domenica 18 aprile 2010

Io, gay e cattolico: più facile dirlo ai preti che al partito


il dibattito sullo scandalo in vaticano sul «corriere della sera»

Vendola: «Amo Pasolini, Testori e Fassbinder, ma rifiuto la loro visione del senso di colpa»
di ALDO CAZZULLO

 «Sono sempre stato cattolico e omosessuale, non l’ho mai nascosto. E dichiararsi non è pettegolezzo. E’ carne, fatica, sangue, dolore, emarginazione, offese, violenza. Sono sempre stato anche cattolico e comunista, come la mia famiglia. Ed è stato forse più facile dire la mia omosessualità ai preti che al partito». Nichi Vendola, eletto per due volte a sorpresa presidente di una grande Regione del Sud, si dichiarò nel 1978, quando aveva vent’anni e da sei era nella Federazione giovanile comunista, con un articolo su un giornale da lui fondato, «In/contro». Titolo: «Le farfalle non volano nel ghetto». «Era un verso che avevo trovato in una raccolta di poesie scritte nel ghetto di Varsavia. E ho avuto tutte le difficoltà che potevo avere, nel partito, al Sud, al paese», Terlizzi, periferia di Molfetta, terra di braccianti. «Mi ha sempre affascinato il pensiero religioso. Ero uno di quei comunisti per cui il libro più importante è la Bibbia. Ma ha contato molto per me anche il pessimismo di Sergio Quinzio, ho amato i libri del cardinal Martini, e sono stato discepolo del vescovo di Molfetta, il mio vescovo, Tonino Bello». 

 «Ho parlato della mia omosessualità con molti preti, con uomini e anche con donne di Chiesa — racconta Vendola —. Non mi sono mai sentito rifiutato. Sono state anzi interlocuzioni belle, profonde. La Chiesa è un universo ricchissimo e complicato, non riducibile a nessuna delle categorie politiche che usa la cronaca. Nella Chiesa ci sono molte sensibilità, molte cose; e qualcuna crea dolore e tristezza, quando evoca stereotipi pseudomorali che non hanno solo l’effetto di indicare identità ideologiche, ma anche di ferire la vita delle persone». E’ di Vendola la prefazione agli scritti di monsignor Bello, «Teologia degli oppressi». Comincia così: «Io ero sull’altra riva, quindi ero un rivale». «Tutta la teologia di Bello è una teologia della differenza— sostiene oggi il presidente della Puglia —. Come quando spiega il dogma della Trinità con la metafora della convivialità delle differenze: la presenza di tre differenze in un’unità ci insegna la bellezza della convivenza, che è qualcosa di più della tolleranza». Dice Vendola di non aver mai rinunciato alla fede, di credere più che alla rivoluzione alla conversione permanente, di confidare che Dio saprà capire anche quelli come lui, perché «Dio non è un tribunale islamico». Dice di non amare il coté «pirotecnico, esibizionista». Per questo in passato non apprezzò le confessioni di bisessualità rese da altri politici, «una dichiarazione che si faceva a 18 anni per fiutare un po’ l’aria. Anch’io sono stato bisex, e avevo fidanzate bellissime. Sono stato sul punto di sposarmi due volte. Ma non ho mai raccontato bugie, ho sempre vissuto quei rapporti da omosessuale». Storie lontane, «ho avuto molti amori, ho molto sofferto. Non mi sono mai arreso però, non ho mai permesso a nessuno di chiudere la mia storia dentro uno spigolo di rancore. Anche se mi hanno fatto di tutto». 

Tempo fa raccontò di quando «un dirigente nazionale di An venne a fare campagna elettorale nel ‘94 e tentò di stroncarmi accusandomi di andare con i ragazzini, peraltro pagati per dirlo. Andò via con le pive nel sacco, mentre io ricevevo migliaia di lettere di ragazzi che mi dicevano grazie per avergli dato coraggio». Anche questa è una storia lontana, «oggi ho disimparato l’odio». Spiega il presidente della Puglia di essere rammaricato per aver fatto soffrire la madre; a sua volta rammaricata per aver sofferto. Mamma Antonetta, casalinga e donna all’antica di Terlizzi, ha ricordato il giorno in cui una nipote le aprì gli occhi sul terzo dei suoi quattro figli: «Ci siamo pentiti di averne patito e oggi siamo orgogliosi, anche se di sesso parliamo per accenni e per sottintesi». Nichi le portava in casa le fidanzate: «Ne ricordo una, Aurelia. Era bellissima. Ed è vissuta in casa con noi e con mio figlio per più di un mese». Una volta, nel comitato centrale del Pci, l’autorevole compagna Marisa Rodano disse rivolgendosi indirettamente a lui: «Se uno di questi mettesse le mani su uno dei miei nipotini gli darei subito una sberla». Si dibatteva dei diritti degli omosessuali, dei carcerati, di tutte le minoranze e Vendola, che stava già nell’Arcigay, predicava la liberazione dei «soggetti smarriti» che è il titolo del suo primo libro. Prima aveva scritto la tesi di laurea sul Pasolini degli Anni 50, cacciato dal Pci per indegnità morale. Pasolini: anch’egli cattolico, comunista, omosessuale. «Ma lo si può amare senza essere come lui— dice Vendola —. Pasolini, come Testori e in fondo anche Fassbinder, ha avuto il grande merito di tirare la sua condizione di omosessuale fuori dall’oscurità; ma l’ha illuminata con le fiamme dell’inferno. L’omosessualità di Pasolini è molto segnata dal suo cattolicesimo. Lui si percepisce come il Cristo della diversità: una condizione vocata al martirio, a causa del senso di colpa. Il peccato e l’espiazione del peccato, per cui la sua letteratura diventa premonizione della sua stessa morte. La diversità come impossibilità dell’amore, un’identità che si afferma negandosi, come la Jeanne Moreau che canta "Ogni uomo uccide come ama”. Io amo Pasolini come amo Testori e Fassbinder, ma mi rifiuto di accettare questa visione. Ho sempre cercato di trascenderla, e questo mi ha aiutato a essere una persona serena, a uscire dal tunnel senza fine del senso di colpa». 

Tempo fa, Vendola fece discutere quando disse: «Non vorrei morire senza aver vissuto l’esperienza della paternità». «Non intendevo annunciare che sarei diventato padre, o che avrei fatto un’adozione che peraltro la legge mi vieta — spiega oggi —. Ma mi sento di ribad i r e i l mio d e s i d e r i o d i genitorialità. Sento molto la tutela della vita, la difesa del vivente. Sono contro la mercificazione e la privatizzazione della vita. Il tema fondativo del futuro è la costruzione della vita nelle forme di comunità. Il sangue non c’entra: per me la paternità non è un dato fisiologico, limitato al proprio seme. Allevare un figlio significa accudirlo, conoscerlo, ascoltarlo; amarlo. Dev’essere una cosa bellissima. Per questo, ogni volta che leggo di un neonato abbandonato, provo una stretta al cuore». 

 16 aprile 2010

lunedì 25 gennaio 2010

Rosarno... e noi cristiani


di mons. Luigi Bettazzi*

I fatti di Rosarno ci interpellano tutti, noi cristiani per primi. Da un’automobile, restata anonima, partono fucilate contro lavoratori neri, impegnati nella raccolta di agrumi, ma trattati come schiavi, sia per l’ammontare della paga giornaliera che viene loro consegnata (dopo le decurtazioni di chi li assolda per il lavoro), sia per le condizioni di alloggio, miserrime, a cui sono condannati. E questi, forse anche impauriti per attacchi che posssono essere mortali (a Castel Volturno sei immigrati hanno perso la vita in situazioni analoghe), reagiscono distruggendo e incendiando. Reazione da condannare, certamente, che fra l’altro ha portato alla fuga di quasi tutti gli immigrati; e forse era questa la cosa che si voleva.

Ma chi, anche tra i governanti che hanno condannato – giustamente – la rabbia distruttiva, ha anche solo fatto cenno a quanto l’ha provocata? E non parlo solo delle fucilate, che resteranno anonime, bensì degli anni in cui tutti sapevano (e tutti vedevano) le condizioni di lavoro e di vita dei migranti. E poi si parla di politica dell’amore e della libertà. In realtà si tratta di “amore di sé” (cioè egoismo) e di “libertà nostra” (pagata con la schiavitù di altri).

Mi chiedo quale debba essere la nostra reazione come cristiani?! Perché è vero che chi ha soccorso questi poveracci è stata la Chiesa, con qualche aiuto materiale, prima, poi con l’offerta provvidenziale degli automezzi di fuga. Ma è anche vero che la prima carità è la giustizia, e il rispetto della legalità. L’impressione invece è che, pronti alla carità come elemosina, non lo siamo altrettanto alla prima carità, appunto alla giustizia. Si parla tanto – e giustamente – di principi irrinunciabili, applicandoli in primo luogo alla salvaguardia della vita, dal suo sbocciare al suo tramonto; ma non si riesce a puntualizzare che la vita va salvaguardata anche nella sua pienezza, e non solo in quella della “nostra”, ma in quella di ogni nostro fratello, di ogni essere umano. Il vero antagonismo a Dio è “mammona”, parola aramaica che noi traduciamo oggi con “ricchezza”, ma che implica anche il “potere”: “Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire Dio e la ricchezza” (Mt 6,24). Perché questa porta poi a diffondere la mentalità in cui ognuno cerca solo i propri interessi, manipolando le leggi (o creandosene a proprio uso e consumo) e frodandole con tutti gli espedienti possibili. Poi ci lamentiamo se i giovani fanno “i furbi” o i “bulli”, se non hanno più veri ideali, né civili né religiosi: glielo abbiamo insegnato noi adulti!

Credo che di fronte alle chiusure dell’individualismo e dell’egoismo, manifestazioni del peccato originale, il primo principio irrinunciabile del cristianesimo sia proprio “amare anche i diversi” (il Vangelo dice: “Amate i vostri nemici”, Mt 5,44), sia “farsi prossimo” di chi si trova in difficoltà (v. il buon samaritano, Lc 10,36). Se no, il dirsi cristiani può diventare un’etichetta per coprire i propri interessi, magari difendendo il crocifisso dopo aver “giocato” con le religioni antiche e dopo aver oppresso e umiliato tanti sventurati. Già Gesù ammoniva: “Non chiunque mi dice ‘Signore, Signore’ entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio” (Mt 7,21); ed il “comandamento”, il “precetto” di Dio è proprio che “ci amiamo gli uni gli altri” (1 Gv 3,23).

Il Papa ha ammonito fortemente, il Vaticano ha espresso chiaramente la sua condanna e anche la Cei ha parlato. Tocca alla Chiesa che è in Italia, cioè alle nostre comunità, a ciascuno di noi – clero in testa – testimoniare questo irrinunciabile principio della solidarietà, proprio a cominciare dalla giustizia del rispetto per ogni vita umana. Contro la tendenza alla chiusura dell’egoismo occorre rendere evidente al mondo cosa intendiamo noi per cristianesimo.
*Vescovo emerito di Ivrea

La lettera di Ettore Masina - Gennaio 2010



Sarà a causa della bizzosità tipica di certi vecchi o di un moralismo d’altri tempi ma a me sembra francamente intollerabile la prosopopea con la quale alcune persone 'di potere' cercano di convincerci che nel giudicare i loro maestri si può – anzi: si deve – procedere a spicchi, a settori, a punti di vista, non negando del tutto, ciò che sarebbe impossibile, certe colpe o patologie ma rimandandone la valutazione ad altra (non definita) sede; adulterando così la memoria storica e nascondendo i limiti che ne hanno profondamente caratterizzato le azioni. So bene che i giudizi storici sono sempre controversi e che il tempo opera, per così dire, la remissione di molti peccati, ma certo non li cancella. Confesso, per esempio, che ad ogni 1 gennaio, ascoltando in televisione il tradizionale concerto della Filarmonica di Vienna, batto anch’io gioiosamente mani e piedi durante l’esecuzione della Marcia di Radetzky. Non dimentico tuttavia che se per gli austriaci il Feldmaresciallo fu un fedele difensore dell’Impero, noi italiani lo consideriamo, a ragione, un feroce macellaio di patrioti; e il mio tributo d’ammirazione non va, ovviamente, a costui ma al creatore di quella allegra musica, Johann Baptist Strauss. A 152 anni dalla morte del generalissimo, il suo nome è poco più che un nome, almeno in quest’occasione. 

Quella con cui mi scontro (ci scontriamo: perché siamo certamente in molti) è invece la pretesa di alcuni altissimi ecclesiastici e di alcuni potenti uomini e donne della politica italiana di recuperare e celebrare la memoria di personaggi (Pio XII e Craxi, per fare i due esempi – come dire? - più vistosi) che hanno influito sulla vita sociale di un recente o non lontano passato. Di Pio XII si pretenderebbe che accettassimo una definizione di santità 'privata', accantonando le critiche su certe gravi caratteristiche del suo pontificato: operazione già compiuta per il papa della ghigliottina e del Sillabo, Pio IX, o per quello della ferocissima caccia al 'modernismo', Pio X.

Per Craxi il tentativo è inverso: dovremmo sorvolare sul privato (il suo cinico rampantismo, la sua negazione, anche irridente, di ogni questione morale, la sua arroganza, le sue amicizie e frequentazioni…) per celebrare quelli che i suoi ammiratori considerano meriti politici: la passione per il 'moderno', il decisionismo, il rifiuto di ogni rapporto con l’altro grande partito della sinistra, una presenza dell’Italia nel contesto internazionale meno prona alle decisioni di Washington, il reclutamento di una 'giovane' classe politica, buona parte della quale (Cicchitto, Brunetta, Boniver, Sassone etc.) è ancora al potere, essendo prontamente transitata dalla sinistra storica alla destra arcoriana.

Se a Pio XII si vorrebbe attribuire l’ingresso nella nomenclatura dei santi, a Craxi, nel decennale della sua morte, spetterebbe un posto di rilievo nell’Olimpo repubblicano, e perciò l’intitolazione di vie o di giardini… L’uno e l’altro, dunque, vengono proposti alle giovani generazioni come esempi da seguire.

Ma si può davvero scotomizzare il ricordo di una persona, scindendone la vita privata da quella pubblica, quando quella persona rivesta o abbia rivestito un ruolo tanto importante nella collettività da essere poi inevitabilmente considerato un modello e un modellatore dell’ambiente in cui ha vissuto? Domanda più che mai attuale; e a me pare che la risposta non possa che essere negativa: propensioni e scelte 'private' incidono inevitabilmente nell’azione pubblica di un personaggio, mentre il potere facilita il cedimento alle sue inclinazioni. Ho avuto nella mia lunga esistenza la ventura di vivere appassionatamente la vita della Chiesa, per trent’anni, durante il pontificato di papa Pacelli, e di stare in Parlamento fra il 1983 e il 1992, esattamente il tempo dell’apogeo di Craxi e della sua caduta.

Nell’uno e nell’altro caso la sorte mi ha concesso di conoscere molti più fatti e testimonianze di quanti potessero arrivarne ai 'non addetti ai lavori'. Così mi pare doveroso testimoniare che certamente Pio XII e Craxi ebbero qualità e realizzazioni che appartengono alla storia ma esse furono inficiate dai guasti delle intemperanze (per usare un eufemismo) personali. Pacelli fu un maestoso protagonista di un tempo terribile e maestro di raffinata cultura ma anche uomo devastato da nevrosi e perciò rinserrato in gelida solitudine nel suo appartamento privato, con un gruppetto di devote suore con le quali parlava in tedesco; incline, per bisogno di affetto, al nepotismo e alla protezione di cialtroni come il suo medico personale che lo tradì in punto di morte, vendendo la sua cartella clinica e le foto della sua agonìa; eroico nel suo pessimismo, nella sua convinzione di dover reggere da se solo l’immane tragedia di un mondo avviato a un’imminente apocalisse; e perciò durissimo contro chi non divideva i suoi timori o le sue strategie e talvolta, consapevolmente o no, crudele nei confronti dei sottoposti, fossero essi diretti collaboratori del suo ufficio o umili servitori della sua corte; e questa aridità di carattere, questa incapacità di rendersi conto, per esempio, delle scelte dei poveri segnò tragicamente il suo pontificato. La sua carità e la sua misericordia furono schiacciate dalle sue fobie. Non rimane da sondare soltanto la questione della sua difesa del popolo ebraico. Il papa che con pronta generosità aveva trasformato le sue ville di Castelgandolfo in bivacco di profughi dai bombardamenti romani, pochi mesi più tardi con i decreti del suo Sant’Offizio espulse, o fece espellere, dalle chiese italiane, milioni di operai, contadini, pensionati accusandoli di essere 'senza Dio' mentre era evidente che la stragrande maggioranza di loro aveva scelto di dare il proprio voto alle forze di sinistra soltanto per ottenere, per sé, per i figli ma anche per tutti i poveri, una vita più degna.

Ricordo ancora con profondissima emozione le mie campagne elettorali in Lombardia, in Toscana e nel Veneto, il volto buono di anziani elettori del PCI, del tutto ignari del materialismo dialettico, che mi chiedevano di parlare del Concilio e poi mi domandavano: «Ma allora, se è vero quello che dici tu, perché i nostri parroci ci hanno cacciato? Perché ci hanno considerato pubblici peccatori?». Come pensare che un esercizio siffatto di un magistero sovrano che negava misericordia e comprensione, diffondendo tanto dolore, sia stato esente da colpe?

Quanto a Craxi, come si possono dimenticare le responsabilità gravissime che egli ebbe nel deterioramento della politica italiana, diventando il maestro, in pratica e in teoria, di un’idea di 'moderno' e di realpolitik in cui un individualismo senza princìpi pretendeva di sostituire quegli alti ideali di solidarietà che erano stati l’anima del glorioso partito socialista italiano e della Costituzione repubblicana? La pratica 'corsara', che per certi suoi interventi gli aveva fatto scegliere come protervo pseudonimo il nome di Ghino di Tacco, bandito di strada del XIII secolo, il suo gusto sultanesco che gli faceva trascinare per il mondo una piccola corte di 'nani e ballerine' (per dirla con un suo eminente compagno di partito), la sua superba convinzione che un uomo come lui non poteva sottoporsi al giudizio dei tribunali, ebbe riflessi devastanti nell’esercizio del potere e nella crisi della politica italiana: Craxi fu, per molti versi, non soltanto il fedele amico e protettore di Berlusconi ma anche il suo ideale precursore. È a lui più che ad ogni altro dobbiamo se viviamo oggi in uno stato in cui il potere mediatico di un ricco può oscurare la Costituzione.

In Parlamento ho fatto parte di un gruppo (quello dei deputati della Sinistra Indipendente) duramente opposto al governo craxiano ma non, credo di poter dire, fazioso. Sono fra quelli che applaudirono Craxi per Sigonella e per gli aiuti alla causa palestinese: ma la sua azione di statista ebbe, anche in politica estera, aspetti nefasti: non posso, per esempio, dimenticare, per averne visto gli effetti con i miei occhi, la protezione continuata e vergognosa che egli diede alla corrottissima e sanguinaria dittatura somala di Siad Barre e del suo clan. Che poi D’Alema pensasse, dieci anni fa, che a un condannato in contumacia e latitante si dovessero fare funerali di Stato e che oggi siano in tanti a parlare non soltanto di riabilitazione ma anche di celebrazione è uno dei tanti segni che la fine del secolo XX e l’inizio del XXI si portano ancora dietro il rifiuto di riconoscere quando un re è nudo.

ROSARNO E LA CHIESA

Questa LETTERA (che interrompe il mio silenzio di cinque mesi in seguito a una rovinosa caduta e conseguente frattura di tre vertebre, e che vuole essere innanzi tutto un ringraziamento ai tanti e tante che mi sono stati vicini in quel frangente), era già pronta per la spedizione quando sono arrivate da Rosarno le tragiche notizie dell’insurrezione dei raccoglitori di frutta e della caccia al 'negro'. È domenica. Mi domando, se posso andare a messa, come faccio abitualmente. Mi martella in testa un brano del vangelo di Matteo: «Se stai presentando la tua offerta all’altare e ti viene in mente che un tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta e va' a riconciliarti con lui. Tornerai dopo all’altare». Penso a quei mille poveri espulsi da Rosarno e mi domando se nel terrore che li mette in fuga, nel dolore dello sfruttamento, nell’esperienza di una vita da schiavi, si domandino, si siano mai domandati, se davvero l’Italia si possa definire una nazione cristiana; e se non ci gridino, nella tragedia che li travolge, che sì: hanno qualcosa contro di noi.

Decido di andare a messa, egualmente. Sento il bisogno del tepore di una comunità che preghi con me, esprima, almeno nel suo intimo, energie d’amore: penso che non posso chiudermi in un dolore 'privato', è con i fratelli e le sorelle con cui spartisco l’eucarestia che debbo vivere il rimorso per tanta ingiustizia fatta ai poveri con le nostre omissioni quando non le nostre opere: nostre, di noi Chiesa italiana. Domani rifletterò da cittadino ma oggi sento di dovermi innanzi tutto confrontare con il vangelo. Risento ancora la voce buona di papa Giovanni: «La Chiesa, quale è e vuole essere, è la Chiesa di tutti ma particolarmente la Chiesa dei poveri». Risento la voce profonda e commossa di Paolo VI che ammonisce: «Ostinandosi nella loro avarizia, i ricchi non potranno che suscitare il giudizio di Dio e la collera dei poveri, con conseguenze imprevedibili»; e proclama agli elogiatori dell’elemosina: «La giustizia è la misura minima (minima!) della carità». Mi domando: nelle nostre comunità viviamo – e rendiamo visibile – questo volto della Chiesa, questa sua fondamentale vocazione di riconoscimento del volto del Cristo nel volto del povero? O ci siamo ridotti, pian piano, a un agglomerato di persone che cercano avidamente coraggio e consolazione per le loro privatissime paure, che dedicano al culto dei santi una venerazione assai superiore a quella per il Signore, che riempiono di quando in quando i grandi spazi delle celebrazioni papali ma subito dopo rifluiscono nel chiuso delle proprie case e nel rifiuto di ogni coerenza? Schiacciate, talvolta, da un amaro senso di impotenza, anche se non hanno mai tentato l’esperienza di un impegno? Questa fede, 'morta senza le opere', raggruppa senza problemi, nel suo seno, anche mafiosi e uomini politici cui l’acqua benedetta sembra lavare colpe senza pentimenti o addirittura annegare speranze e mormorii della coscienza.

Voglio dirlo: personalmente dedico più tempo a un continuo censimento delle testimonianze ecclesiali di fraternità (talvolta quasi eroiche) che ai guasti di un conformismo che non riesce più a celare paure ed ottuso egoismo, e la mia ricerca mi riscalda il cuore: quante Caritas, parrocchie, organizzazioni non governative, centri missionari (penso, per esempio, al meraviglioso Centro Astalli di Roma) lavorano per una fraternità generosa. Ma non per questo sono cieco di fronte alle caratteristiche dell’Italia d’oggi: la più evidente delle quali è che la scarsità del nostro impegno di cristiani ha dato vita a una nazione nella quale (e soprattutto nelle zone tradizionalmente considerate 'bianche') ogni formazione politica sa di dover fare i conti con forze regressive che amano presepi e crocifissi ma ignorano che Gesù non sta dietro il sughero dei presepi o nel povero gesso degli 'oggetti d’uso' sui muri delle aule, sta, per sua chiara proclamazione, nella carne dei poveri, soffre della miseria di interi popoli, e dello sfruttamento di quelli che sono fra noi. Viviamo ormai in un paese in cui l’ottusa noia di giovani senza ingresso nel campo del lavoro moltiplica le infami crudelissime aggressioni ai senza tetto, in cui bande di italiani attaccano campi rom invece di premere per un inserimento dei nomadi nel tessuto delle città, in cui gran parte della ricchezza si basa sul lavoro 'nero': quello offerto da piccoli imprenditori senza scrupoli e quello coordinato dalle grandi centrali della mafia e della ndrangheta. Viviamo in un paese il cui ministro degli interni chiede che si diventi più 'cattivi' nei confronti dei migranti, in una nazione, in cui, in contrasto con la Costituzione e con la Dichiarazione dei diritti umani, viene negato asilo ai profughi politici, e gli aiuti allo sviluppo dei paesi poveri sono ridotti a pura facciata, ma il presidente del Consiglio scrive al papa, all’inizio del 2010, che «i valori cristiani sono sempre presenti nell’azione del governo da me presieduto».

Impunemente: nel senso che assai raramente le nostre 'gerarchie religiose' contrastano questa beata coscienza, di uno statista che concede mano libera al razzismo di un parte della sua compagine governativa. Papa Giovanni ci ha insegnato che il confiteor non va battuto sul petto degli altri e quindi occorre che ciascuno di noi riveda la propria vita. Ma è fuor di dubbio, a me pare, che salvo splendide eccezioni, la voce dei pastori della Chiesa italiana è flebile nel rivolgere il «non ti è lecito!» ai responsabili dello sfruttamento delle paure dei cittadini; e i documenti della CEI sono spesso vaghi nel condannare «ogni violenza». Mi colpisce e mi addolora una constatazione: mentre gruppi di laici lavorano nel campo della solidarietà insieme ai sacerdoti delle congregazioni missionarie, la contestazione al razzismo come ideologia radicalmente contraria al vangelo è assai minore fra il clero diocesano, quello più legato disciplinar-mente ai vescovi e più a contatto con i «fedeli messalizzanti».

Il razzismo fomentato dalla Lega e tradotto in leggi, decreti e prassi dal governo nazionale e da una pletora di governi regionali e amministrazioni comunali sembra a molti 'buoni cattolici' soltanto una spiacevole contingenza, ben meno grave di tanti altri peccati e, del resto, non priva di ragioni; che esso semini un odio che abortisce speranze umane e neghi la dignità di esseri viventi, sia causa di immensi dolori non dovrebbe portare i credenti (e, naturalmente, per primi, i loro pastori) alla chiarezza di un giudizio, troppo spesso, oggi, inquinato da interessi materiali? Non si tratta di emanare scomuniche ma di esplicitare la radicalità del vangelo. Ricordo di essermi sentito rovesciare come un guanto, ma anche spinto e sostenuto a un cammino luminoso, il giorno, ormai lontano cronologicamente ma non sbiadito nel mio cuore in cui un’assemblea mondiale delle Chiese protestanti, anglicane ed ortodosse, cui avevo partecipato con tanti altri cattolici 'conciliari', proclamò: «Chi non difende i poveri, non cerca che essi ricevano giustizia e dignità, non vede in essi la presenza del Cristo, costui è altrettanto eretico di chi nega l’uno o l’altro articolo del Credo».
Ettore Masina
http://www.ettoremasina.it

venerdì 25 dicembre 2009

Buon Natale 2009


icona etiope

Così scriveva il vescovo Tonino Bello:
“ Dalla grotta di Betlem può partire solo una Chiesa povera, semplice e mite. Non una Chiesa arrogante che ricompatta la gente, che vuole rivincite, che attende il turno per le sue rivalse temporali. Ma una Chiesa disarmata, che mangia il pane amaro con il mondo, che lava i piedi al mondo senza chiedergli nulla in contraccambio: neppure il prezzo di credere in Dio, o il pedaggio di andare a messa la domenica, o la quota, da pagare senza sconti e senza rateazioni, di una vita morale più in linea con il Vangelo. Una Chiesa gratuita che ama appassionatamente il suo Signore, solo cingendosi il grembiule”

Auuguri da Carmen e Gianni

sabato 28 novembre 2009

Aspettando il nuovo vescovo


IN ATTESA DEL VESCOVO UN PRETE ANZIANO MANIFESTA I SUOI DESIDERI

Cari amici di Settimana,

molteplici sono le attese per il nuovo vescovo della nostra diocesi. Vanno dalla curiosità ai vari tipi di speranza che, per un così alto responsabile, la comunità cristiana certamente nutre.

Da parte mia vorrei, tramite vostro, esprimere quei desideri che nella mia ormai lunga esperienza si fanno vivi nel cuore.

Al nuovo vescovo mi accosto con quel respiro che Gesù e i Dodici danno alla vita della chiesa e di ogni cristiano. Anche in questo tempo il vescovo è successore degli apostoli e collega la nostra vita con quella di Gesù in una speranza che è necessità di vita umana.

Dice il vangelo che non abbiamo bisogno di capi, di maestri, di benefattori. Ce ne sono troppi e tante volte fallaci, ma si fa urgente il nostro desiderio del testimone: «Ma voi non fatevi chiamare "rabbì'', perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato» (Mt 23,8-12).

Un grande mio amico teologo, il compianto mons. Luigi Sartori, indicava nel vescovo il dono di un particolare carisma, il carisma della sintesi.

Nella nostra chiesa diocesana dobbiamo riconoscere l'abbondanza dei doni dello Spirito e la necessità del carisma della sintesi perché i suoi doni ci aiutino a crescere nella speranza, in questo periodo virtù tanto urgente e necessaria.

Coltivo nel cuore il desiderio di un vescovo che sviluppi e faccia esplodere la bellezza di una chiesa sinodale. Per sinodale intendo un'apertura di cuore alla realtà religiosa, sociale ed economica di questo nostro mondo e di questo nostro tempo.

I segni dei tempi sono puntuali indirizzi di una spiritualità che umanizza la nostra vita e, accanto a questi, i segni del territorio. Il nostro Veneto è una terra di tradizioni cristiane: eluderle ci allontana dal dono di grazia e dalla missione della chiesa. C'è però anche una tentazione: è rischioso rinchiudersi in difesa del passato, ed è sterile scatenare paure e coltivare pregiudizi.

Sinodalità, in tutta l'ampiezza del termine, è rapporto e rispetto con le altre religioni: i musulmani ci insegnano il valore della preghiera e del rispetto in nome del Dio benevolo e misericordioso.

L'ecumenismo è un segno profondo di conversione, non all'una o all'altra chiesa, ma alla riscoperta delle chiese sorelle, amate dal Padre, guidate dallo Spirito di Gesù. Nella conoscenza e nel rispetto dei particolari doni di ogni chiesa, siamo chiamati ad arricchire la nostra fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.

La nostra diocesi conosce politici che hanno fatto la loro fama insultando gli stranieri e innalzando bandiere di odio razziale. Ma è anche una diocesi che ha sacerdoti e laici capaci di accoglienza e di fraternità nella pratica dei costumi evangelici. La chiesa ortodossa è la seconda come presenza a Treviso. Il rapporto con i sacerdoti di queste chiese è di fraternità. Proseguire per questa strada è una grande avventura dello Spirito per ridare all'Europa il vigore delle sue origini cristiane. Conoscere queste tradizioni è un impegno rispettoso e necessario. Sarà questa una delle strade maestre della rinascita vigorosa della nostra fede e della testimonianza di una carità che proviene dal cuore di Cristo.

Sinodalità è anche rapporto qualitativamente fraterno tra laici e preti, accoglienza e ospitalità tra uomini e donne che nella loro complementarietà testimoniano il dono di Dio. C'è urgenza di riscoprire il senso della famiglia, di penetrare di santo desiderio le nuove generazioni, di rendere evangelici costumi e attese che ormai sono presenti all'orizzonte e che possono diventare realtà umane solo nello Spirito di Cristo.

Sinodalità allora come comunione di cuori che superano gerarchie di potere e di dominio di una realtà che tante volte si impone come peso anche religioso. Non si tratta né di permissivismo, né di nuove regole, ma di un'attrattiva forte dove Gesù diventa l'unico maestro e la parola del vangelo è la sola consolazione alla difficile situazione umana di questo nostro tempo.

I modi della sinodalità si coniugano allora con la parresia, cioè con la virtù tanto cara ai padri della chiesa che domanda la sincerità dei cuori e l'espressione in parole vere e rispondenti alla vita.

È parresia esprimere ciò che il nostro cuore attende dall'alto, in particolare da chi istituzionalmente è chiamato a testimoniare Gesù buon pastore.

È parresia anche confrontarsi e dire con sincerità ciò che si pensa e si vive in un pluralismo che confessa con libertà la multiforme grazia dello Spirito di Dio.

Anche nella nostra diocesi c'è bisogno di parresia come confronto, dialogo per la crescita di una fraternità che a tutti consegna la responsabilità di un amore che si fa vita per tutti. Abbiamo ricchezza di mezzi: giornale diocesano, radio diocesana, scuole catechistiche… È un'organizzazione capillare molto importante. Dare anima a questa chiesa così organizzata, è però compiere scelte precise nella linea della semplicità, della povertà, della comunione reale che rende vera la partecipazione di tutti al cammino che si vuol intraprendere.

Il nuovo vescovo sia confortato non solo dalle grandi possibilità di una solida organizzazione, ma dall'essenzialità della parola evangelica che si fa sempre più urgente e necessaria perché la nostra vita sia immersa nelle Beatitudini. Dal papa Benedetto XVI ricavo un'antica parola da lui sottolineata in un'udienza generale: la filergia, cioè l'amore alla propria professionalità, il gusto di diventare sempre più fratello tra i fratelli, la gioia di riservare per se stesso l'ultimo posto, che è quello scelto dal Maestro.

don Olivo Bolzon (TV)

venerdì 30 ottobre 2009

Quel Papa che pesca nell’acqua di destra


di Hans Kung
da La Repubblica, 28 ottobre 2009

È una tragedia: dopo le offese già arrecate da Papa Benedetto XVI agli ebrei e ai musulmani, ai protestanti e ai cattolici riformisti, ora è la volta della Comunione Anglicana. Essa conta pur sempre 77 milioni di aderenti ed è la terza confessione cristiana, dopo la chiesa cattolica romana e quella ortodossa.

Cosa è successo? Dopo aver reintegrato l’antiriformista Fraternità San Pio X, ora Benedetto XVI vorrebbe rimpolpare le schiere assottigliate dei cattolici romani anche con anglicani simpatizzanti di Roma.

I sacerdoti e i vescovi anglicani dovrebbero potersi convertire più facilmente alla chiesa cattolica, mantenendo il proprio status, anche di sposati. Tradizionalisti di tutte le chiese, unitevi – sotto la cupola di San Pietro! Vedete: il pescatore di uomini pesca soprattutto sulla sponda destra del lago. Ma lì l’acqua è torbida.

Questo atto romano rappresenta niente meno che un drastico cambio di rotta: via dalla consolidata strategia ecumenica del dialogo diretto e di una vera riconciliazione. E verso una pirateria non ecumenica di sacerdoti, cui viene persino risparmiato il medioevale obbligo di celibato, solo per render loro possibile un ritorno a Roma sotto il primato papale. Chiaramente l’attuale arcivescovo di Canterbury, il Dr. Rowan Williams, non era all’altezza della scaltra diplomazia vaticana.

Nel suo voler ingraziarsi il Vaticano apparentemente non ha compreso le conseguenze della pesca papale in acque anglicane. In caso contrario non avrebbe firmato il comunicato minimizzante dell’arcivescovo cattolico di Westminster. Le prede nella rete di Roma non capiscono che nella chiesa cattolica romana saranno solo preti di seconda classe, e che alle loro funzioni i cattolici non possono partecipare?

Il comunicato fa sfacciatamente riferimento ai documenti realmente ecumenici della Anglican Roman Catholic International Commission (Arcic), elaborati in anni e anni di laboriosi negoziati tra il romano Segretariato per l’Unione dei Cristiani e l’anglicana Conferenza di Lambeth: sull’Eucarestia (1971), sull’ufficio e l’ordinazione (1973) nonché sull’autorità nella Chiesa (1976/81).

Gli esperti però sanno che questi tre documenti, a suo tempo sottoscritti da entrambe le parti, non sono mirati alla pirateria, bensì alla riconciliazione. Questi documenti di vera riconciliazione offrono infatti la base per il riconoscimento delle ordinazioni anglicane, delle quali Papa Leone XII nel 1896 aveva negato la validità con argomentazioni poco convincenti. Dalla validità delle ordinazioni anglicane deriva anche la validità delle celebrazioni eucaristiche anglicane. Sarebbe così possibile una reciproca ospitalità eucaristica, una intercomunione, un lento processo di unificazione tra cattolici e anglicani.

Ma la vaticana Congregazione per la dottrina della fede fece all’epoca in modo che questi documenti di riconciliazione sparissero il più rapidamente possibile nelle segrete del vaticano. «Chiudere nel cassetto», si dice. «Troppa teologia küngiana», recitava all’epoca un comunicato riservato della agenzia di stampa cattolica Kna.

In effetti avevo dedicato l’edizione inglese del mio libro «La Chiesa» all’allora Arcivescovo di Canterbury, Dr. Michael Ramsey in data 11 Ottobre 1967, quinto anniversario dell’apertura del concilio Vaticano secondo: nella «umile speranza che nella pagine di questo libro si ponga una base teologica per un accordo tra le chiese di Roma e Canterbury».

Vi si trova anche la soluzione alla spinosa questione del primato del papa, che da secoli divide queste due chiese, ma anche Roma dalle chiese dell’Est e dalle chiese riformiste. Una «Ripresa della comunità ecclesiale tra la chiesa cattolica e la chiesa anglicana sarebbe possibile», se «da un lato alla chiesa d’Inghilterra fosse garantito di poter mantenere il proprio attuale ordine ecclesiale sotto il primato di Canterbury e dall’altro la chiesa d’Inghilterra riconoscesse il primato pastorale del soglio di Pietro come istanza superiore di mediazione e conciliazione tra le Chiese».

«Così», speravo io all’epoca, «dall’impero romano nascerà un Commonwealth cattolico!» Ma papa Benedetto vuole assolutamente restaurare l’impero romano. Alla Comunione Anglicana non fa alcuna concessione, intende piuttosto mantenere per sempre il centralismo medioevale romano,- anche se impedisce un accordo delle chiese cristiane su questioni fondamentali.

Il primato del papa – dopo Papa Paolo VI bisogna ammetterlo il «grande scoglio» sulla via verso l’unità della chiesa – non agisce apparentemente come «Pietra dell’unità». Torna in auge il vecchio invito al «ritorno a Roma», ora attraverso la conversione soprattutto di sacerdoti, possibilmente in massa. A Roma si parla di mezzo milione di anglicani con venti o trenta vescovi.

E gli altri 76 milioni? Una strategia dimostratasi fallimentare nei secoli passati e che condurrà nel migliore dei casi alla nascita di una minichiesa anglicana «unita» a Roma in forma di diocesi personali (non territoriali). Ma quali sono le conseguenze odierne di questa strategia?

1. Ulteriore indebolimento della chiesa anglicana
In Vaticano gli antiecumenici giubilano per l’afflusso di conservatori, nella chiesa anglicana i liberali esultano per l’esodo di disturbatori simpatizzanti cattolici. Per la chiesa anglicana questa scissione implica un’ulteriore corrosione. Essa soffre già in conseguenza della nomina inutilmente osteggiata di un pastore dichiaratamente omosessuale a vescovo in Usa – effettuata mettendo in conto lo scisma della sua diocesi e dell’intera comunità anglicana.

La corrosione è stata rafforzata dall’atteggiamento discordante dei vertici ecclesiastici nei confronti delle coppie omosessuali: alcuni anglicani accetterebbero senz’altro la registrazione civile con ampie conseguenze giuridiche (tipo diritto di successione) e con eventuale benedizione ecclesiastica, ma non un «matrimonio» (da millenni termine riservato all’unione tra uomo e donna) con diritto di adozione e conseguenze imprevedibili per i figli.

2. Generale disorientamento dei fedeli anglicani
L’esodo dei sacerdoti anglicani e la proposta loro nuova ordinazione nella chiesa cattolica romana solleva per molti fedeli (e pastori) anglicani un pesante interrogativo: l’ordinazione dei sacerdoti anglicani è valida? E i fedeli dovrebbero convertirsi alla chiesa cattolica assieme al loro pastore? Che ne è degli immobili ecclesiastici e degli introiti dei pastori?

3. Sdegno del clero e del popolo cattolico
L’indignazione per il persistere del no alle riforme si è diffusa anche tra i più fedeli membri della chiesa. Dopo il Concilio molte conferenze episcopali, innumerevoli pastori e credenti hanno chiesto l’abrogazione del divieto medioevale di matrimonio per i sacerdoti, che sottrae parroci già quasi a metà delle nostre parrocchie.

Ma non fanno che urtare contro il rifiuto caparbio e ostinato di Ratzinger. Ed ora i preti cattolici devono tollerare accanto a sé pastori convertiti sposati? Cosa devono fare i preti che desiderano il matrimonio, forse farsi prima anglicani, sposarsi, e poi ripresentarsi? Come già nello scisma tra Oriente e Occidente (XI sec.), ai tempi della Riforma (XVI sec.) e nel primo Concilio vaticano (XIX sec.) la fame di potere di Roma divide la cristianità e nuoce alla sua chiesa. Una tragedia.

venerdì 2 ottobre 2009

Il modello



di Raniero La Valle
Lo scandalo Berlusconi ha avuto una svolta. Lo scandalo consiste nel fatto che il sistema politico italiano non ha ancora trovato il modo di far uscire di scena un presidente del Consiglio che ammala l’Italia e l’ha resa uno spettacolo al mondo.
La svolta consiste nel fatto che lui e i suoi, abbandonando la tesi innocentista, hanno alfine rivendicato i suoi comportamenti trasgressivi presentandoli anzi come proprio quelli che gli garantiscono il consenso.
L’ultima e suprema ragione per la quale è giusto e salutare che egli resti al potere, secondo quanto hanno detto i suoi portavoce nei diversi scontri televisivi, è che egli sarebbe un modello per tutti gli uomini e le donne del Paese, i quali lo voterebbero in massa non perché toglie le tasse, protegge gli evasori e intrattiene le casalinghe con la TV, ma perché tutti lo invidiano e vorrebbero essere come lui.
Ora, la pretesa del modello è grave, perché sposta il problema dalla qualità del presidente del Consiglio alla qualità del Paese.
Pertanto la nuova, vera responsabilità politica, non solo del ceto politico e dei partiti, ma di tutti, è se davvero vogliamo che questa diventi la nuova qualità dell’Italia, e se non sia una colpa gravissima farsene complici.In particolare per la Chiesa la questione del modello è delicatissima, perché tutta la sua ragione di essere, per la quale essa sta o cade, consiste nel proporre e nel mostrare un nuovo modello di uomo, ovvero il modello di un uomo nuovo, che è quello di cui essa porta il nome.
E tutte le canonizzazioni di santi, così abbondanti fino a Benedetto XVI, altro non erano che la proposta ai fedeli di modelli di vita cristiana. E se si può capire che non siano oggi di molta attualità modelli come san Luigi Gonzaga o santa Maria Goretti, il loro rovesciamento nell’icona di Berlusconi sarebbe inconcepibile.Così come non si potrebbe capire che la Chiesa si dividesse in Italia tra Conferenza episcopale, segreteria di Stato, giornali cattolici e popolo fedele, sulla questione della maggiore o minore copertura da dare al governo Berlusconi, fino al limite di un rapporto simoniaco come quello contro cui si sarebbe messa anche “la celeste intercessione di Celestino V” di cui parlava Giancarlo Zizola nell’ultimo numero di Rocca.
Del resto se la Chiesa ha sentito il bisogno di ricordare all’Italia che per l’art. 54 della sua Costituzione quanti sono investiti di funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle “con onore”, si può anche ricordare alla Chiesa che secondo il Concordato del 1984 lo scopo della sua collaborazione con lo Stato non è un qualsiasi utile ecclesiale ma è “la promozione dell’uomo e il bene del Paese”.
Ma in che cosa il “modello Berlusconi” è letale per la qualità dell’Italia?
Non perché egli è ricco, ma per il modo in cui si è acquistato le ricchezze.
Non perché ha il potere, ma perché lo mischia coi soldi e lo usa per sé. Non perché ama le donne, ma perché ne acquista il corpo.
Non perché è un don Giovanni, ma perché mentre quel cavaliere le sue 1003 fanciulle le seduceva a una ad una, a lui invece sono portate a gruppi di venti.
Non perché nomina a suo beneplacito parlamentari europei, deputate, ministri e stallieri, ma perché le ragioni di queste scelte non hanno nulla a che fare con i rispettivi uffici. E infine perché tutto ciò non è ristretto all’ambito privato.
L’accusa ai critici di invadere la privacy di Berlusconi, di intromettersi nella sua vita e di approfittare di suoi fatti personali per attaccarlo nel suo ruolo pubblico, è infondata.
Il fatto che a tutte le ragazze fossero prescritti abitini neri e un trucco leggero, e che ci fosse un via vai di aerei privati e macchine schermate e che alle commensali fossero assegnati ruoli e paghe diverse, significa che a palazzo c’era una regia e anzi, trattandosi di palazzi del potere, che c’era un cerimoniale.
Il cerimoniale è il versante liturgico della vita pubblica. Il cerimoniale trasforma un incontro o un evento della vita reale in cerimonia, e la cerimonia in tradizione, e la tradizione in gesti così ripetuti che non c’è più neanche bisogno di discuterli, diventano costume. Forse è questo che voleva dire Berlusconi quando ha affermato che tra le maggiori innovazioni del suo governo, c’è quella di aver introdotto la moralità.
Raniero La Valle