sabato 22 agosto 2009

La mia Chiesa ritrovi se stessa e ascolti l’urlo di quei naufraghi


di don Giuliano Valllotto*

Sono le 3 di notte. Mi sveglio angosciato perché in sogno stavo affogando implacabilmente nell’acqua di un lago. La notizia del telegiornale della notte mi sta sconvolgendo e mi interroga sulle mie responsabilità. Mi domanda di reagire e di liberarmi dalle mie colpe. Lo faccio gridando perché è troppo per me sentirmi colpevole della morte dei miei 73 fratelli.

Tutti neri! Come avevo temuto quando fu approvata la legge sulla sicurezza e fu stipulato l’accordo infame tra Italia e Libia. I figli dell’Africa Nera sono i primi e finora i soli ad esserne vittime.

Così il razzismo italiano torna a riprendersi il suo volto più miserabile.

Devo gridare al ministro che si è vantato di aver bloccato gli sbarchi ed ottenuto dal Parlamento l’approvazione della legge sulla sicurezza: “Signor ministro non ordini nessuna inchiesta. Semplicemente, si dimetta! Non glielo chiedo per ragioni politiche, ma per ragioni di coscienza”.

La legge doveva avere il potere di dissuadere i migranti. Questi si sono messi e stanno mettendosi ugualmente in mare. Non sappiamo da dove. Ma quei provvedimenti hanno avuto il sicuro effetto di dissuadere i soccorritori, la decina di capitani di battello che pur vedendo gettare i morti in mare come vuoti a perdere hanno girato la faccia dall’altra parte per non vedere.

In questo momento sento il dovere di gridare anche alla gerarchia della Chiesa italiana perché ascolti l’urlo dei naufraghi. Non ho bisogno di altre spiegazioni sul buon samaritano. Ho bisogno di sapere se leggi e circolari che da un certo tempo vengono emanate dal nostro Governo stiano creando un popolo che volta la faccia dall’altra parte.

I 73 morti mi obbligano a gridare, a chiedere alla mia Chiesa che ritrovi se stessa e il suo compito di restituire al popolo italiano il suo cuore.

Ora che gli agghiaccianti e, da un certo tempo, non più nascosti desideri di vedere “i clandestini” colare a picco sono diventati realtà è arrivato il momento di gridare la profezia di Ezechiele: “vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”. (Ez. 36,26)

Non possiamo continuare ad essere complici di una cultura politica che sta guastando il cuore della gente. Non servono né gli inviti a cena, né le telefonate ammiccanti, né fumose dichiarazioni di principio per sottrarci alle nostre responsabilità.

Occorre riprendere con energia il ruolo profetico di cui tutti siamo investiti e che dobbiamo esercitare.

Quei morti non possono essere rimossi dalla coscienza di nessuno. C’è bisogno di liberarsi dalla colpa.

Chiedo perciò l’adesione ad una giornata di riflessione e, per chi volesse, di digiuno che partendo da motivazioni religiose, spirituali o umanitarie sproni il popolo italiano a recuperare il suo cuore di carne e contribuisca a dare un colpo di frusta ad una classe politica che sta perdendo se stessa e stravolgendo il quadro di valori umani e cristiani a cui, fino a qualche tempo fa, facevamo riferimento.

Il Gazzettino Sabato 22 Agosto 2009

* Incaricato per i rapporti tra cristiani e musulmani della Diocesi di Treviso

giovedì 20 agosto 2009

La falsa verità del nonno superman


di EDMONDO BERSELLI

Ancora una volta Silvio Berlusconi tenta il gioco di prestigio: con un colpo di magia prova a fare scomparire la realtà. O almeno a colorarla con la vernice dei sogni. Sogni italiani, sogni casalinghi, sogni isolani. Da Villa Certosa, circondato da figli e nipotini, si mostra in una serie di foto ritoccate che gli tolgono dieci anni, e rilascia agli italiani la sua versione.

C'è una strategia ben precisa: ribattere il chiodo con sicurezza, in modo che l'Italia berlusconiana, e anche l'opinione pubblica più o meno neutrale, si rafforzi nell'idea che il premier è puro come un giglio. Naturalmente ciò che ha detto nell'intervista rilasciata a Chi, settimanale di proprietà, è stato studiato e calcolato con attenzione certosina. Il premier sostiene di non avere mai intrecciato ""relazioni" con minorenni" e di non avere mai "organizzato "festini"". Le sue cene, "simpatiche" erano "ineccepibili sul piano della moralità e dell'eleganza". Infine, spiega Berlusconi, "non ho mai invitato consapevolmente a casa mia persone poco serie".

Si tratterebbe innanzitutto di capire che cosa significa quell'avverbio "consapevolmente". Vuol dire che "inconsapevolmente" persone poco serie sono state ospiti di Palazzo Grazioli e di Villa Certosa? È un'ammissione involontaria? In ogni caso va messo agli atti che il premier insiste con la strategia delle verità distorte.

Indifferente a tutto, alle registrazioni con le escort e alle conversazioni telefoniche con il procacciatore Giampaolo Tarantini, Berlusconi modella il proprio racconto accusando i suoi nemici di avere montato un castello di "calunnie". Questa sottrazione di realtà gli viene facile perché da quando è emerso lo scandalo della prostituzione di regime i media televisivi controllati politicamente hanno fatto il possibile per imboscarlo. Il Cavaliere può raccontare a cuor leggero che anche la Cei e il suo organo di stampa, Avvenire, sono caduti nella trappola allestita dai suoi avversari, e che l'intero mondo cattolico è stato ingannato da un cumulo di bugie e di notizie false ai suoi danni.

Fin qui non c'è da stupirsi. Sono settimane che il premier si aggrappa ostinatamente alla sua versione, sicuro che la gente si convincerà che tutte le chiacchiere su di lui sono semplicemente gossip, pettegolezzo, calunnia, un caso di malevolenza politica organizzata. Ma forse per capire meglio la tattica berlusconiana è opportuno mettere a fuoco anche gli strumenti mediatici a cui è ricorso. Le foto famigliari pubblicate da Chi sono di impressionante chiarezza nelle intenzioni: si rilascia un'intervista a un settimanale popolare, per comunicare all'Italia del popolo e al Popolo della libertà che Berlusconi è un'immagine sacrale, un politico senza macchia. Le immagini con il nipotino di 22 mesi, o quella pensosa nello studio privato di Villa Certosa, intendono rappresentare il profilo di una figura esemplare e incorrotta, legatissimo alla famiglia nonostante le pratiche del divorzio da Veronica Lario, dopo "una vera storia d'amore" durata trent'anni.

Il "Nonno Superman", come lo chiamano in modo impegnativo i nipoti, non esita a proporsi come una figura insieme ricchissima e popolare, una guest star del suo giornale, del suo impero economico, di un'estate da favola. Non ci sono tabù estetici nello stile di un protagonista che impone la sua presenza dichiarandola insostituibile. Lo si riscontra osservandolo accanto a una fontana dal curioso stile assiro-nuragico, ma ciò che colpisce è il contesto di contenuto e di immagini del giornale domestico. Basta girare qualche pagina, infatti, e la figura del premier cede il passo alle specialità di un settimanale di pettegolezzi: gli spettacolari tatuaggi del macho Fabrizio Corona, le confessioni dell'ex tronista Costantino Vitagliano, le carezze hot tra Federica Pellegrini e il suo fidanzato Luca Marin.

Tutto questo potrebbe apparire una caduta nel trash, ma il giudizio sarebbe impreciso. Come sempre quando si trova in difficoltà, Berlusconi inventa la sua realtà virtuale, e cerca di uscire dalla trappola con un volteggio da acrobata. Inventa un mondo a colori che sorprende il pubblico, genera ammirazione, suscita solidarietà nei fan. Il berlusconismo non è semplicemente una patina di glamour su una modalità di vita. È una filosofia: una visione che mescola bugie, propaganda politica, interessi privati, fascino della ricchezza, costruzione dell'immagine, manipolazione delle opinioni. Con l'idea che in fondo, e in genere, Berlusconi siamo noi. O che dovremmo essere con lui. Che la società italiana deve accettare la mitologia creata da un capo benevolo e ferito dalla perfidia dei nemici. Di nuovo è "una storia italiana", come si intitolava l'epopea illustrata del berlusconismo. E anche questa volta smontare l'inganno non è facile, in un paese dominato dal conformismo e dalla sicurezza tracotante con cui i media padronali e di Stato si sono impegnati a occultare la realtà.

La Repubblica 20 agosto 2009

lunedì 17 agosto 2009

Quando ci chiamavano clandestini o «musi neri»

Gian Antonio Stella

Negli Usa eravamo «Wop»: without passport, senza documenti

Di qua Giorgio Napolitano e Gianfranco Fini, a chiedere per gli immigrati un po' di rispetto. Di là i leghisti. Spintisi con Umberto Bossi a liquidare il tema facendo di ogni erba un fascio: «Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare la gente». «Il ricordo delle generazioni che hanno vissuto l' angoscioso periodo delle migrazioni dalle regioni più povere dell' Italia», ha scritto il capo dello Stato nel suo messaggio, «deve costituire ulteriore motivo di riflessione sui temi della piena integrazione degli immigrati». «Il lavoratore merita rispetto anche se non ha il "papier", il documento», ha spiegato il presidente della Camera in visita in Belgio, «Poi ci si può dividere sulle politiche dell' immigrazione ma è inammissibile che si possa considerare il lavoratore non come un uomo o una donna che meritano rispetto, ma come momentaneo supporto di cui si ha necessità». Di più: «All' epoca gli italiani che lavoravano qui non erano extracomunitari perché la parola non era ancora stata inventata, ma qualche volta erano considerati diversi, "musi neri"». Di più ancora: «Quegli italiani non venivano solo dal Sud ma anche dal Nord Italia, come dimostra "l' anagrafe" della tragedia di Marcinelle» e sarebbe bene che questa «verità storica» fosse ricordata dagli «esponenti politici che rappresentano il Nord nel nostro Paese». Non l' avessero mai detto! Certo, «il lavoratore in quanto uomo o in quanto donna merita sempre rispetto», ha risposto Roberto Calderoli, «ma col dovuto rispetto va anche processato ed espulso, quando non sia in possesso dei requisiti necessari». E mentre il senatore leghista Gianvittore Vaccari rispondeva piccato che «noi eravamo andati a dare un contributo alle singole nazioni, quindi non solo per la mancanza di lavoro in Italia», Roberto Cota si è spinto più in là, dicendo che «l' introduzione del reato di clandestinità è la prima forma di rispetto e di chiarezza nei confronti di tutti» e che i nostri emigrati vanno ricordati «come esempio di chi rispettava le regole del Paese ospitante». Prova provata che, prima di sottoporre i professori alla prova di dialetto, è indispensabile introdurre nei programmi di scuola la storia della nostra emigrazione. Che i nostri nonni e i nostri padri non siano «mai stati clandestini» come si avventurò a sostenere anche Carlo Sgorlon, è una sciocchezza smentita non solo dalla memoria di quanti hanno vissuto l' emigrazione, dal nostro soprannome in America («Wop»: without passport, senza documenti) o dalle copertine della Domenica del Corriere che raccontavano di mamme travolte sulle Alpi da tempeste di neve come Angela Vitale che «si era messa in viaggio dalla lontana Sicilia con i suoi sei bambini», ma da decine di studi italiani e stranieri. Certo, in alcune fasi storiche e in alcuni paesi la nostra emigrazione è stata «anche» regolare e concordata con accordi bilaterali, ad esempio, quello con Bruxelles del 1946: «Per ogni scaglione di 1.000 operai italiani che lavoreranno nelle miniere, il Belgio esporterà in Italia: tonn. 2500 mensili di carbone...». Tuttavia anche in quegli anni c' erano due correnti parallele. Una di emigranti regolari, l' altra di clandestini. Che attraversavano le Alpi lungo i sentieri battuti nel 1947 dall' inviato del Corriere Egisto Corradi («passavano centinaia e centinaia di emigranti per notte: una volta ne passarono mille in poco più di ventiquattr' ore, con nidiate intere di bambini») in condizioni spesso così disperate che a un certo punto il sindaco di Giaglione, in alta Val di Susa, fu costretto a invocare un finanziamento supplementare alla prefettura di Torino «non avendo più risorse per dare sepoltura ai clandestini che morivano nell' impresa disperata di valicare le Alpi». Gli italiani, oltre ad avere conquistato la stima, la riconoscenza, l' affetto dei Paesi che hanno pacificamente «invaso», hanno «detenuto a lungo il primato dell' esodo clandestino», ha scritto Sandro Rinauro, docente alla Statale di Milano, nel libro Il cammino della speranza con il quale ha seppellito sotto tonnellate di documenti inequivocabili (258 note per il solo capitolo terzo, 262 per il quarto) tutti i luoghi comuni costruiti intorno alla tesi che «i nostri avevano sempre le carte in regola». E senza ricordare le esperienze estreme, come i 1.300 italiani morti nella guerra d' Indocina dopo essere stati in buona parte costretti ad arruolarsi nella Legione Straniera perché sorpresi dalla gendarmerie all' ingresso clandestino in Francia (come Rosario Caruso detto «Sarino», che passò il Piccolo San Bernardo con Egisto Corradi tirandosi dietro nella neve una valigia con 35 chili di fichi secchi) basti rifarsi ai dati ufficiali francesi del ' 57: «Degli 80.385 lavoratori permanenti giunti dalla penisola in quell' anno, 44.852 erano entrati regolarmente e 35 533 furono regolarizzati dopo che erano riusciti a penetrare impunemente». Vogliamo rileggere il rapporto del direttore della Manodopera straniera del ministero del Lavoro parigino, Alfred Rosier, alla fine del 1948? Dei 15.000 italiani presenti nel dipartimento agricolo del Gers, «il 95%» era «irregolare o clandestino». Quanto ai familiari, erano entrati illegalmente in Francia addirittura «il 90%». Come all' 80% erano entrati irregolarmente gli italiani censiti nell' area di Parigi dall' Institut national d' études démographiques. Di dov' erano? Anche qui ha ragione Fini. Ce lo ricorda, tra mille altri documenti, una relazione del Comitato di Italia Libera di Nancy consegnata alla Croce Rossa italiana di Parigi su 47 clandestini rifiutati e non regolarizzati (anche allora a molti imprenditori facevano comodo i clandestini da sottopagare...) perché deboli di salute. Venivano in ordine decrescente dalle province di Bergamo, Padova, Udine, Vicenza, Belluno, Verona, Treviso... Era il 1946. Ecco, nel giorno in cui entra in vigore una legge che solo pochi anni fa avrebbe colpito centinaia di migliaia di nostri nonni, padri, fratelli, val la pena di ricordarlo. O come minimo di riflettere su un punto: un conto è la durezza (sacrosanta) contro i delinquenti e la gestione, anche severa, dei flussi immigratori e un altro è sparare nel mucchio come ha fatto ieri il segretario della Lega fingendo di ignorare quanti extracomunitari perbene (che regalano all' Italia, tra parentesi, oltre il 9,2% del Pil) hanno fatto la fortuna di tanti imprenditori anche leghisti che mai si sognerebbero, come fece tempo fa lo stesso Bossi, di chiamare i neri «bingo bongo». Gian Antonio Stella RIPRODUZIONE RISERVATA I «sans papier» italiani I «Wop» a Ellis Island In fila verso la Francia Il Passo del Diavolo
Stella Gian Antonio
da Il Corriere della Sera

lunedì 29 giugno 2009

Lettera Aperta al Cardinale Claudio Hummes

Prefetto della Congregazione per il Clero

don Olivo Bolzon

San Floriano, Pentecoste 2009

Caro Cardinale,

anche per me sono “le due di notte” come quelle del suo amico arcivescovo di Recife Helder Camara.

Caro fra’ Claudio,

tante cose ci accomunano e nessun incontro con Te è stato casuale. Ti ricordo a Castelfranco, quando sei venuto a raccontarci dello sciopero dei metalmeccanici dell’ABC. Il posto scelto da te nelle trattative era accanto al povero Lazzaro. Lo sentivi come tuo di fronte all’epulone del potere che ti voleva al suo fianco e si scandalizzava che tu stessi dall’altra parte.

Eminenza reverendissima, prefetto della congregazione del clero,

Ci siamo rivisti a Fortaleza e poi a San Paolo, ero accompagnato da una piccola suora di 86 anni che anche oggi dorme nelle tende dei Sem-Terra e con loro condivide tutto l’amore di quei poveri così capaci di amore per la Madre Terra.

E’ buona educazione, me l’ha insegnato mio padre, rispondere alle lettere che si ricevono. In questi giorni due ne ho lette da parte tua, indirizzate anche a me, e proprio a me perché sono sacerdote da 54 anni. Tu le hai firmate: cardinale Claudio Humes prefetto della congregazione del clero. Sono state pubblicate da “Avvenire” del 27 e del 29 maggio.

Veramente la prima si rivolge all’Eminenza/Eccellenza reverendissima/ A loro essa ricorda chi siamo noi sacerdoti.

“Come vostra eminenza/eccellenza potrà constatare....” E poi ancora li interpella

“Eminenza/Eccellenza non mancherà di porre in atto, in spirito di cordialità collegiale ogni opportuna iniziativa...”

La seconda è più breve e diretta a noi: Cari Sacerdoti...

Desidero ringraziarla e assicurarla che è proprio questa chiesa cattolica dell’anno 2009 che io amo e che ogni giorno mi arricchisce di sogni che tengono viva la Speranza e gioiosa l’attesa dell’Incontro. Lei scrive che l’anno sacerdotale che si apre il 19 giugno sia “un anno positivo e propositivo... Un anno di rinnovamento della spiritualità del presbiterio e dei singoli presbiteri”.

Sento di ravvivare la fiducia che Lei ha comunicato esprimendo quello che tanti anni di sacerdozio hanno suscitato riempiendomi di gratitudine e dialogando un po’ con lei in clima di serenità e nella sincerità della parresia le affido il senso che hanno per me le sue affermazioni: “Si tratta di un evento non spettacolare, ma che si vorrebbe fosse vissuto soprattutto come rinnovamento interiore, nella riscoperta gioiosa della propria identità, della fraternità del proprio presbiterio, del rapporto sacramentale con il proprio vescovo”.

Nei miei sogni coltivo la speranza che le prime sommarie indicazioni si facciano sempre più segni concreti, semplici,quotidiani, in modo da aiutarci non solo a una conversione personale, ma anche a una costante conversione delle strutture ecclesiastiche che rendono tante volte difficile l’evangelizzazione in questo nostro tempo.

“Le strutture di peccato” nel mondo e nella chiesa diventano impedimenti alla salvezza del mondo, Il vangelo di Marco ci invita non solo a diffondere la Parola, ma a renderla visibile nei segni che essa produce: “quelli che avranno fede, faranno segni miracolosi...”

Giovanni XXIII ci ha aiutato a vivere la nostra spiritualità nell’accogliere e nell’obbedire ai “Segni dei tempi”.

Noi preti siamo frastornati da istruzioni, convegni, proposte, assediati dagli impegni più vari e a volte più strani. Ho sempre presente come luce che illumina le mie scelte l’intervista del Cardinale Ratzinger nel Regno-Attualità 4 del 1994. Ci aiuta a superare il pericolo di quei documenti che si moltiplicano, che pochi leggono e che sviano dall’essenziale. Trascrivo le sue parole per la loro attualità: “Quanto alla sua riflessione su Dio, mi sembra innegabile che esista un po’ troppa auto-occupazione della chiesa con se stessa. Essa parla troppo di sé, mentre dovrebbe di più e meglio occuparsi del comune problema:trovare Dio e trovando Dio trovare l’uomo.

Ciò che manca oggi non sono prima di tutto le nuove formule, ma si è piuttosto obbligati a constatare un’inflazione di parole che non hanno copertura di risorse auree.

Mi sembra tutt’ora innegabile una produzione eccessiva di documenti. Se la situazione della chiesa dipendesse dalla quantità di parole, avremmo oggi una fioritura ecclesiale mai vista... Sarebbe invece necessario darsi un tempo di silenzio, di meditazione e di incontro con il reale, per maturare un linguaggio più fresco nato da un’esperienza profonda e viva più capace dunque di trovare il cuore degli altri”

Non si potrebbe descrivere meglio e dare più importanti indicazioni per inoltrarci nel cammino di questo anno sacerdotale. E i segni mi sembrano attraenti e concreti.

Noi sacerdoti dobbiamo farci carico dei nostri vescovi. Anche loro sono sacerdoti e hanno bisogno di condividere con noi il cammino di libertà dei figli di Dio. Mi fa ancora sorridere un’assemblea di preti della mia diocesi in cui dialogavano il nostro vescovo e il cardinale Poupard. Sembrava una sfida di fioretto tanto era l’intensità nel tener alto il ruolo: Eminenza, diceva il Vescovo, Eccellenza riprendeva il Cardinale. Gesù diceva semplicemente “vi ho chiamati amici”. Nel quarto volume della”Storia del Concilio Vaticano Secondo” Alberigo riporta la proposta di un vescovo di abolire questi titoli. Ma non se ne è fatto niente. Si dirà che queste sono delle stupidaggini, ma come mai allora non riusciamo ad eliminarle?

Ancor più i nostri vescovi successori degli Apostoli devono essere aiutati a liberarsi di tanti inutili pesi. Il vescovo Helder Camara suggeriva a Paolo VI di lasciare il vaticano, licenziare la sua corte e vivere con maggiore semplicità più vicino agli uomini e alle donne.

I nostri palazzi vescovili sono onerosi monumenti che creano distanze e favoriscono rapporti più formali che personali. Potrebbero eliminare gli obblighi di rappresentanza che li sottomettono a una visibilità stressante come inaugurare asili, benedire banche, essere maestri tuttologi nei convegni e nei seminari. Sono persone umane e li rispettiamo nella misura in cui li aiutiamo ad esserlo nella quotidianità. Leggiamo negli Atti degli Apostoli: (6,2-4)

Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: <>.

Sarebbe bello che non avessero più alcuna responsabilità economica e a laici competenti fosse trasferito il necessario impegno e la piena responsabilità della gestione economica della chiesa locale. Un’aria nuova di libertà soffierebbe anche nei parroci, obbligati a prendersi per legge il peso di funzionamento delle opere parrocchiali: canoniche, asilo chiese ecc.

Potrebbe essere profetico questo anno sacerdotale nel senso di creare segni di comunione che rinnovano la nostra vita di presbiteri. Penso per esempio all’attrattiva del celibato che non ha nessuna parentela con la moda dei singles.

Da anni vivo con Marisa, non la serva del prete, ma un’amica ricevuta come dono gratuito. Portando la sua dote di femminilità e la sua esperienza educativa, mi aiuta ogni giorno di più a crescere nella reciprocità e a vivere nella grazia dell’amicizia, Così il nostro vivere diventa ricco di umanità ed aperto all’accoglienza di tutti. E’ un segno evangelico che ci porta a camminare insieme con il gruppo famiglie, a condividere con chi cerca il senso della propria vita e della fede, dal Marocchino che riprende a sperare in Allah e a frequentare la moschea, a Razia che ogni anno viene

dal Pakistan dove, unica donna nella sua diocesi, si occupa della liberazione delle donne. E’ la lettura popolare della Bibbia come l’abbiamo imparata nelle comunità di base del Brasile che ci occupa sia nei centri di ascolto parrocchiali, sia nel gruppo a livello diocesano del Segretariato di Attività Ecumeniche (SAE). E’ la porta aperta a tanta gente che ci aiuta a cercare insieme la Presenza del Consolatore in una umanità sempre più sofferente. Ho imparato così a vivere l’attrattiva del celibato, a non vederlo come problema, ma a riconoscerlo come attrattiva e forza di comunione. Certamente fa parte della spiritualità del prete e di tutta la chiesa e mi sembra che nella chiesa, in modo sereno e trasparente vada affrontato anche perché è grande risorsa ad accogliere quel segno dei tempi che la Pacem in Terris indica nell’umanità di oggi cioè la dignità della donna. E’ necessario nella chiesa il superamento concreto del maschilismo che tra l’altro blocca la persona del prete.

La nostra spiritualità domanda una crescita di comunione vera con tutti e con tutte, un cammino di umanizzazione da vivere sempre più incarnati in questa società.

Le diocesi si muovono verso forme organizzative nuove. Stanno emergendo soluzioni come le unità pastorali. E’ delicata ogni soluzione. Una riforma per razionalizzare e rendere l’azienda chiesa più efficace e concorrenziale della società laica, può risultare illusoria se non dannosa. Vivere la Parola incarnata è segno di salvezza e produce segni concreti e visibili. “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato... questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono nel mio nome” (Mc 24,14-18) Decidere e pianificare dall’alto senza coinvolgere tutta la chiesa, fare progetti fidando negli esperti e calandoli sulla base non è automaticamente segno di vita.

Gesù le dice: ”Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre.Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”.(Gv 4,21-24)

Se noi preti non cresciamo camminando insieme con la gente “fratelli tra i fratelli” (VAT.II P.O). Se usi e costumi del nostro vivere non sono chiaramente alternativi alla cultura normale, tutte le nostre esortazioni diventano luoghi comuni. Le comunità che subiscono le nostre decisioni diventano interessate solo all’efficienza dei nostri servizi. Penso alla nomina dei parroci, alla nomina dei vescovi cui resta totalmente estranea la comunità. Per rinnovare la nostra spiritualità di preti diocesani, c’è bisogno di cambiamenti strutturali profondi, che favoriscono rapporti nuovi di fraternità semplice, vera e trasparente. C’è bisogno che le parole diventino fatti, che la fede ispiri ricerche comunitarie che coinvolgono tutto il popolo di Dio non come consumatore, ma come produttore. Il cardinale che è diventato Papa avverte che “la chiesa è comunione di persone che per l’azione dello Spirito formano il popolo di Dio che è al tempo stesso popolo di Cristo.

Chi identifica Chiesa e gerarchia e chi riduce il popolo di Dio a un’idea sociologica contraddice la parola e lo spirito del Vaticano Secondo”. (Benedetto XVI in Avvenire 29 maggio 2009 p.18).

Permettimi un’ultima citazione che ci aiuta a rendere attraente e importante la nostra professione di preti e riempie di senso la nostra quotidianità. Diceva Papa Benedetto XVI nell’udienza di mercoledì 27 maggio: “Per Teodoro Studita una virtù importante al pari dell’obbedienza e dell’umiltà è la philergia cioè l’amore al lavoro in cui egli vede un criterio per saggiare la qualità della devozione personale: colui che è fervente negli impegni materiali, che lavora con assiduità, lo è anche in quelli spirituali”

Ho tentato di affidarti tante speranze e condividere la tua responsabilità soprattutto nel tuo lavoro per noi preti di cui ti ringrazio.

Se per caso passi nei nostri territori o hai voglia di respirare un po’ d’aria diversa da quella della città eterna, nel nostro Veneto e in casa mia l’ospitalità è sempre un dono grande che riceviamo.

Buon lavoro e cordiali saluti

Don Olivo Bolzon
Prete in pensione

L’Italia è un paese razzista?


di Gad Lerner

dal“Venerdì” di “Repubblica”. del 26 giugno 2009

Domanda: l’Italia è un paese razzista?

Risposta: sì.

Parte il coro di proteste: ma va là, sono generalizzazioni inaccettabili! I veri razzisti siete voi, privilegiati e snob, che ce l’avete con il popolo. Neanche ve lo immaginate cosa significhi vivere nel casermone di periferia con certi brutti ceffi, e magari il campo rom lì accanto alla fermata dell’autobus.

Se poi allo stadio parte il coro “non ci sono negri italiani”, subito arriva il commissario tecnico della Nazionale pronto a spiegare: suvvia, trattasi di quattro imbecilli, non confondiamo il razzismo con l’ignoranza che c’è sempre stata e sempre ci sarà.

La collezione dei “singoli” episodi, detti anche “casi isolati”, in cui una persona viene insultata, aggredita, discriminata per via della sua appartenenza etnico-religiosa o anche solo per il colore della sua pelle è ormai normalità quotidiana che difficilmente fa notizia. Quando è proprio inevitabile darne conto sui giornali, l’increscioso fatto di cronaca viene ascritto alla voce “esasperazione”: se la gente diventa razzista è perché non ce la fa più a sopportare. Reagisce all’ipocrisia di chi vorrebbe nascondere l’evidenza, cioè la propensione maggiore degli stranieri a commettere reati. Un sociologo come Luca Ricolfi scrive editoriali sul tasso di “pericolosità” degli immigrati confrontato con quello della popolazione italiana. Ma non è razzista, sia ben chiaro. Al contrario, è coraggioso perché sfida la censura del “Politically correct”.

Poi ci sono i pignoli. Ti spiegano che non bisogna parlare di razzismo ma semmai di xenofobia, cioè di ostilità allo straniero. Grazie della precisazione davvero essenziale. Ci mettiamo l’animo in pace perché il razzismo italiano contemporaneo non incorpora più –se non in settori marginali- le teorie del razzismo biologico otto-novecentesco secondo cui esisterebbero popoli superiori e popoli inferiori. Per intenderci, ora non si dice più che i negri sono selvaggi, gli ebrei subdoli e gli ariani invece nobili. Ci si mette a posto la coscienza precisando: apparteniamo tutti alla medesima razza umana; ma è meglio che quelli lì, anche per il loro bene, se ne stiano (tornino) a casa loro.

Vanno per la maggiore in tv e sui giornali i propagandisti della differenza. Amanti del parlare chiaro, loro sì vicini al popolo che incontrano al mercato e sulla metropolitana (mentre si sa che gli antirazzisti mandano il filippino a fare la spesa e viaggiano su limousines con l’autista). Se i romeni stuprano noi lo scriviamo, va bene? Se gli zingari rubano perché dovremmo nasconderlo? E se i musulmani ci odiano perché far finta di non vedere?

Così si alimenta e si legittima il circuito del nuovo razzismo italiano. Licenza di gridare il risentimento generalizzato contro intere comunità. Comprensione per chi trasferisce in gesti individuali o azioni organizzate tale ostilità. Lodi ai politici che promettono riforme in senso discriminatorio del diritto.

A questo punto viene il bello. Perché di fronte alle denunce e alle proteste di coloro che vengono irrisi come “buonisti” (anche la bontà in questo paese è diventata una parolaccia) si leva l’accusa: ma come, non vi rendete conto che parlando a sproposito di razzismo voi non fate altro che favorirne la diffusione? Placatevi. Minimizzate come noi. Lasciate perdere le sparate “paradossali” di sindaci, ministri, deputati europei –sotto elezioni anche del presidente del Consiglio schierato, udite, udite, contro la società multietnica- e pazienza se sono un po’ troppo “colorite”. Non cadete nella trappola, lasciate che i capipopolo diano voce alla “pancia” del popolo.

Perché? Perché altrimenti sarete voi (saremo noi) a far crescere il razzismo in questo paese che prima ne era immune. Un po’ come dire che se gli ebrei non si fossero allargati troppo, in Germania, quell’Hitler lì mica ce l’avrebbe fatta…

Il prossimo 6 luglio deporrò come parte lesa di fronte all’ottava sezione del Tribunale di Milano, dove è stato rinviato a giudizio per diffamazione aggravata da istigazione all’odio razziale un redattore di “Radio Padania Libera”. Un tale che minacciava me, “nasone”, di “venirmi a prendere in sinagoga per il collo, e non in senso figurato” perché colpevole di avere paragonato gli ebrei a “quella banda di ladri dei rom”.

Ebbene, sul “Foglio” mi hanno accusato di vigliaccheria perché dall’alto del mio potere ho querelato un povero megafono di malumori popolari. Già, perché io sarei il privilegiato, l’ammanicato, l’amico dei banchieri (mica male come replica del più classico stereotipo antisemita); e con il mio comportamento arrogante ho anch’io favorito l’ascesa al potere delle camicie verdi.

Non avevo bisogno di questa conferma per riconoscere il grado di assuefazione cui siamo pervenuti, con l’aggravante dell’inconsapevolezza.

L’Italia è un paese razzista? Sì.

lunedì 1 giugno 2009

Una riflessione su recenti fatti di cronaca nazionale

(Lettera a Settimana, periodico italiano di attualità pastorale – 26 maggio 2009)

E’ con crescente disagio che mi accingo a scrivere queste righe ad un periodico ecclesiale-culturale a cui sono fedelmente abbonato da molti anni. E’ il disagio del cittadino e del sacerdote, disgustato dalle risonanze mediatiche che recentemente hanno negativamente coinvolto il premier del nostro paese soprattutto per due episodi scandalosi: 1°- il teste inglese Mills è stato condannato in prima istanza da un tribunale italiano perché corrotto con 600.000 dollari dal presidente del Consiglio Berlusconi, protetto in questo caso dal “Lodo Alfano” e quindi personalmente non incriminabile; 2° – alcuni quotidiani indicano lo stesso presidente come persona implicata in un’oscura vicenda con ragazzine minorenni! Il disagio certamente è legato al coinvolgimento della figura istituzionale del premier in queste tristissime vicende private di cui, purtroppo, molto difficilmente si saprà la verità in un contesto italiano dove lo stesso premier, direttamente o indirettamente, risulta essere il padrone incontrastato dell’80% dell’informazione nazionale.

Però, il disagio maggiore nasce soprattutto dalla ricaduta etica e culturale sul nostro “disgraziato” paese. Un paese che, magari dopo una curiosità occasionale ed emotiva sugli episodi citati, rimuove tutto come niente fosse, pervaso da una diffusa cultura amorale e opportunistica che lo porta sempre ad inseguire nuove emozioni morbose, a salire sul carro del più forte e a giustificare comunque ogni suo comportamento individuale, anche se disdicevole. Il DNA antropologico appare profondamente mutato nel giro degli ultimi anni e sembra essersi saldamente installato nelle “viscere e nella pancia” di una parte consistente d’italiani, diventati estremamente recettivi al “ciarpame politico” e al fenomeno del cosiddetto “velinismo”, dentro un costume di massa e con un’opinione pubblica sempre più addomesticata e distratta.

Gli insulti viscerali contro il padre della povera Eluana Englaro di qualche mese fa e il recente flusso di folle di giovanotti palestrati a Torino per i provini TV in vista della trasmissione
“Grande Fratello 2010”, i proclami politici e la stampa di regime, la solidarietà e l’immigrazione, la chiesa stessa e la crisi economica, lo sport e il divertimento: sono elementi quotidiani del vivere nazionale che vengono prodotti e abilmente manipolati per sedurre le masse desiderose solo di “panem et circenses” e per parlare all’enorme “pancia” del paese. Una pancia, come un ectoplasma amorfo e ingordo, che tutto inghiotte e tutto metabolizza dentro un circuito perverso d’insipienza collettiva. E il popolo suddito, cloroformizzato e inebetito da una TV sempre più trash e sempre più urlata dove ciò che conta è l’audience, applaude tutto giulivo per le prodezze e le “sparate” del capo, facendo lievitare alle stelle i sondaggi e il consenso.

Le chiese italiane, nel mese di maggio, tradizionalmente si riempiono di fedeli per le celebrazioni delle prime comunioni e delle cresime, del rosario in onore della Madonna e delle processioni patronali, ecc. Eppure, questa gente devota e semplice, generalmente pigra culturalmente e digiuna d’informazione obiettiva, se non è puntualmente e accortamente allertata dai propri pastori, difficilmente percepirà la deriva valoriale in cui tutti stiamo inesorabilmente precipitando. Da questo punto di vista si registra uno scoramento frustrante in tanti cristiani e in tanti preti di fronte ad un degrado che, come un dirompente tsunami morale e culturale, sembra aver travolto e disperso l’immenso patrimonio del cattolicesimo sociale italiano e del Concilio stesso.


don Giorgio Morlin
Mogliano Veneto (Tv)

mercoledì 22 aprile 2009

Per Resi

di don Franco Marton

“Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede in me”.

Di fede Resi ne ha ricevuta in dono molta. Le ha riempito la vita e ha illuminato anche molti di noi. Era una fede semplice ed essenziale. Quella per cui Gesù ringrazia il Padre di averla concessa ai ‘piccoli’. “Ti benedico, Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”.

Noi, un po’ tutti ‘sapienti e intelligenti’, davanti ai suoi mille Rosari, alle sue quotidiane Comunioni e adorazioni, ai suoi devoti viaggi a Monte Berico e al Santo, si restava disarmati. Non erano espressioni sospette di una fede spiritualista : erano infatti accompagnate da gesti concretissimi di servizio e generosità. Ed erano rese credibili anche dalla sua calda umanità, che conservava pur sempre qualche punta spigolosa del suo carattere impulsivo.

E così Resi con la sua fede da ‘piccola del Vangelo’ si trovava a suo agio anche con teologi di gran nome che ammirata ascoltava, raramente leggeva, ma che ospitava contenta alla Betulla. Ben piantata sulla sua fede popolare, si trovava bene anche con la grande poesia, come quella di Padre Turoldo, lei stessa del resto sentendosi piccola poetessa popolare.

E la sua fede restò credibile anche nei turbamenti che sul finire della vita l’hanno toccata : la paura della solitudine, della malattia e della morte. Lo stesso Gesù che dice : Non sia turbato il vostro cuore” ha provato turbamento, angoscia e paura davanti alla solitudine e la propria morte. “E’ tutto tanto difficile” ha mormorato negli ultimi duri giorni.

Ma una paura, quella della solitudine, l’ha vista dissolversi. E’ stata circondata dalla tenerezza fraterna di Luciano con la sua famiglia, da Franca e dalle amatissime nipoti : Stefania con Gianni, Eva e Irene ( Irene : la sua ‘principessa’ che gran posto ha occupato nel cuore di Resi !). E poi è stata circondata dall’affetto e dalla premurosa vicinanza di tante amiche e amici.

Quante relazioni ha intessuto Resi nella sua vita ; quante persone ha fatto incontrare ; a quanta gente ha voluto bene. C’è stata una rete di amicizie e di affetti che si è ricomposta e fatta visibile intorno al suo letto e l’ha sostenuta nel passaggi ‘all’altra riva’. Ma c’è di più. La Scrittura dice : “Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli” La fraternità è germe di vita definitiva, eterna’ come dice il Signore. Nel volerci bene c’è già risurrezione. Mentre la morte veniva avanti, era già misteriosamente sconfitta dalla fraternità che Resi aveva abbondantemente costruito e diffuso.

Qui siamo di fronte al mistero grande della vita oltre ala morte. E’ la sfida permanente alla nostra fede. Ci può aiutare a sostenerla, la fede semplice ed essenziale di Resi.

Parlava con sicurezza del Paradiso. E aggiungeva : “Ma come sarà ?”. E’ la stessa nostra domanda. Avvertiamo tutti che le parole non riescono a dire il mistero. Anche Gesù è ricorso a immagini, parabole, simboli, che spingono il pensiero ad andare oltre se stesso. E parla di una Casa del Padre suo e nostro, una Casa grande, con molti posti, con una tavola grande come per una famiglia grande. E Paolo, rassegnato anche lui alle immagini, parla di una “abitazione che riceveremo da Dio”,  di una “dimora eterna non costruita da mani d’uomo, nei cieli”. Per arrivare a dire :”Colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi”.

Se ci viene concesso il dono della fede, possiamo lasciarci condurre da questi immagini e arrivare al nudo e sobrio credere che “saremo accanto a lui, insieme”.

“Insieme” : chi ? Innanzitutto quanti abbiamo conosciuto Resi e siamo stati amati da lei. Noi per i quali ha sempre tanto pregato ( e continua a farlo, perché continua a volerci bene). Ma “insieme” vuol dire anche insieme a tutti i brasiliani, i salvadoregni, i palestinesi, gli africani che Resi si è portata in cuore financo nei suoi ultimi sogni ( “E’ vero o mi sono sognata che sono arrivati a Treviso i latinoamericani e li abbiamo uccisi tutti ?”). Non solo col sentimento ha amato i popoli poveri, ma anche col suo instancabile raccogliere le quote della Rete Radiè Resch, il suo fotocopiare e far circolare articoli, il suo portare volantini per gli incontri, il suo generoso telefonare…Se ci sarà il banchetto dei popoli’, come dice la Bibbia e come crediamo fermamente, ci sarà senz’altro un posto per Resi e, speriamo, per noi “insieme”.

Credo proprio che possiamo far nostra la preghiera di Gesù : “Ti ringraziamo, Padre, perchè tu che hai tenuto nascosti i segreti del tuo Regno, il senso del nostro vivere e del nostro morire, a chi si crede sapiente e intelligente, hai voluto rivelarli a Resi, una dei ‘piccoli’ che Gesù, tuo Figlio e nostro fratello, amava e prediligeva.

Ti ringraziamo perché, avendola data a noi come sorella ci hai mostrato come si può vivere e morire volendoci bene, vicini e lontani, cominciando già qui a vincere la morte, nella speranza di trovarci per sempre ‘accanto a te, insieme’ ”.

Letture
Seconda lettera di Paolo ai Corinzi : capitolo 4, dal versetto 13 al capitolo 5, versetto 1. 
Vangelo di Giovanni : capitolo 14, dal versetto 1 al versetto 7.

 Immacolata di Treviso, 6 aprile 2009