venerdì 24 dicembre 2010

mercoledì 8 dicembre 2010

Non vi credo

Non vi credo. Sto parlando a voi, “probi viri” del bergamasco che esibite cartelli inneggianti alla vendetta (“Occhio per occhio dente per dente”, “Non perdoneremo”), che non riuscite a rispettare neppure la famiglia della vittima e sfrecciate in auto davanti alla sua casa urlando “Fuori gli immigrati” (un grande conforto per chi sta soffrendo, vero?), che lasciate commenti sui siti dei quotidiani pontificando sulle culture “altre” che “vedono le donne come oggetti”: pensate per caso di vivere in Norvegia? Avete mai guardato un telegiornale italiano, sfogliato un giornale italiano, preso un caffé in un bar italiano? Avete mai ascoltato il vostro “premier” disquisire di donne? Lui è un esperto di oggettificazione, ma probabilmente lo scusate perché “è la sua cultura”, per quanto violenta e degradante sia.

Una ragazzina di 13 anni è molto probabilmente morta. E’ anche probabile che il suo sequestro ed il suo omicidio avessero moventi di violenza sessuale. Il principale sospettato, immigrato in Italia, è stato rilasciato perché gli indizi a suo carico sono insufficienti. I cartelli cominciano a vacillare, o ne innalzerete altri contro la magistratura, i principi del diritto, l’assurda presunzione di innocenza per chiunque sino a che se ne provi la colpevolezza? Mannaggia, avevano preso l’uomo giusto, uno dei quei disgustosi Mohamed, e lo lasciano andare.

Non credo al vostro sdegno, non credo alla vostra compassione. Nella vostra regione, Milano vanta l’infamante primato di uno stupro al giorno (84° Congresso della Società italiana di ginecologia e ostetricia, novembre 2010). La metà delle vittime sono donne straniere: stuprate, nel 23% dei casi, da italiani. Che proteste avete inscenato, il mese scorso? Avete fatto caroselli automobilistici gridando “Via gli stupratori dall’Italia”? 115 donne, nei primi undici mesi di quest’anno, sono state uccise in Italia dalla gelosia, dalla rabbia inconsulta, dall’idea di possesso dei loro amici, fidanzati, mariti, compagni. Dov’erano i vostri striscioni? Avete raccolto firme, organizzato convegni, sfilato in manifestazione?

Sempre in novembre, ha raggiunto i media la notizia che molti Centri antiviolenza italiani, strangolati da una manovra economica che impedisce agli enti locali di mantenerli in funzione, alle prese con leggi regionali dalle splendide intenzioni ma disattese e non finanziate, stanno chiudendo.

Circa 13.500 donne, nel 67% dei casi italiane, si sono rivolte ad essi nel 2009, con un incremento di oltre il 14% rispetto all’anno precedente: dove andranno l’anno prossimo? La “piacente donna vittima del maschilismo” (sono queste le parole con cui l’onorevolissima e competente Ministra per le Pari Opportunità si presenta) aveva promesso 20 milioni di euro per sostenere i Centri: dove sono? Ma di sicuro voi vendicatori avete già preparato il mail-bombing per chiedere conto a Miss Gradevole Aspetto delle politiche governative per contrastare la violenza di genere, e ricordarle che quelle attuali sono in aperto contrasto con le raccomandazioni delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea.

E probabilmente siete corsi a Bareggio tre giorni fa (4 dicembre 2010) – dopotutto non è così distante da voi – per significare il vostro rigetto al fatto che un marito italiano ha ridotto in poltiglia la moglie italiana a colpi di rastrello. No, certo che no. In mancanza di un marocchino, di un rom, di un albanese, la vostra indignazione non lievita. Se non siete ridotti a macchinette da propaganda, ed ancora alberga in voi un qualche sentimento umano, alla piccola Yara ed ai suoi familiari dovreste chiedere scusa per l’abuso del loro dolore. Ma se non volete farlo, c’è qualcos’altro alla vostra portata, qualcosa che potrebbe aiutare le ragazze, le bambine, le donne che sono ancora vive: cominciate a vederle come gli interi esseri umani che sono, cominciate a rispettarle. Ci sono momenti, signori miei, in cui il silenzio dell’ascolto è davvero impagabile: non perdete quest’occasione.
Maria G. Di Rienzo
tratto da http://lunanuvola.wordpress.com/

mercoledì 10 novembre 2010

Cari veneti, io non dico arrangiatevi Ma ora anche a voi serve l’Italia

di Peppino Caladarola

Ad un meridionale come me verrebbe voglia di dire «Arrangiatevi!» ai veneti colpiti dalla terribile alluvione di questi giorni. Non eravate voi a scrivere sui muri «Forza Etna!» quando il vulcano mandava a valle la sua lava distruggendo case e raccolti? Non eravate voi a incitare il Vesuvio, lo ha fatto anche Guido Bertolaso, per punire i napoletani insultati da striscioni infamanti sugli spalti dello stadio di Verona? Non siete voi a chiedere di abbandonare il Mezzogiorno e l’Italia in nome della purezza etnica e della vostra superiorità economica? Non è il vostro governatore leghista Luca Zaia a dire che «è una vergogna spendere 250 milioni per quei quattro sassi di Pompei»? Non siete voi a mantenere al governo da tre lustri una classe politica che non ha fatto nulla per salvaguardare il vostro territorio?

Sono questi pensieri stupidi e vendicativi che mi sono venuti in mente quando ho ascoltato al Tg7 Enrico Mentana che, con il Corriere della sera, invitava alla sottoscrizione nazionale per un primo aiuto alla gente rovinata dalla furia delle acque.

Da dieci giorni il Veneto è colpito da una tempesta di acqua che ha fatto tracimare fiumi veri e ruscelli che sembravano dormienti. Le immagini di distruzione sono impressionanti. Le scene delle fabbrichette devastate parlano di un disastro senza precedenti. Sembra essere tornati indietro di molti decenni quando si allagò il Polesine in un Veneto che allora sembrava una povera provincia meridionale da cui, negli anni del fascismo, erano partiti quegli altri disperati, di cui parla Antonio Pennacchi in “Canale Mussolini”, che bonificarono le paludi pontine.

Volevamo bene ai fratelli veneti che come i nostri lontani parenti della Sicilia, della Calabria e della Puglia affollavano i bastimenti che portavano in America o anche più lontano quelli che non potevano più vivere in questo paese senza avvenire e senza cuore. Poi abbiamo scoperto un popolo diverso, pieno di rancori e di boria. Siete stati bravi a darvi da fare, a costruirvi un benessere che vi ha staccato dal resto dell’Italia. Alla vostra “diversità” avete creduto facendone addirittura una ideologia politica spietata con chi è stato sfortunato, spesso intere popolazioni, terroni d‘Africa o terroni di Calabria. Ogni anno dalle vostre parti si celebrano riti celtici con una bandiera diversa dalla nostra e se non fosse per quella signora di Venezia che ha esposto fino allo scorso anno il tricolore, voialtri sembravate indifferenti o partecipi. I vostri leader che oggi chiedono soldi allo Stato per soccorrere la vostra economia si sono immaginati un federalismo punitivo verso il Sud.

«Fate come noi, fate da soli», ci avete detto nei convegni accademici e nelle parole dure dei comizi leghisti. Eppure oggi scoprite che da soli non si può, da soli non si va da alcuna parte, che senza l’Italia il Veneto è piccola cosa.

In queste ore vi siete meridionalizzati. Anche voi chiedete allo Stato di essere solidale e virtuoso. Anche voi fate appello agli altri, agli italiani, per uno sforzo che vi sollevi dalla tragedia. Anche voi avete visto la scena dei governanti che scendono dall’aereo, fanno un giro fra le macerie, pranzano in prefettura e poi ripartono. Qualcuno di voi ha fischiato Umberto Bossi e Silvio Berlusconi che si sono fatti ieri un viaggio elettorale davanti alle telecamere accese. Altri hanno applaudito Bossi che ha detto che ci saranno gli “schei” per voi, che ci pensa lui, che sarà il vostro Clemente Mastella. Vi siete fatti trattare peggio di come avveniva nel Sud con gli uomini di panza che speculavano anche e soprattutto sulle disgrazie. Ve li siete meritati questi due uomini di potere che da due decenni dicono di governare soprattutto in nome vostro, uno di loro addirittura celebra una messa pagana sulle rive del grande fiume che bagna anche le vostre campagne, ma non si sono accorti che il territorio era senza difese e che anche voi vivevate con un aneurisma piantato nella terra pronto a esplodere e a invadere le vostre case.

Eppure quella terribile parola, «Arrangiatevi!», mi muore in gola. Non la posso dire, non la so dire. Vorrei spiegarvi che siamo figli dello stesso paese che non sa difendere le “pietre” di Pompei, le vostre fabbriche e le vostre case. Che quegli uomini politici che vi incitano a odiarci sono i nostri nemici e i vostri nemici.

Noi meridionali ci siamo fatti fregare tante volte. Quante passerelle di ministri e presidenti del Consiglio che ci hanno dato una pacca sulle spalle, che hanno arricchito alcuni di noi e se ne sono tornati a Roma carichi di voti e di bugie. La vostra “questione settentrionale” assomiglia alla nostra “questione meridionale” perché è stata alimentata da uno Stato che non ha fatto il suo dovere, da una classe dirigente priva di una visione nazionale, da cittadini che hanno pensato ai fatti loro convinti di essere padroni in casa propria mentre l’Italia perdeva la corsa verso il futuro.

Siamo una nazione di popoli soli che sta smarrendo anche la coscienza di essere una comunità costruita con fatica e sacrifici, che vive dei rancori del Sud e del Nord, delle paure che spingono i vostri sindaci leghisti a negare persino le panchine agli extracomunitari. Non ho cuore di dirvi «Arrangiatevi!». Non ve lo dirà in queste ore Giorgio Napolitano. In fondo anche voi, che siete come noi, avete bisogno dell’Italia.

da Il Riformista 10 novembre 2010

venerdì 5 novembre 2010

Vorrei una chiesa più semplice e più profetica


Cara Settimana,

mi porto dentro un magone che davvero turba e spesso rattrista le mie giornate: certe gravi carenze - a me sembrano tali - della chiesa come isti-tuzione umana. La vorrei più povera, meno trionfalista. Mi disturbano queste vesti paonazze, rosse, dorate che svolazzano, guardie svizzere, gentiluomini di sua santità in cerimonie imponenti, grandiose, costose, così lontane dalle nudità di Cristo in croce e dalla nudità dei tanti crocifissi della terra. E poi tutti quei titoli altisonanti: "santità" - "eminenza" - "eccellenza" - "monsignore"...

Tanto che mi sto domandando se le due grosse umiliazioni che ultimamente, come chiesa, abbiamo sofferto: la diffusione della pedofilia fra tanti preti e lo scandalo delle finanze vaticane denunciato e puntigliosamente documentato da un recente volume -diffuso da tempo in migliaia di copie e mai contraddetto autorevolmente -non siano un richiamo che Dio rivolge alla sua chiesa perché ritorni, per quanto oggi possibile, alla sua nativa semplicità. Prego tanto, tanto spesso perché si converta. Anche perché ho ben presente una osservazione fattami in questi giorni: «Voi parlate dei lontani. Ma dovreste chiedervi se sono lontani da Dio o lontani da questa chiesa».

E vero, possediamo la verità che il Cristo ci ha rivelato. Ma non abbiamo finito di scoprirla fino in fondo; a volte l'abbiamo anche gravemente fraintesa. Dobbiamo quindi - noi preti, vescovi, papi - restare discepoli, in vero ascolto, lasciandoci insegnare anche dal mondo, cercando di discernere i segni dei tempi e quindi anche queste nuove culture che sembrano tutte e sempre dissacranti e che invece alle volte sono, possono essere, "semina Verbi". Il concilio l'aveva scritto.

E poi abbiamo ancora un clericalismo e un gerarchismo dominanti e invasivi che continuano ad occupare presuntuosamente competenze tipicamente laicali. Anche questo il concilio l'aveva detto.

Lo stesso primato di Piero - se vogliamo davvero l'ecumenismo che stava tanto a cuore al Cristo fino a quell'ultima sera - aspetta con crescente urgenza di essere ripensato e ridimensionato. Papa Giovanni Paolo II lo aveva promesso. La sinodalità, la collegialità fra papa e vescovi fanno parte del DNA della chiesa che Cristo voleva.

Ancora: mi domando, di conseguenza, se davvero continua ad esserci bisogno di disseminare dovunque il supercontrollo dei nunzi pontifici sulle conferenze episcopali del mondo, continuando un accentramento di potere che non pare fosse nel disegno di Cristo quando volle il "collegio apostolico".

E tanti altri problemi che stanno creando un disagio diffuso, sofferto dentro la chiesa, anche se qualche autentico "profeta" cerca ogni tanto di trasmettere certe attese di Dio e forse anche di tanti cosiddetti "lontani". Cercando almeno di attuare quanto il con-cilio aveva detto. Ma mi domando: dove sono i profeti fra i nostri vescovi?

Enzo Bianchi parlava qualche anno fa di "pavidità ecclesiale"; forse è questa la causa che sembra paralizzare le nostre stesse conferenze episcopali? Lo so; è una domanda tanto impertinente, ma nella mia intenzione è amore per la chiesa di un ormai vecchio prete e speranza che anche il crescente disagio intraecclesiale possa esprimersi.

Come scrive Enzo Bianchi: «Non è credibile una chiesa che si dice in dialogo con gli uomini non credenti e con le religioni, ma non è capace di suscitare in sé dibattiti, confronti seri nella libertà e nell'accoglienza reciproca. Perché ogni cristiano che coltivi la pro-pria appartenenza a Cristo attraverso l'inserimento nell'esperienza orante ed ecclesiale è autorizzato a parlare con la necessaria franchezza nella comunità: il dialogo fra cristiani e non cristiani richiede dunque franchezza e umiltà anche all'interno della stessa communitas» (Per un'etica condivisa, p. 121).

Dio illumini i nostri vescovi e faccia nascere profeti anche fra loro.

don Fernando Pavanello (91 anni) Breda di Piave (TV)

da settimana/26 settembre 2010/n. 34

mercoledì 13 ottobre 2010

La bestemmia di Stato ha rotto l' incantesimo


LE CAMPAGNE contro la bestemmia che imperversava nelle osterie venete, e non solo, anche agli esordi della seconda rivoluzione industriale costituivano un assillo ricorrente dell' episcopato italiano dalla fine degli anni Cinquanta. Ma dinanzi alla bestemmia più infausta nella storia del "paese cattolico" - l' escandescenza ridanciana da Asino di Podrecca in bocca al primo ministro di una nazione che ospita la sede del papato romano, - il Vaticano ha messo da parte i toni concilianti, le pazienze concordatarie, gli equilibrismi tattici e persino gli interessi della sua alleanza concreta con il centro-destra. E ha reagito. Lo stesso "Osservatore romano" che in passato aveva tributato a Berlusconi incensi per molti sorprendenti e comunque compromettenti, ha cambiato inchiostro ed è passato all' invettiva: battute "deplorevoli" - ha scritto il giornale vaticano - che "offendono indistintamente il sentimento dei credenti e la memoria sacra di sei milioni di vittime della Shoah". Un fatto inedito, cui anche il giornale dei vescovi italiani "Avvenire" accompagna la propria riprovazione - "una bestemmia insopportabile" - negandone il carattere privato. Il significato di questa reazione è tema di discussione: un semplice scatto d' ira, doveroso per redarguire l' autore della goliardata e richiamarlo ad un linguaggio appropriato alla carica che riveste e, dopo le dovute penitenze, tutto come prima? Oppure, uno strappo dalle dimensioni più serie, che potrebbero raggiungere, dopo una inquieta tregua, il livello di una crisi istituzionale, come effetto del ritiro del consenso cattolico non solo alla persona del leader ma anche alla sua coalizione? Per discernere la portata non banale di questa che non appare appena una tirata d' orecchi per la trasgressione del fairplay, è consigliabile mettere in testa ad ogni valutazione un dato: è la prospettiva delle celebrazioni ormai alle porte dei 150 anni dell' unità d' Italia. A questo appuntamento storico e politico lo stesso pontefice si augura di poter partecipare, e ciò comporta un clima politico e delle condizioni istituzionali appropriate all' evento. Sarebbe la chiusura simbolica di un ciclo storico, nel quale si è prolungata la "questione risorgimentale", al di là della sua formale liquidazione nei Patti Lateranensi. La presenza del segretario di Stato vaticano cardinale Tarcisio Bertone accanto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla cerimonia del 20 settembre a Porta Pia non era che l' aperitivo di questo evento. La bestemmia di Stato è insorta a rompere l' incantesimo e a turbare la creazione del clima adeguato a questo gesto epocale. Inopinatamente questa caduta ha posto sul tappeto dei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia la questione ultimativa: se la presenza della figura del Papa a queste celebrazioni sia compatibile con la permanenza al vertice dell' esecutivo di un personaggio che, nell' esercizio delle sue funzioni pubbliche, offende il sentimento religioso del popolo italiano. È questa la contraddizione radicale che il giornale vaticano denuncia. Non si tratta più di misurare il consenso ad una linea politica, fosse anche sensibile all' agenda bioetica e ai valori "non negoziabili" che stanno a cuore alla Chiesa. Qui è stata posta in questione la soglia invalicabile di un decoro semplicemente laico nella considerazione dei valori religiosi, secondo lo spirito della Carta Costituzionale. Dietro al corsivo vaticano è possibile decrittare poi uno smottamento politico ai livelli elevati della gerarchia ecclesiastica riguardo alla questione italiana. Da tempo il neutralismo politico difeso dal Papa in nome del "primato dello spirituale" nella Chiesa veniva manipolato dalla destra per consolidare i rapporti con il ceto al comando. Il potere di monsignor Fisichella, autore di cicliche dichiarazioni a favore del governo, e della stessa Lega, si era nutrito in questa ambiguità. Nemmeno le politiche securitarie sull' immigrazione, sulle quali incombevano le bestemmie contro la dignità umana dei respinti in mare, avevano potuto innervosire la Santa Sede quanto questo episodio di incontinenza sacrilega. Il massimo della presa di distanza di cui abbia saputo dar prova la Cei è stato il giudizio di "angustia", "di grande sconcerto", di "acuta pena" manifestato dal cardinale Bagnasco nella prolusione al Consiglio di Presidenza dell' episcopato lunedì scorso per le "polemiche inconcludenti" dell' estate tra Berlusconi e Fini. In compenso era uscita inalterata la sostanziale sintonia della Chiesa su alcuni contenuti strategici del suo accordo col governo, in particolare sul "federalismo solidale", su una riforma fiscale ispirata a criteri di equità e sulle misure a protezione della famiglia e della scuola cattolica. È storicamente paradossale, ma politicamente un valore che a far quadrato intorno all' unità della nazione italiana sia proprio l' episcopato di una Chiesa che si era arroccata al momento della sua costruzione fulminando scomuniche ai suoi fondatori. In realtà una lettura più attenta dei risultati delle elezioni politiche del 12 aprile 2008 ha portato la Chiesa a individuare una situazione di gravissimo allarme per il futuro della fede cristiana in Italia. I dati sono stati infine analizzati come indici del trionfo di una visione individualistica, del tutto irriducibile alla dimensione solidaria della fede cristiana, il segnale di una raggiunta egemonia delle dottrine politiche ispirate al materialismo pratico nel Paese, di un suo sostanziale "ateismo" quale Machiavelli era riuscito a decifrare già nel XVI secolo. E materialismo equivale a una riproduzione delle idolatrie secolari, che rendono persino fisiologiche, addirittura allegre le bestemmie contro Dio in un paesaggio di idoli. Le fila di questo riassestamento della linea politica della Chiesa in Italia passano in gran parte per un processo di riacculturazione democratica del movimento cattolico. Una vasta azione di educazione politica alla luce della dottrina sociale della Chiesa è in cantiere alla Cei e la Settimana Sociale dei Cattolici, in programma a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre, è attesa come l' occasione per una larga consultazione fra tutte, e non solo alcune, forze culturali, spirituali, pastorali e teologiche di cui è ricco il cattolicesimo in Italia. Rispetto al quale il degrado del linguaggio politico dominante ripropone drammaticamente un problema di rappresentanza di valori largamente incompiuta. - GIANCARLO ZIZOLA

Repubblica — 03 ottobre 2010 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA

domenica 10 ottobre 2010

Nessuno tocchi il 55%

Mancano 83 giorni alla scadenza delle detrazioni del 55% per gli interventi per l'efficienza energetica degli edifici e si è rimessa in moto la campagna per rinnovare questo strumento cruciale che fu introdotto nella finanziaria 2007 dal governo Prodi. La detrazione fiscale permette di chiedere la restituzione in cinque anni del 55% della spesa sostenuta per riduzione delle dispersioni termiche degli edifici, installazione di pannelli solari per la produzione di acqua calda, installazione di caldaie a condensazione e costruzione di nuovi edifici ad alta efficienza energetica
Si può aderire all'appello con una firma o con un post, se avete un blog.

domenica 29 agosto 2010

Il lascito di una crisi



di Leonardo Boff, teologo

(traduzione di R. Baraglia)

Nel secolo 16º, quando in Roma era al culmine il potere dei papi del Rinascimento, coinvolti in scandali di ogni ordine, si levò un clamore in tutta la Chiesa per la “riforma del capo e delle membra”. Questo clamore veniva dai laici, dal basso clero e da teologi quali Lutero, Zwinglio e altri ancora. Come risposta venne la controriforma che trasformò la Chiesa cattolica in baluardo contro il movimento dei riformatori, irrigidendo ancor più la sua struttura di potere.

Adesso lo scandalo dei preti pedofili in vari paesi cattolici ha fatto sì che sorgesse pure un forte clamore come richiesta di riforme strutturali nella Chiesa, clamore che non viene soltanto dal basso come al tempo della riforma, ma principalmente dall’alto, da cardinali e vescovi.

Innanzitutto, questo peccato e questo crimine ha generato una disastrosa gestione vaticana. Inizialmente si è tentato di squalificare i fatti come “chiacchiericcio televisivo”. In seguito si è cercato di occultarlo, usando perfino il “sigillo pontificio” col pretesto di salvaguardare la presunta santità intrinseca della Chiesa, in seguito si sono minimizzati i fatti e si è creato un facsimile di complotto di oscure forze laiciste contro la Chiesa e infine, davanti all’impossibilità di qualsiasi via di scusa e di fuga, la verità scomoda è venuta a galla.

Il Papa ha adottato, contro i pedofili, severe misure, considerate insufficienti da molti della chiesa stessa. Infatti non bastano la “tolleranza zero” e le punizioni canoniche civili. Tutto questo viene a posteriori, a delitto compiuto. Non si dice niente come evitare che tali scandali si ripetano né quali riforme introdurre nella vivenza del celibato e nell’educazione del candidato al sacerdozio. Non si mette come prioritaria la salvaguardia delle vittime innocenti: molte di queste rivelano un tenebroso vuoto spirituale, frutto del tradimento che hanno sentito da parte della Chiesa in un misto di colpa e di vergogna.

In seguito alte autorità si sono accusate reciprocamente. Il cardinale Cristof Schönborn di Vienna ha accusato il cardinale Angelo Sodano, quando era Segretario di Stato (il primo posto dopo quello del Papa) di aver occultato la pedofilia del suo antecessore nella sede, il cardinale Hans-Herrman Groër. Vescovi tedeschi hanno criticato la conferenza episcopale per non essere stata sufficientemente vigilante davanti ai notori abusi sessuali del vescovo di Augsburg Walter Mixa, obbligato a rinunciare. Lo stesso si riferisce al vescovo di Bruges del Belgio che ha abusato per otto anni di un suo nipote.

Sconvolgente è l’autocritica fatta da arcivescovo di Canberra Mark Coleridge, che riconosce che la morale della Chiesa riguardo al corpo e alla sessualità è rigida e di stile jansenista e crea nei seminaristi “una immaturità istituzionalizzata”, oltre alla tendenza alla discrezione e al segreto davanti ai delitti, per mantenere il buon nome della Chiesa, frutto di trionfalismo ipocrita. Il primate d’Irlanda Diarmuid Martin si è interrogato sinceramente sul futuro della Chiesa del suo paese, tanto grande il numero dei pedofili nelle istituzioni e per molti e lunghi anni. Riconosce che le riforme sono urgenti, dato che la Chiesa “non può rimanere prigioniera del suo passato” ma deve introdurre cambiamenti fondamentali nella sua struttura che impediscano tali sviamenti. Forse il documento più lucido e coraggioso è venuto dal vescovo ausiliare di Canberra Pat Power. Questi “richiede una necessaria riforma sistemica e totale delle strutture della Chiesa”. Afferma che nella conduzione della Chiesa, completamente maschile, non risiede tutta la sapienza ma che essa deve ascoltare la voce dei fedeli. Con coraggio riconosce che “se le donne avessero avuto più potere di decisione non saremmo arrivati alla crisi attuale.

Potremmo addurre altre voci di alte autorità ecclesiastiche. Ma l’importante è constatare che questo scandalo che ha investito il capitale di etica e di fiducia della Chiesa-Istituzione, paradossalmente ha lasciato un legato positivo: ha suscitato la questione delle riforme di base, approvate dal concilio Vaticano II. Queste tuttavia furono boicottate dalla Curia vaticana e dagli ultimi due Papi che si sono allineati una visione conservatrice contraria a tutta la modernità.

Tutti noi che amiamo la Chiesa con le sue luci e le sue ombre, vogliamo intendere l’attuale crisi come un’opportunità suscitata dallo Spirito Santo perché la Chiesa-Istituzione realmente trovi la forma migliore di trasmettere la buona novella di Gesù e aiuti l’umanità ad affrontare una crisi ancora maggiore quella del sistema-Vita e del sistema-Terra, terribilmente minacciati.

Pubblicato il 5 agosto 2010 da assviottoli