della cosiddetta “difesa della democrazia e della libertà”: Guantanamo e dintorni, per intenderci), molte speranze hanno vita breve; ma è sorprendente vedere come subito altre fioriscano. L’ho già raccontato più volte ma non mi stanco di ripeterlo perchè mi pare emblematico: la notizia che i sandinisti avevano perso le elezioni e che quindi il Nicaragua sarebbe precipitato nuovamente nella miseria, mi giunse a Soweto mentre stavo per incontrare Mandela, appena liberato dopo tanti anni di carcere: una speranza veniva schiacciata da Reagan e un’altra dispiegava le ali. Mi pare che questo avvenga in tutti i tempi: in questi giorni, per esempio, mentre, se non spenta, almeno “contenuta” sembra la rivoluzione zapatista, i popoli indigeni della Bolivia e dell’Ecuador lottano per riscattare la loro storia di oppressione; e la vicenda della moratoria per la pena di morte mostra come speranze apparentemente assurde possano d’un tratto sbocciare in conquiste politiche di grande rilievo.
L’anno prossimo compirò ottant’anni; se osservo la carta geopolitica della Terra così com’era disegnata quando sono nato (l’Africa e l’Asia schiacciate dalla ferocia del colonialismo, l’America centromeridionale ridotta a un grappolo di repubbliche delle banane, in Italia il fascismo, in Unione Sovietica la sedicente dittatura del proletariato, la Germania spinta dalla miseria verso il nazismo, il Portogallo nelle mani di Salazar, nell’Europa orientale un coacervo di regni da operetta, milioni di italiani, irlandesi, greci, polacchi costretti a un’emigrazione che, nella sua disperata inermità, prefigurava quella odierna dei popoli del Sud, la tragedia negra negli Stati Uniti, la condizione femminile ovunque segnata da una feroce minorità eccetera) posso tracciare facilmente un censimento di speranze che allora apparivano al limite della follìa ma che hanno mutato il mondo. Ottusa è la cultura della realpolitik, aveva ragione Paolo VI, invece, quando diceva che vi sono periodi della storia in cui l’utopia è l’unico realismo possibile.
4
Se la speranza risulta così odiosa a chi pretende di dirigere la storia è proprio perchè essa contiene una dose di irrazionalità, non si lascia smentire dall’evidenza, non cessa di respirare nelle carceri e nei lager, almeno sin quando un uomo riesce a rimanere tale. La speranza non soggiorna nelle corti dei Potenti né si esibisce sui palcoscenici dei Filosofi. Veste il grembiule di una bambina (Mounier parlava della piccola speranza che ci dà il buongiorno ogni mattina) piuttosto che i paramenti di un gran sacerdote o le decorazioni di un generalissimo. Possiamo trovarla e dialogare con lei nelle favelas, nelle carceri e negli ospedali piuttosto che nei saloni dei congressi o nelle grandi assemblee dei partiti al potere o nei solenni pontificali delle basiliche. Non nei grandi luoghi dove la Storia con la S maiuscola è l’invitata d’onore ma dove la “piccola” gente - magari al di là delle transenne poste dalla polizia a tutela dei Grandi - lavora, soffre, e ama. E’ qui, in questi luoghi ignorati dai telegiornali ma notissimi a Dio che, a me pare, il Papa avrebbe potuto trovare materiale prezioso per la sua recente enciclica sulla speranza. Come dice il pastore Paolo Ricca, “Se vuoi udire la parola di Dio, porta attenzione alla parola degli uomini… Non in voci celesti, in rivelazioni straordinarie, in esperienze eccezionali parla il Signore, ma preferibilmente nel mondo del quotidiano, nella normalità di esistenze comuni”.
5
Quando ho letto che Benedetto XVI avrebbe pubblicato un suo documento sulla speranza, ne sono stato felice, il tema della speranza sembrandomi centrale nella vita della Chiesa. “Siate pronti a rendere ragione della speranza che è in noi” ci esorta san Pietro. E pensavo che papa Ratzinger si sarebbe rivolto all’umanità intera, essendo la mancanza di speranza un profondo malessere che connota il nostro tempo. Pensavo anche (presuntuoso come sono!) che egli, dall’alto della sua cattedra, avrebbe mostrato come un germe del Regno di Dio sia presente in tutti i luoghi in cui gruppi di persone lavorano, rischiano e soffrono per un mondo migliore. Del resto, molte speranze “soltanto umane” sono tali perché la Chiesa, in alcune epoche e vicende, le ha avversate come estranee alla fede. “Poiché nelle chiese veniva proclamato un dio senza speranza, i poveri andarono a trovare speranze senza Dio” ha scritto il teologo Moltmann. Il grande peccato della Chiesa pre-conciliare è stato quello di dimenticare il criterio fondamentale del Giudizio di Dio, quello della liberazione dei poveri: Matteo XXV, 31-46. Ma il Papa, che al Giudizio ha dedicato un lungo paragrafo della sua enciclica, quel vangelo non lo ha citato.
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Quando Giovanni XXIII ha voluto parlare al mondo di un problema mondiale – la pace -, ha indirizzato la sua enciclica non soltanto ai cattolici e neppure soltanto ai cristiani ma a loro e a” tutti gli uomini di buona volontà”. Un documento acquista validità specifica in base al soggetto cui è rivolto. Il mondo intese l’appello di papa Roncalli, lo pubblicarono nelle loro prime pagine persino i giornali sovietici. L’enciclica di Benedetto XVI è indirizzata “ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti i fedeli laici “. Un documento interno alla Chiesa? Un discorso a porte chiuse?
No: le porte sono silenziosamente aperte anche ai filosofi e agli storici, le due categorie di persone alle quali papa Ratzinger guarda come al sale della Terra. Accanto ai grandi santi compaiono Platone e Bacone, Kant, Engels, Marx, Lenin, Adorno, Horkheimer... Compaiono le loro teorie, che vengono riassunte e confutate con serena e acuta sensibilità. Il disegno ideologico - e dunque l’asfissia - di certe speranze, catturate e distorte da intellettuali senza umiltà viene pacatamente denunziato. Ciò che manca nel documento papale è l’attenzione al dramma e alla santità di milioni di persone che affrontarono immensi pericoli e sofferenze – o addirittura andarono a morire - perché i più poveri avessero dignità e i figli non fossero segnati da antiche oppressioni. Il secolo XX non è stato soltanto la terra del nazismo, dello stalinismo, del capitalismo selvaggio ma anche della meno vistosa ma non meno gigantesca epopea dei resistenti alla violenza dell’uomo sull’uomo e dei conquistatori di nuove libertà.
Non erano cristiani? Le lotte dei poveri del secolo scorso cominciano con i campesinos messicani che marciano sulle città inalberando stendardi con la Madonna di Guadalupe, e con i servi della gleba russi che scendono in piazza dietro i pope che levano la croce contro i cosacchi della repressione. Anche se gli ecclesiastici non lo compresero, un cristianesimo naturaliter tale, sotterraneo, inconsapevole segnò moltissimi, forse tutti, dei resistenti: “Vado a preparare domani che cantano” scrive un maquìs comunista”. Nelle camere di tortura e fra le rovine dei villaggi devastati per rappresaglia, le speranze continuano a vivere anche quando le loro parole sono come annegate dalle lacrime. Cristiane o no? “Domanderanno: quando mai Signore ti vedemmo?”. E Lui sorriderà abbracciando questi suoi figli prediletti,
7
Credo che noi cattolici dobbiamo pregare per questo nostro papa e Natale è un buon giorno per farlo. Egli sembra racchiuso, come certi antichi orologi, in una campana di vetro che impedisce che vi entri la polvere (la polvere della storia, nel suo caso: le grida di dolore e quelle di gioia di tanta parte dell’umanità). Desideriamo che l’Angelo dei pastori (non si definisce pastore anche il papa?) lo stani dal suo vegliare fra i libri e lo spinga là dove risuona incessantemente il grido che ogni cristiano dovrebbe fare suo: “ O voi che giacete nella polvere, alzatevi e cantate”.
Cari saluti
Ettore Masina
venerdì 7 dicembre 2007
Quando eleganza e bellezza possono vincere la ferocia
di FRANCESCO MERLO
SOLO dei guerriglieri marxisti, con le bombe esplosive nelle tasche e le bombe ideologiche nella testa, possono non capire che la bellezza di Ingrid Betancourt li ha già seppelliti tutti. Guardatelo ancora quel video, meno di trenta secondi su Youtube, e, senza pensare di essere diventati dei fiancheggiatori - fiancheggiatori estetici - , liberate pure il vostro cuore.
E ditelo anche voi, insieme con noi, che Ingrid Betancourt in 2107 giorni di prigionia è diventata più bella, che non era mai stata così bella. E che tutto il marxismo del mondo, quello scritto e quello orale, non può competere con l'eleganza della rozza tunica bianca che copre quel corpo esile e disarmato. Contro la ferocia della rivoluzione qui c'è l'arma dell'eleganza che nessuna modella d'alta moda riuscirebbe ad eguagliare, un'eleganza che per un rivoluzionario è micidiale perché in pochissimi secondi sbriciola la durezza dell'astio sociale.
E, ancora, in quelle mani di porcellana che s'intrecciano ci sono la compostezza e la fragilità di milioni di donne maltrattate: quelle mani sono le mani di tutte le donne del mondo, le mani della carezze contro le mani-grilletto dei guerriglieri; le mani delle mamme, le mani che salutano, le mani della musica, le mani dell'arpa e quelle del ricamo contro le mani-protesi della lotta armata; le mani nelle mani contro il pugno chiuso dei compagni del Farc.
Comunque vada a finire, dobbiamo molto alla bellezza di Ingrid Betancourt. Intanto, se in tutto il mondo e tutti insieme siamo sobbalzati davanti alla sua sofferenza, noi che siamo bestie feroci, è perché vi abbiano riconosciuto la bellezza, quella che lascia senza fiato, la bellezza allo stato naturale, di perfezione rinascimentale, la bellezza che disarma gli efferati perché ne rivela la gratuità e dimostra che non esiste la violenza di cui parlava Marx, la violenza levatrice di storia.
Guardate come la bellezza di quelle palpebre semichiuse toglie dignità a qualunque progetto che sia fondato sulla sofferenza, fosse pure quella di un ricco banchiere e non quella di una donna, madre e moglie. Le palpebre di Ingrid Betancourt sono chiuse davanti alla violenza che ha visto e davanti a quella che ha subìto, mentre le nostre palpebre, al contrario, sono sbarrate per lo sbigottimento.
L'immagine che vediamo è una: per circa trenta secondi soltanto la camera si muove cambiando appena un poco la prospettiva. Ma nell'immobilità della Betancourt, che è bella come una poesia di Baudelaire, c'è tutta la velocità dei nostri nervi in fuga, c'è la nostra inquietudine, ci siamo noi che ci chiediamo come sia possibile che questi guerriglieri non riconoscano in questo video il loro autogol risolutivo, non capiscano che la bellezza di questa donna è come la cattura di Che Guevara in Bolivia, come la notizia della sua morte, come la foto del suo cadavere.
L'immagine della Betancourt, specie se non fosse liberata, è destinata a diventare un'immagine mito, come il cavallo di Troia per esempio, un giocattolino al quale viene consegnata l'espugnazione di una città e il declino di una grande civiltà, come il Che appunto, il rivoluzionario romantico che è finito sulle magliette dei giovani di sinistra, di destra e di centro, ma anche come Marilyn, come il Cristo armato, come James Dean, che è a sua volta l'immagine simbolo della ribellione e della libertà individuali. Ebbene, allo stesso modo, la Betancourt è la bellezza disarmata che sconfigge la guerriglia e il marxismo, i quali furono più forti dell'esercito degli Stati Uniti, ma sono più deboli di un donna. Tutto infatti possiamo comprendere: la libertà dei popoli, la rivoluzione, il sol dell'avvenire, la guerriglia; ma non la gratuità della sofferenza inflitta a una donna.
Da tempo ci siamo convinti che in Italia il fascismo aveva già perso la sua partita con la storia quando decise di infilare l'intelligenza in galera, cioè quando mandò Gramsci in prigione. E difatti, in quella prigione, Gramsci divenne ancora più intelligente e, morendo di prigione, seppellì il fascismo. Allo stesso modo qui il tormento ha reso la Betancourt bella e invincibile, ed è della sua immagine che ci ricorderemo ogni volta che ci parleranno di guerriglia marxista.
Di sicuro esistono altre forme di bellezza. Non è vero che la sola bellezza è quella maledetta, ma certo nella bellezza che è anche sofferenza c'è un surplus di mistero che non si esprime necessariamente nella magrezza e nelle cicatrici. A volte anche in un corpo fastoso può rivelarsi il maledettismo: basta uno sguardo, una mano, una tunica, un viso, o i lunghissimi capelli raccolti in una coda che pende sul davanti. Qui la bellezza maledetta traspare da ogni dettaglio, la Betancourt sembra la donna dell'antico rito indiano Sati, la donna che si lascia bruciare viva insieme al cadavere del marito, la donna fedele non ad un uomo, ma a se stessa, alla propria tenacia, alla propria forza, alla propria coerenza.
Nel lento crescere dei capelli della Betancourt in cinque anni di prigionia ci sono più forza, più tenacia e più coerenza che in tutta la teoria e in tutta la pratica della rivoluzione armata. Quei capelli lunghi sono il dolore della donna, sono un velo di lacrime, sono salici piangenti. Siamo certi che se fosse liberata, subito la Betancourt libererebbe anche i capelli che, così lunghi e al vento, tornerebbero