domenica 1 aprile 2007

I cento chiodi in mano ai vescovi




I cento chiodi in mano ai vescovi
di EUGENIO SCALFARI

Dobbiamo purtroppo tornare per l'ennesima volta su un tema che continua ad essere fragorosamente riproposto dalle gerarchie ecclesiastiche: quello cioè dei Dico, della tutela della famiglia, del rapporto tra l'Episcopato e il laicato cattolico politicamente impegnato. È di ieri la più recente dichiarazione del presidente dell'Episcopato, monsignor Bagnasco, secondo il quale se si dice sì ai Dico seguendo i criteri dell'opinione pubblica e non quelli etici, diventa poi difficile motivare un no alla pedofilia e all'incesto. Il capo della Cei richiama così ancora una volta i parlamentari cattolici all'obbligo religioso e morale di schierarsi contro le convivenze di fatto e in particolare contro quelle tra coppie omosessuali.
Ad attutire l'effetto di così sconvolgenti "esortazioni" si fa notare da chi cerca di costruire un ponte tra la posizione clericale e quella laica che la "Nota" emanata dalla Cei non prevede sanzioni specifiche contro i parlamentari cattolici che non obbediranno alle ingiunzioni dei Vescovi. Tutto cioè verrebbe lasciato alla consapevole decisione dei singoli. Comprendiamo le buone intenzioni dei "pontieri" che però non trovano conferma nei testi e nei comportamenti.
La "Nota" della Cei e le successive dichiarazioni del successore di Ruini parlano esplicitamente dell'obbligo dei parlamentari cattolici di conformarsi alle indicazioni della Chiesa ed escludono che si possa invocare in materia il principio della libertà di coscienza. Rivolgersi in questo modo a membri del governo e del Parlamento è aberrante e profondamente offensivo per i destinatari e per le istituzioni da essi rappresentate. Chi è stato eletto dal popolo ha come solo punto di riferimento la Costituzione. Volergli imporre un obbligo di obbedienza ad un potere religioso è il massimo dell'ingerenza ipotizzabile. Affiora (l'abbiamo già scritto altre volte ma dobbiamo purtroppo ripeterci) un fondamentalismo teocratico che snatura la missione stessa della Chiesa. L'Episcopato italiano si sta muovendo su una strada sempre più stretta e piena di rischi.
Ieri in parecchi cinema di Roma è stato proiettato il film di Olmi intitolato "Centochiodi". Il regista non ha mai nascosto i suoi sentimenti di cristiano e di cattolico; proprio per questo assume maggior rilievo un film che denuncia la povertà spirituale di una Chiesa sempre più lontana dai sentimenti di fratellanza dei "semplici" e dall'amore verso il prossimo.
Nelle sale dove il film è stato proiettato ci sono stati alla fine applausi corali da parte del pubblico. Non era mai accaduto per un film di carattere religioso e mai con significati polemici nei confronti d'una Chiesa che ragiona sempre più sulla base dei dogmi e dei divieti. L'Episcopato italiano rifletta con serietà sulla via che ha intrapreso, densa di rischi e di pericolose tentazioni.
Ma veniamo alla situazione politica. I berlusconiani del centrodestra non si erano ancora riavuti dal voto con il quale il Senato aveva approvato il decreto sul rifinanziamento delle missioni militari all'estero, quando gli è arrivato il secondo schiaffo sull'altra guancia con il voto che approva il decreto Bersani sulle liberalizzazioni.
Due fatti che vanno molto al di là dei contenuti specifici. Nel primo i "berluscones" hanno votato contro le attese degli alleati atlantici e in particolare degli Stati Uniti d'America; nel secondo contro i principi liberali che hanno sempre posto alla base della loro vocazione politica anche se non hanno mai fatto un solo passo concreto su quell'impervia strada. La pulsione di dare una spallata al governo ha così travolto ogni comportamento ragionevole e ogni mediazione utile dal loro stesso punto di vista.
Come non bastasse, sono perfino riusciti a spaccare in due la vecchia "Casa delle libertà" che ormai non esiste più neanche formalmente. Ha ragione il senatore di Forza Italia, Lino Jannuzzi, che motivando il suo "sì" al decreto sul rifinanziamento della missione in Afghanistan ha previsto uno "tsunami" che tra breve tempo si abbatterà sull'arcipelago berlusconiano.
Adesso la parola d'ordine nel centrodestra è quella di minimizzare e ricucire. Ma le spinte centrifughe sono già all'opera e stavolta non sarà facile riassorbire. Soprattutto se la congiuntura economica europea manterrà un andamento positivo e se le ricadute sull'economia e sulla finanza saranno intercettate dal nostro governo con interventi adeguati.
Il Tesoro conta di disporre nel corso di quest'esercizio d'un surplus di circa tre miliardi di euro. Il tema all'ordine del giorno è la loro più appropriata destinazione. Tra le varie alternative possibili campeggia quella di elevare il livello minimo delle pensioni che attualmente è inferiore ai 500 euro mensili. Affinché l'operazione sia percepibile sembra necessario destinarvi almeno metà del "tesoretto". L'altra metà potrebbe essere utilizzata ad una prima rete di ammortizzatori sociali con specifica attenzione ai lavoratori precari.
Quanto alla riforma delle pensioni è ragionevole supporre che i tavoli di confronto che saranno aperti nei prossimi giorni vedranno l'inizio d'un negoziato che si concluderà verosimilmente in autunno. Ma prima di quella data bisognerà comunque aver chiuso le divergenze sul contratto del pubblico impiego, senza di che i sindacati darebbero il via allo sciopero generale del settore.
Ammettiamo come fondata ipotesi che tutti gli obiettivi fin qui indicati siano realizzati. In tal caso è possibile prevedere un recupero di consenso nei confronti d'un governo che del resto non ha alternative né nelle famose larghe intese né in un governo tecnico. Il presidente Napolitano del resto ha già dichiarato quest'aspetto istituzionale proprio all'indomani del voto sulle missioni italiane all'estero: il compito di questo governo è quello di governare procedendo con gli opportuni aggiornamenti all'attuazione del programma. Così avverrà, almeno fino alle elezioni europee del 2009 e forse fino alla fine della legislatura nel 2011.
Non si possono tuttavia eludere gli effetti che la nascita dell'opposizione "costruttiva" dell'Udc di Casini avrà anche sui rapporti all'interno del centrosinistra. In particolare tra la sinistra riformista e quella radicale. La questione delle due sinistre è stata volutamente drammatizzata da tutti coloro che mitizzano la necessità d'un grande centro o almeno di un centrosinistra intenzionato a marginalizzare la sua ala radicale avvalendosi dell'appoggio dell'Udc su una serie di obiettivi specifici, soprattutto nel campo delle riforme economiche liberali e liberiste.
Ma è una questione malposta per almeno due ragioni. La prima è una ragione strutturale: il nostro è un paese di diseguaglianze crescenti per quanto riguarda la distribuzione del reddito, il possesso della ricchezza, la precarietà del lavoro, la disoccupazione giovanile in gran parte concentrata nelle regioni meridionali. Su questi temi e sulla loro priorità non c'è divisione alcuna tra riformisti e radicali, tra Fassino e Rifondazione. Tanto meno tra Ds e Margherita.
La seconda ragione sta nel rafforzamento politico di Prodi dopo il doppio voto al Senato sulla politica estera e sulle liberalizzazioni. Un Prodi politicamente più forte può negoziare appoggi specifici con Casini senza allentare l'intesa organica con Rifondazione. Giordano (e Bertinotti) sono perfettamente consapevoli di questa situazione e a quanto sembra sono disponibili a fare la loro parte.
Non sarà certo una navigazione tranquilla. D'altra parte, dopo dieci mesi di governo, si è ormai passati dalla fase di stallo a quella di movimento con i rischi ma anche i vantaggi che essa comporta.
(1 aprile 2007)

Una chiesa sempre più a destra




Una chiesa sempre più a destra
Filippo Gentiloni

Le recenti vicende del rapporto chiesa-stato hanno confermato una impressione che già da qualche tempo si era fatta strada, che, cioè, il cattolicesimo italiano sia ormai da annoverarsi fra le forze politiche di destra. Destra, o, se si preferisce, centrodestra. Con Berlusconi, comunque. Senza più quelle incertezze e quei tentativi di mediazione che fino a poco tempo fa avevano caratterizzato i vertici cattolici.
Con chiarezza si può parlare dei vertici; difficile dire quanto i vertici siano poi seguiti dalla base cattolica, anche perché tale base non è facile da definire e delimitare. I battezzati? I frequentatori della messa domenicale? Gli studenti che non rifiutano l'insegnamento cattolico a scuola?
Non si può parlare del cattolicesimo della massa degli italiani, ma comunque si può affermare che i vertici ecclesiastici - Vaticano, vescovi, organi di stampa...- hanno abbandonato quella posizione di centro che li aveva caratterizzati per decenni. Una posizione che si manteneva rigidamente centrale, e lontana dalle dispute politiche quotidiane, anche - soprattutto - perché aveva delegato il suo ruolo e la sua presenza politica alla Democrazia Cristiana. Oggi, mancando tale presenza e tale ruolo, la dirigenza cattolica si è trovata ad assumere un ruolo politico in prima persona e lo ha assunto, ormai è chiaro, a favore della destra. Si è arruolata fra le grandi forze che favoriscono Berlusconi, la sua politica interna ed estera, la sua economia. Per Berlusconi un bel vantaggio, una grande ricchezza.
Per il paese, invece, e per il cattolicesimo? Ce lo dobbiamo domandare con chiarezza e sincerità. I segnali, d'altronde, sono chiari e si sono ulteriormente chiariti proprio in questi giorni, anche nel passaggio da Ruini a Bagnasco. Per non parlare del passaggio da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI. La questione dei Dico e non soltanto. Una chiesa sempre più rigida, favorevole ai teocons e diffidente delle varie forme di democrazia. Sempre arroccata in difesa dei suoi presunti diritti, da quello di parola a quelli che la distinguono - pretendono di distinguerla - dalle altre fedi e la privilegiano. Significativa, fra l'altro, la pretesa della menzione delle radici cristiane dell'Europa.
Si veda l'elenco dei gruppi e delle associazioni che hanno firmato l'appello per il Family day del 12 maggio: non manca proprio nessuno. Tutto il cattolicesimo italiano ha risposto a un appello chiaramente favorevole alla destra berlusconiana. Sono lontani i tempi del Concilio e di un cattolicesimo che si permetteva alleanze di vario tipo, anche con il centrosinistra.
Non che oggi i cattolici favorevoli al centrosinistra non esistano. Ci sono, ma sono costretti al silenzio e al nascondimento. All'anonimato. Un notevole impoverimento di un cattolicesimo che possedeva, fino a ieri, voci ricche e significative. Don Milani, Padre Balducci e mille altri. Oggi non più. Oggi la fedeltà a Gesù Cristo e al Vaticano dovrebbe comportare anche quella a Berlusconi.
Molto caro il prezzo di questo appiattimento. Se non altro quello di una separazione fra un cattolicesimo ufficiale, sostanzialmente di destra, e un cattolicesimo che dissente, e più o meno silenziosamente, si va distaccando da quello ufficiale. Distacco doloroso e pericoloso. Fino a quando?

da Il Manifesto 29.03.07

Lingua italiana, Costituzione, libertà di costume.

Il modello di integrazione ''targato'' Amato-Ferrero
Il ddl di riforma della Bossi-Fini in Consiglio dei ministri il 6 aprile. Ma Ferrero avverte: ''Non c’è modifica che tenga se non allarghiamo il welfare: il razzismo nasce nelle liste d'attesa per case popolari e asili nido''

ROMA – La proposta Amato-Ferrero di modifica del Testo unico sull’immigrazione sarà presentata al Consiglio dei ministri del 6 aprile a Palazzo Chigi. “Dobbiamo soltanto limare alcune questioni sul riconoscimento dei titoli di studio” ha annunciato questa mattina il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, nel corso della seconda conferenza del progetto europeo Think&Act, a Roma. “La nuova legge semplificherà l’accesso legale in Italia, promuovendo sul piano della legalità i canali informali utilizzati oggi da famiglie e aziende” ha dichiarato Ferrero. La nuova legge garantirà il diritto di voto attivo e passivo alle elezioni amministrative, e prevedrà la riduzione dei cpt, un fondo per i minori non accompagnati, liste di collocamento all'estero e ingressi con lo sponsor, ma anche flussi triennali e porte aperte per gli assistenti familiari. Le modifiche piacciono a Sandra Pratt, dell’Unità Immigrazione e Asilo della Commissione Europea. “Testo coerente con la linea di Bruxelles – ha dichiarato intervenendo alla conferenza di Think&Act – perché promuove i canali di ingresso legale e scoraggia l’immigrazione illegale”.

Se approvato dal Governo la proposta dovrà poi essere discussa in Parlamento, dove ci si aspetta un forte scontro con l’opposizione. Ma l’accordo potrebbe mancare anche all’interno della maggioranza stessa, a giudicare dal rallentamento del ddl sulla cittadinanza. Lo stesso ministro ha ammesso l’esistenza del problema. “La proposta di modifica – che prevede la riduzione da 10 a 5 anni del soggiorno minimo per richiedere la cittadinanza italiana – è bloccata in Commissione affari costituzionali, alla Camera, da una discussione virulenta a cui non è estranea la maggioranza, sebbene il decreto sia in linea con il programma presentato alle elezioni”. “E’ un problema – ha dichiarato Ferrero – ma spero che sia risolto entro la fine della prossima settimana”.

Per allora la Amato-Ferrero potrebbe già essere stata approvata da Palazzo Chigi. “Se la logica della Bossi-Fini era di porre trappole per cadere nell’illegalità, la logica dell’Amato-Ferrero è di permettere l’emersione dall’illegalità e la regolarizzazione a vari livelli”. Solo la legalità e il pieno accesso ai diritti sociali e sanitari – ha proseguito Ferrero – possono garantire una buona integrazione degli oltre 3 milioni di immigrati in Italia.

Integrazione alla cui base stanno, secondo il modello proposto da Ferrero, la conoscenza della lingua italiana e la condivisione dei valori fondanti della Costituzione. Nessun intervento legislativo sui costumi dunque, “salvo una legge sulla libertà religiosa”, che il ministro ha invocato a più riprese, citando come modelli negativi l’assimilazionismo francese e il comunitarismo inglese. “L’appartenenza comunitaria e religiosa deve essere una libera scelta e non un’arma di difesa contro un ambiente esterno percepito come ostile”.

“Tuttavia – ha concluso Ferrero – se non allarghiamo il welfare, non c’è modifica della Bossi-Fini che tenga. Il razzismo nasce nelle liste d’attesa delle case popolari e degli asili nido. La gente si dice perché lui che è immigrato ha la casa e io che sono nato qui no. Non penso ad un welfare per gli immigrati – ha quindi concluso – ma a un welfare per tutti”. Secondo dati citati da Ferrero, nel corso del 2005 i lavoratori immigrati hanno pagato contributi allo Stato italiano per oltre 3 miliardi di euro. (gdg)

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L’esercito invisibile delle assistenti familiari

Nel 2006 in Italia erano 619.732: il 38% era totalmente clandestino, il 22% lavorava in nero
(da www.gruppoabele.org)


Hanno mediamente tra i 35 e i 43 anni. Arrivano in Italia con un visto turistico e poi scompaiono nel nulla. Vanno a rimpinguare le fila di un vero e proprio esercito di lavoratrici invisibili. Sono le assistenti familiari, conosciute ai più come badanti. Secondo la ricerca “Qualificare il lavoro di cura”, realizzata dall’Istituto per la Ricerca sociale (Irs) di Milano in collaborazione con Caritas ambrosiana e Cgil Lombardia, in Italia nel 2006 erano 619.732: 130 mila solo in Lombardia. In testa alla classifica ci sono le donne dell’est Europa, soprattutto le ucraine che imparano l’italiano molto in fretta e già in patria si occupano abitualmente dell’economia domestica e della cura dei famigliari più anziani. Poi vengono le sud americane, le africane e le asiatiche. Quasi tutte hanno un diploma superiore, alcune anche la laurea, ma si accontentano di uno stipendio di circa 750 euro per una media di 13 ore di lavoro giornaliere in una situazione di totale precariato: il 38% di loro è clandestino mentre il 22% ha un permesso di soggiorno e lavora in nero.
Tante storie diverse che si somigliano nel sognare un ricongiungimento familiare e un futuro in Italia. Molte di queste donne, come si legge nella ricerca dell’Irs di Milano, sarebbero disposte anche a frequentare corsi di formazione per accrescere le loro competenze e far diventare l’assistente familiare il lavoro della loro vita. Molte hanno nostalgia di casa e chi può cerca di tornare indietro almeno una volta al mese: sono soprattutto quelle che vengono dai paesi dell’est Europa, il cui progetto migratorio prevede di ritornare definitivamente in patria dopo qualche anno di lavoro. Ma spesso la realtà fa a pugni con i sogni, i mesi in Italia si trasformano in anni e casa e famiglia si allontanano sempre di più. Le famiglie diventano altre: quelle italiane, circa 600 mila, dove prestano servizio e vivono. Questa situazione porta allo sviluppo di rapporti complessi nei quali il confine tra lavoro, amicizia, servilismo e familiarità è molto labile. Quasi sempre alle assistenti familiari si richiede molto di più di quanto sarebbe previsto in un normale contratto di lavoro. “La situazione attuale conviene a tutti - ha detto Sergio Pasquinelli dell’Irs - alle famiglie delle persone anziane accudite, allo stato e anche alle stesse assistenti familiari. Le famiglie, assumendo in nero, risparmiano sugli oneri del contratto, lo stato si vede risolto il problema della cura degli anziani senza fare particolari investimenti e le badanti sperano di guadagnare di più”.
Da tempo esistono in alcuni Comuni del nord Italia gli “sportelli badanti” per far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro. “Sono utili per il primo contatto - ha detto Pasquinelli - ma poi vengono evitati quando si passa alle condizioni di assunzione. Su dieci famiglie che si rivolgono agli sportelli, solo una firma un regolare contratto di assunzione”. Per contrastare il sommerso nel lavoro privato di cura, Pasquinelli è convinto che “le famiglie devono essere aiutate: meno oneri a chi sottoscrive un contratto e più servizi di sostegno da parte dei comuni”.
In questa direzione sembra orientato anche il governo. La ministra delle Politiche della famiglia Rosy Bindi ha dichiarato che una quota del Fondo per la famiglia inserito nella finanziaria sarà impiegato per qualificare il lavoro delle assistenti familiari. Il piano governativo prevede la regolarizzazione di chi sta lavorando clandestinamente, il coinvolgimento dei servizi pubblici e degli enti locali sia nella gestione della domanda e dell’ offerta lavorativa sia nella la formazione delle future assistenti familiari.
Intanto qualcosa sembra già essersi mosso. Il 13 febbraio 2007 è stato firmato il nuovo Contratto nazionale per il lavoro domestico: entrerà in vigore il primo marzo e sarà valido fino a febbraio 2011. Nelle 27 categorie di lavoratori coinvolte ci sono anche le assistenti famigliari: a loro è stato finalmente riconosciuto, sotto la voce di lavoratrici conviventi a 30 ore alla settimana, lo status di coresidenti presso le famiglie in cui sono impiegate.

Per saperne di più sulla ricerca “Qualificare il lavoro di cura” clicca qui.

Per saperne di più sul Contratto nazionale per il lavoro domestico clicca qui.

Le immigrate e l´aborto "L´Italia finto paradiso"

Interruzione di gravidanza: è boom tra le donne straniere
(la Repubblica, VENERDÌ, 30 MARZO 2007, Pagina 1 - Prima Pagina)

monica, romena La pillola è troppo cara, il preservativo fa venire le ferite. Io di solito vado in bagno e mi lavo, ma questa volta si vede che non mi sono lavata bene

mai stata dal ginecologo A chiedere il primo certificato mi ha accompagnato un´amica di mio fratello, italiana. Non ero mai stata dal ginecologo, mi vergogno qui i medici sono tutti uomini

un paese diverso Questo paese non è come me lo ero immaginato. Qui sono triste, sono sempre al servizio e non cambierà. Ma io non posso nemmeno tornare indietro

Le interruzioni volontarie di gravidanza calano fra le italiane ma è boom fra le donne straniere

Per africane, sudamericane e ragazze dell´est ormai il trenta per cento degli interventi

CONCITA DE GREGORIO

Quando il medico, in ospedale, domanda «lei come è arrivata qui?» – intende chi l´ha visitata, chi l´ha mandata – lei risponde con il numero di autobus che ha preso. Monica ha 24 anni, è romena e parla un italiano ancora incerto. «Sono arrivata con la metropolitana, poi ho preso il 3». Dice che stasera deve preparare la cena ai fratelli e domattina deve tornare a lavorare: vuol sapere, perciò, se si fa presto. Nel suo paese si è diplomata segretaria, assiste dalle 9 alle 20 un´anziana in carrozzella, è clandestina.

«Stp», c´è scritto sul suo certificato medico: straniera temporaneamente presente. È rimasta incinta perché «la pillola è troppo cara e fa ingrassare, il preservativo fa venire le ferite e dicono che poi resti sterile. Io di solito vado in bagno e mi lavo ma si vede che questa volta non mi sono lavata bene». Interrompe la gravidanza, perciò. E´ la seconda volta. «Se fossi a casa mia un figlio lo potrei anche tenere, c´è mia madre la mia famiglia, là ci si aiuta ma qui come faccio? Sono da sola, i miei fratelli sono due maschi cosa capiscono di bambini, non sono sposata. Non posso mica perdere il lavoro, come vivo senza soldi?».

A trent´anni dall´entrata in vigore della legge sull´aborto è cambiata la geografia e la cultura del paese. Le donne italiane che interrompono la gravidanza continuano a diminuire: meno di centomila nel 2005, erano duecentotrentamila nell´82. In venticinque anni di aborto legale i casi si sono ridotti di molto più della metà. Al contrario le donne straniere che abortiscono continuano ad aumentare: sono, oggi, più del 30 per cento del totale, una su tre. Una percentuale enorme, sei volte più alta dell´incidenza di straniere sulla popolazione.


Su ogni cento donne cinque sono straniere. Su ogni cento aborti più di trenta sono richiesti da giovani romene, ucraine, marocchine, cinesi, sudamericane. Sono molto spesso clandestine. Parlano poco e male la lingua, le cinesi praticamente per niente: entrano in ospedale con l´interprete. Sono arrivate in massa coi ricongiungimenti familiari: secondo il rapporto Caritas nel 2005 le regolari erano un milione e 344 mila, almeno il doppio quelle non censite. Le nordafricane arrivano all´intervento accompagnate dal marito che pretende di entrare fino in sala operatoria, rifiutano di essere operate da un uomo. Le ucraine detengono il record di interruzioni: anche sette, otto volte. Sono donne diversissime tra loro, è ovvio. Ciascuna ha la sua cultura di riferimento, le sue tradizioni, la sua storia. In comune - oltre allo spaesamento - hanno solo una specie di analfabetismo contraccettivo, un pudore invincibile a parlare di sesso e la convinzione che tutto quel che riguarda la sfera della riproduzione è cosa di donne: merito o più spesso colpa. Portano loro il peso, da sole, di tutta la faccenda.


Monica dice, infatti, che col suo ragazzo non parla «di queste cose». Si fanno e basta. Se poi succede un incidente lei lo risolve. Non lo informa nemmeno, tanto a lui non interessa: «Ha da lavorare, la sera è stanco». Michele Grandolfo, che dirige il reparto Salute della donna dell´Istituto superiore di Sanità e che da 25 anni studia l´applicazione della 194 in Italia, trova impressionante l´analogia tra queste storie e le nostre di mezzo secolo fa. «Le straniere sono come le donne italiane degli anni ‘50, anche peggio. Quattro su dieci non sono in grado di individuare il periodo in cui possono rimanere incinte. Fanno ricorso all´aborto tre e anche quattro volte più delle italiane. Hanno pochissima capacità di ‘cercare salute´, cioè di prendersi cura di sé. Sono pochissimo e mal informate sui metodi di controllo delle nascite. Non hanno una rete di relazioni con la società esterna, vivono chiuse nella famiglia e nella comunità di origine e sono molto difficili da raggiungere per chi voglia fare prevenzione e offrire assistenza».


Monica dice che al consultorio dove è andata a chiedere il certificato per il primo aborto l´ha accompagnata un´amica di suo fratello, italiana. Non era mai stata dal ginecologo prima. «Mi vergogno, qui i medici sono tutti uomini. Avevo avuto dei problemi ma non sono andata. Avevo anche paura che mi scoprissero e mi rimandassero al mio paese». Non è così, le cure sanitarie sono garantite a tutti anche ai clandestini: basta avere il tesserino Spt e per farlo non serve un documento di identità. «Lo so, però non mi fidavo». E adesso, dopo questo secondo aborto, come pensa di evitare una nuova gravidanza? Lavarsi non basta, glielo avrà detto il ginecologo. «Sì, mi ha detto che se non voglio la pillola nè i preservativi mi posso mettere la T di rame ma non sono sicura, ho sentito dire che fa venire le emorragie».


Il gruppo di lavoro di Michele Grandolfo (Angela Spinelli, Emanuela Forcella e Samantha Di Rollo) ha condotto nel 2006 per l´Istituto di sanità la più importante e completa ricerca sull´»Interruzione volontaria di gravidanza tra le donne straniere in Italia». E´ un´indagine che alterna dati a interviste a 680 donne straniere che hanno abortito in sei centri pubblici tra Torino, Milano, Roma e Reggio Emilia. Nel 2004, ultimo dato disponibile, hanno abortito 36.731 donne straniere. Considerando i valori di crescita degli ultimi anni dovrebbero aver superato oggi le 40 mila unità. Le romene sono ancora al primo posto. Con la sanatoria del 2002 la percentuale di ucraine presenti nel paese è balzata dal ventisettesimo al secondo posto. Seguono albanesi, marocchine, polacche, filippine, cinesi, sudamericane. Nel campione esaminato il 56 per cento non usa nessun tipo di contraccettivo per questi motivi: «La pillola fa venire il cancro» (Perù, fidanzata senza figli). «Ho pensato che a tanto prendere la pillola sono diventata sterile così mi sono fidata di questo pensiero e ho smesso di prenderla» (Perù, sposata, due figli) «Mia cognata aveva la spirale, le è venuta un´emorragia. E´ pericolosa» (Ecuador, 25 anni, sposata, un figlio). «Il preservativo fa male dopo il parto» (Romania, 33 anni, due figli). «Sto sempre con mio marito non vado con altri quindi non è necessario» (Cina, 23 anni). «Nel mio paese è gratis qui la pillola costa cara, anche 12 euro non ce li ho» (Marocco, senza figli). Il 40 per cento non conosce il suo periodo di fertilità, un´altissima percentuale resta di nuovo incinta entro tre mesi dal parto. «Per una settimana o due che ci vediamo ogni qualche mese a cosa serve proteggersi?» (Romania, 28 anni, fidanzata). «Se lo fai una volta ogni tanto non succede niente» (Perù, senza figli).


Il 44 per cento di queste donne aveva già abortito almeno una volta. «Adesso però basta, non vogliamo avere più bambini così ho messo un allarme all´orologio che suona alle nove così non dimentico più la pasticca» (Ecuador, 27 anni). «Mandare via il bambino è un peccato, ma come faccio da sola? Non parlo ancora l´italiano la mia casa è brutta», (Marocco, 31). «Non voglio mandare i miei figli a chiedere l´elemosina, non è questo che voglio per loro» (Romania, rom, 18 anni, sposata). «La prima volta avevo paura, ho chiesto com´è l´anestesia locale? Il medico mi ha risposto: come quando ci si toglie un dente» (Perù, 44 anni). «L´aborto fa il rumore dell´aspirapolvere. Me lo ricordo ogni volta che lo accendo per pulire la casa» (Ecuador, 32, sposata).


Monica ha finito, ha già ripreso il suo autobus poi quattro fermate di metro. A quest´ora è a casa a preparare la cena ai fratelli. «L´Italia non è come me l´ero immaginata. Qui sono triste, sono sempre al servizio e non cambierà. Non posso più nemmeno tornare indietro». Non può tornare. Anche una giovane cinese al primo aborto dice così. Ha 23 anni, è sposata, parla pochissimo l´italiano. «Appena arrivata mio zio mi ha detto di cucire i vestiti, avevo 15 anni e non li volevo cucire, volevo tornare in Cina ma lui diceva che ha speso 30 milioni per farmi venire e così dovevo lavorare. Tutti dicono che l´Italia è un paradiso, che è facile guadagnare soldi ma non è vero, i soldi guadagnati in Italia si spendono in Italia, solo per l´affitto vanno via mille euro e non cambia mai niente. Così devi restare. E´ difficile da sopportare ma è così e basta».

(1 - continua)

Nelle città del Nordest padano gli immigrati vivono meglio

A sorpresa c´è il maggior livello di integrazione
(la Repubblica,domenica, 1 aprile 2007)

Una miriade di piccoli centri che ha contrastato il formarsi di grandi banlieue

Gli stranieri assimilano le "regole" della vita locale. Importante è il ruolo delle badanti

I lavoratori stranieri sono attratti in primo luogo dalla domanda delle piccole e medie aziende



ILVO DIAMANTI

Non sempre l´immagine e la realtà coincidono. Talora contrastano in modo stridente. Come nel caso dell´immigrazione, uno dei fenomeni più significativi del nostro tempo. Tanto più in Italia, dove, in pochi anni, si è allineata alla media europea. E, in alcune zone, l´ha superata ampiamente. Nel Nordest, ad esempio, e soprattutto in Veneto (dove si avvia a toccare 7%). Proprio dove, secondo l´opinione pubblica nazionale, è più forte l´ostilità verso gli stranieri.

Non c´è bisogno di fare sondaggi impegnativi, per accorgersene. Io stesso, un paio di giorni fa, all´Università di Urbino, ho chiesto agli studenti di un master (provenienti da tutta Italia; tre di essi, da paesi stranieri) quali fossero, secondo loro, le zone più inospitali, per gli immigrati. La risposta, largamente condivisa: Lombardia, Veneto, Nordest. E, fra le province: Treviso, Vicenza, Bergamo, Varese. Insomma: la geografia politica della Lega. Che della "paura" dell´immigrato ha fatto una bandiera. Peraltro, questa immagine riflette alcune spiegazioni, diffuse non solo fra la "gente comune". Che il tasso di xenofobia sia proporzionale all´ampiezza del fenomeno migratorio. E si riproduca, nella stessa misura, sulle scelte a livello individuale, politico e amministrativo. I risultati del V Rapporto sull´integrazione degli immigrati, curato dalla Caritas per il Cnel, e presentato giusto la settimana scorsa, però, rovesciano queste spiegazioni e contraddicono le opinioni correnti. Le riducono al rango di "pregiudizi". Il Rapporto ricostruisce e valuta la capacità di integrazione dei diversi contesti territoriali in Italia in base a un indice, che riassume 21 misure diverse. Tiene conto, dunque, di molteplici aspetti: dai permessi di soggiorno ai ricongiungimenti familiari, dai reati commessi alla situazione abitativa, dai ricongiungimenti familiari ai tassi di occupazione e disoccupazione… Ne esce, come abbiamo detto, una rappresentazione largamente dissociata dalle immagini ricorrenti. Il contesto che garantisce il maggior livello di integrazione degli immigrati, infatti, è il Nordest, fra le macroaree. Mentre, fra le regioni, primeggiano il Trentino Alto Adige, il Veneto e la Lombardia (praticamente sullo stesso piano). Scendendo di scala, incontriamo quattro province del Nordest ai primi dieci posti. Complessivamente, però, otto appartengono al Nord "padano" (escludendo, cioè, l´Emilia Romagna). Se allarghiamo il campo alle prime 26 (un quarto del totale), il numero delle province "padane" sale a diciotto. Tra le quali, tutte quelle che, nella percezione comune (confermata dal "campione" dei miei studenti), risultano le più "ostili" agli stranieri. Vicenza, Treviso, Bergamo e Lecco, anzitutto; poi le altre "sospettate". Da Varese a Mantova, da Cuneo a Lodi, da Cremona a Pordenone a Brescia. Le enclaves elettorali della Lega, che dovunque supera il 10%, ma in molti casi va oltre il 14%. D´altronde, il grafico pubblicato in questa pagina è molto chiaro. Nelle province dove il grado di integrazione risulta "massimo", la Lega, alle elezioni politiche del 2006, consegue, mediamente, circa il 10%. Più del doppio rispetto alla media nazionale. Nel gruppo di province dove la capacità di integrazione è stimata "minima", al contrario, il risultato medio della Lega sfiora lo zero. Come si spiega questa singolare coincidenza fra la geografia della Lega e quella dell´integrazione, dove coesistono xenofobia e accoglienza? Il fatto è che la Lega, l´immigrazione e l´integrazione sono alimentati dagli stessi processi: economici, sociali e culturali. E, in fondo, dallo stesso "modello". Fondato sul lavoro, sulla piccola impresa, sul policentrismo, sulla comunità locale. Il lavoro, anzitutto. L´immigrazione, in queste province, è attratta, in primo luogo, dalla domanda delle piccole e medie aziende. Gli immigrati sono largamente "occupati" e, quindi, "regolari" (come ha mostrato una ricerca dell´Ismu). Non solo perché sono "in regola", ma anche perché assimilano le "regole" della vita locale. Il lavoro, infatti, non è solo fattore economico, ma, in queste zone più che altrove, costituisce un riferimento di valore. Si tratta di un territorio "laburista", dove "se lavori sei". E "sei" in base a "quel che fai". E a "quanto" lavori. Alla professione e alla fatica. Il lavoro: un meccanismo che genera "cittadinanza".

In secondo luogo, agli immigrati viene riconosciuto un ruolo di sostegno alla famiglia. Basta pensare al peso delle "badanti", che compensano il ruolo di assistenza svolto, un tempo, dai figli (soprattutto dalle figlie). In terzo luogo, queste province continuano a mantenere una struttura residenziale diffusa e policentrica, punteggiata di piccoli comuni (anche se ormai confusi in conurbazioni sempre più estese). Una costellazione di piccoli centri, circondati da una miriade di piccole periferie. Il che ha, in parte, contrastato il formarsi di grandi banlieues. Non a caso, le situazioni di maggior disagio e conflitto si sono riprodotte in aree semi-metropolitane (come, di recente, a Padova). Peraltro, si tratta di zone a tradizione cattolica (e democristiana). Dove è fitta la rete di solidarietà comunitaria, tessuta dall´associazionismo cattolico (e non solo). Il quale ha garantito assistenza e servizio, fornendo centri di "accoglienza" sicuramente più "accoglienti" di quelli previsti dalle leggi.

Piccola impresa, localismo, reti comunitarie, la famiglia. I fattori di successo della Lega. Che, non a caso, amministra molte di queste realtà. Non tutte, ovviamente. La geografia dell´integrazione comprende anche un buon numero di province politicamente di sinistra (fra le altre: Prato, Parma, Ancona). Con caratteri economici e sociali, peraltro, molto simili alle zone "leghiste" (e prima democristiane). Tuttavia, in termini comparativi, il peso di questa componente è molto più ridotto.

Naturalmente, gli indici con cui è stata costruita questa graduatoria sono opinabili. In particolare perché rilevano aspetti "strutturali" (l´occupazione, l´accesso ai servizi, alle abitazioni, la scolarità dei minori…), ma non i sentimenti della società locale e degli immigrati. Tuttavia, l´inserimento dei figli di immigrati nelle scuole, ad esempio, è un fattore di integrazione sociale e culturale molto potente. Alla lingua, ai valori, alle relazioni.

Anche sugli atteggiamenti sociali, però, circolano leggende senza conferma. Sulla xenofobia, ad esempio. Un´indagine nazionale, condotta lo scorso novembre (Demos per "la Repubblica"), rileva, infatti, che un terzo degli italiani considerano l´immigrazione "un pericolo". Nel Nordest il dato scende sotto il 30%. Peraltro, nel Nordest (indagine Demos per "il Gazzettino", gennaio 2007) è molto ampio il consenso verso i diritti di cittadinanza sociale e politica agli stranieri. Non solo l´assistenza (il 95% dei cittadini è d´accordo), ma anche il voto amministrativo (l´accordo sociale è cresciuto dal 62% al 68%, negli ultimi anni) e, in misura minore, legislativo (dal 48% al 55%).

Si delinea, quindi, un modello di integrazione e di cittadinanza fortemente legato ai valori, ma anche alle istituzioni e agli interessi del territorio. Scarsamente riconosciuto, e anzi, largamente negato dalla percezione comune. Non solo a livello nazionale, e soprattutto nel centrosud. Ma anche nel Nord, nelle province padane. Dove è diffusa la tendenza a immaginarsi esattamente come si è dipinti dall´esterno. Dai media e dal "senso comune". È indubbio, in tale senso, il contributo della Lega, che alimenta l´allarme, nei confronti dell´immigrazione, come fonte di insicurezza. Da cui difendersi con iniziative, quali le "ronde padane", dal valore simbolico, più che pratico. Però, le amministrazioni locali a guida leghista, nei fatti, offrono un sostegno rilevante all´azione delle associazioni volontarie, imprenditoriali ed economiche. Agli attori dell´integrazione. All´integrazione. Predicano male, ma razzolano bene.

Quasi si trattasse di un "male necessario", in contesti dove gli immigrati superano il 10% della popolazione. Ma è difficile consolidare questo processo, dargli continuità. Fino a quando si teme e si nega la verità: che si è meno cattivi di come si è dipinti. Fino a che si avrà paura di non avere paura.

Due milioni di colf nelle case degli italiani



La spesa totale delle famiglie ammonta a 11 miliardi di euro
Due milioni di colf nelle case degli italiani

L'inchiesta del Sole 24 Ore: l'80% delle lavoratrici è di origine straniera. Iscritte all'Inps solo 745mila
(Ansa) ROMA - Le famiglie italiane spendono ogni anno 11 miliardi di euro per pagare lo stipendio a colf e badanti. Solo 745 mila sono iscritte all'Inps, ma in realtà sono circa 2 milioni. La maggior parte è straniera (80% proveniente soprattutto dall'Europa dell'Est e dalle Filippine), ha un diploma, vive in Italia senza famiglia a cui destina gran parte dei 700 euro guadagnati ogni mese. Secondo un'elaborazione del Sole-24 Ore, ammonta a 8 miliardi il reddito sommerso del settore (retribuzioni che sfuggono a fisco e Inps) ed è quasi di 7 miliardi il risparmio che si ottiene affidando gli anziani a badanti rispetto al costo delle case di riposo.
RISPARMIO - Il Sole ha inoltre calcolato che le famiglie italiane, grazie al lavoro delle badanti (circa la metà del totale), riescono a risparmiare 6,9 miliardi di euro all'anno rispetto al costo di ricovero degli anziani in istituti di cura.
01 aprile 2007