venerdì 30 aprile 2010

Appello di venti preti della Diocesi di Treviso

In quanto credenti,
abbiamo dei doveri e delle possibilità
per portare abitualmente "i poveri" al centro delle nostre comunità cristiane ?


"Al povero dalla mano inaridita imbarazzato nel chiedere la grazia in giorno di sabato, Gesù dice: (Le 6,8). E'un comando esplicito alla comunità cristiana perché metta sempre il povero al centro dei suoi valori e della sua pastorale". (Mons. Raffaele Nogaro, vescovo).


Una ventina di preti diocesani che nel loro servizio pastorale hanno avuto l'opportunità e la grazia di accostare con una certa continuità e mettersi a servizio di svariate forme di disagio umano, da alcuni mesi si ritrovano assieme con un primo gruppo di laici, per valutare se Cristo e i suoi poveri non ci chiedano anche di comunicare all'intera comunità cristiana - magari con un discreto "passar parola" - certe scelte evangeliche che ci sembra di aver meglio scoperto accanto alla loro emarginazione e alle loro sofferenze.

Nella visione di Chiesa di S.Paolo, infatti, ogni singolo membro di questo corpo misterioso, per quanto apparentemente insignificante, ha un suo ruolo a vantaggio dell'intera comunità e deve valorizzarlo. Confessiamo che da tempo alcuni di noi sentono pesare questa attesa di Dio anche su di loro (pur riconoscendo i tanti nostri limiti - di cui chiediamo di volerci scusare - anche perché rischiano di offuscare la valenza della nostra testimonianza) per aiutare la nostra Chiesa diocesana a riportare i poveri al centro delle sue sollecitudini abituali.

Anche perché, nell'intenzione di Cristo, ogni comunità cristiana dovrebbe caratterizzarsi proprio per questa "scelta preferenziale" nei confronti di tutte le forme della debolezza umana che, altrimenti, rischiano di restare ai margini di una società del benessere. Lo sperimentiamo accanto alle persone ("vecchie" e "nuove" povertà) con cui lavoriamo: disabili intellettivi - malati mentali e depressi - anziani - carcerati ed ex detenuti - giovani sbandati o problematici - donne costrette a prostituirsi - immigrati - zingari - tossicodipendenti - alcoolisti. A cui, in questa crisi, vanno aggiunte le tante nascoste forme di povertà di persone che hanno perduto o non trovano il lavoro. Nonché il numero crescente dei non nati: embrioni, diagnosticati imperfetti nella diagnosi prenatale, che nel 92% non vengono fatti nascere.

Pare a noi di riscontrare anche in diocesi gravi diseguaglianze fra comunità e comunità nell'abituale, fattiva sollecitudine a favore dei deboli di turno del proprio territorio e questo proprio nei confronti di uno dei segni che, per tutte, dovrebbe costituire la garanzia dell'autenticità sia della loro fede, sia delle loro eucaristie. Per questo San Paolo diceva non vera l'eucaristia dei cristiani di Corinto e San Tommaso d'Aquino parlava di un "mendacium in sacramentum" (un falso nel sacramento) se e quando la Messa non apre alla solidarietà.

Tanto dolore umano, tante umiliazioni, tante forme di sopraffazione potrebbero essere eliminate o, per lo meno, alleviate se trovassero nel territorio una generalizzata solidarietà e protesta comunitaria. Sia in forza di quella solidarietà che l'uomo deve ad ogni altro uomo in difficoltà, sia, e in più, in forza di una fede che ci avverte che tutto quello che facciamo o non facciamo a difesa dei deboli di turno, Cristo lo ritiene fatto o non fatto direttamente a Lui stesso Tanto da avvertirci che proprio questo sarà il criterio in base al quale un giorno saremo giudicati e in conseguenza ammessi o esclusi per sempre dal suo Paradiso.

E forse - nel tentativo di trasmettere la vera fede soprattutto in questa società dell'indifferenza e di un diffuso egoismo - sarebbe necessario ricordare più spesso che Cristo venne al mondo soprattutto per correggere due gravi carenze della religiosità dell'epoca: un'idea scoraggiante del Padre presentato come giudice impietoso e austero e - altra fondamentale, diffusa carenza - la separazione e la pesante contraddizione fra un culto rigorosamente osservato e una vita pratica nella quale si continuava ad opprimere e sfruttare i tre strati sociali più deboli: l'orfano, la vedova e lo straniero. Due carenze non ancora superate nella religiosità di molti.

Con l'avvertenza - come raccomanda il Concilio di non continuare a dare "per carità" (e quindi in modo del tutto discrezionale, magari con i residui di bilancio...) "quello che è già dovuto all'uomo a titolo di giustizia" (Concilio Vaticano, A.A.8); umiliandolo. Perché la prima forma della vera carità cristiana è il rispetto della giustizia. Ed è soprattutto per questo che si avverte sempre più il bisogno di "politici" che abbiano davvero la passione per l'uomo e per la difesa dei suoi diritti. Esigendo, fra l'altro, l'effettiva applicazione delle tante normative già formalizzate a favore anche dei più deboli (a partire dalle molte "carte" sui loro diritti).

E' anche da ricordare che (per molti autori contemporanei) Cristo per diffondere la fede, ha voluto aver bisogno di una "società alternativa" (la Chiesa) dove "la novità cristiana" si esprimeva soprattutto nel fatto che ii forti e i potenti di turno si distinguevano nel servizio e nelle difesa dei più deboli. Segno di un mondo nuovo dove finalmente, al posto della prepotenza e dell'egoismo, le relazioni umane si caratterizzano per il rispetto e la solidarietà. Una Chiesa missionaria deve ricordare che questa "novità" - per Papa Benedetto XVI - è una delle condizioni per la sua rinnovata efficacia (vedi discorso del Papa nel Convegno ecclesiale di Verona).

Possono essere due e diverse le motivazioni individuali che portano a solidarizzare con i più deboli: la passione solidale dell'uomo nei confronti di ogni altro uomo che trovandosi in difficoltà ha bisogno di aiuto (motivazione laica); oppure una motivazione richiesta anche dalla fede (motivazione religiosa). Personalmente ritengo che la prima sia prioritaria e universale: non penso infatti che si debba mettersi a servizio dell'uomo solo per una esigenza di fede. Comunque, nonostante la possibile diversità di motivazioni, in concreto, si può e si deve collaborare. Papa Giovanni XXIII diceva: "Non chiedete agli altri da dove vengono ma dove vanno. E se vanno dove vai tu, cammina con loro".

Concludendo: qualunque possano essere gli sviluppi dell'iniziativa, ci sembra preliminare e determinante appropriarci personalmente di questa doverosa cultura della solidarietà, cercando le occasioni opportune per diffonderla. Saranno le situazioni concrete che poi provocheranno di volta in volta il nostro impegno ed esigeranno l'elaborazione di strategie concrete per l'efficacia dell'azione.

giovedì 22 aprile 2010

Quando l'istituzione diventa il centro

Il potere e il vangelo

di Eugenio Scalfari

È dalla donazione di Costantino che la Chiesa si dibatte tra l'attuazione del messaggio di Cristo e la difesa del potere temporale

Molti specialisti di Vaticano e di Chiesa hanno commentato i cinque anni di pontificato di Benedetto XVI il cui anniversario è ricorso il 19 aprile. Io non sono uno specialista di questioni vaticane né ecclesiastiche. È tuttavia evidente che la storia di un'istituzione bimillenaria di dimensioni mondiali interessa tutti ed i laici in modo speciale. Perciò sono anch'io partecipe di questo interesse e mi varrò, per introdurre i miei ragionamenti, delle parole del cardinale Carlo Maria Martini, al quale mi sento da tempo legato da sentimenti di grande considerazione. Le pronunciò in un discorso all'Istituto delle Scuole Cristiane a Roma il 3 maggio del 2007. Disse così: "A volte sembra possibile immaginare che non tutti stiamo vivendo nello stesso periodo storico. Alcuni è come se stessero ancora vivendo nel tempo del Concilio di Trento, altri in quello del Concilio Vaticano I. Alcuni hanno bene assimilato il Concilio Vaticano II, altri molto meno, altri ancora sono decisamente proiettati nel terzo millennio. Non siamo tutti veri contemporanei e questo ha sempre rappresentato un grande fardello per la Chiesa e richiede moltissima pazienza e discernimento".

La diagnosi di Martini - uno dei principi della Chiesa la cui lealtà verso Benedetto XVI fu determinante nel Conclave che lo insediò al vertice della cattolicità - mi ha dato materia di ampia riflessione. La terapia proposta da Martini è "pazienza e discernimento". Sono due parole generiche oppure contengono un profondo significato? Per comprenderne il senso m'è venuto alla mente il breve racconto che il cardinale mi fece in uno degli incontri che ho avuto con lui nel suo ritiro di Gallarate. Mi raccontò (l'ho già riferito a suo tempo) che nell'intervento da lui stesso pronunciato all'apertura del Conclave prima che le votazioni avessero inizio, ricordò ai suoi colleghi che compito del Conclave era l'elezione del Vescovo di Roma che in quanto tale avrebbe regnato sulla Chiesa come Pietro, vicario in terra del Signore. La prima e principale missione dei Vescovi della Chiesa apostolica è quella infatti di parlare alle genti proseguendo la predicazione evangelica e diffondendo la parola di Cristo. La missione pastorale. L'istituzione costituisce una sorta di guaina amministrativa, organizzativa, diplomatica, che custodisce il prezioso contenuto di quella predicazione. Detto più semplicemente: l'azione pastorale dei Vescovi è il fine, l'istituzione è il mezzo. Il fine deve sopravanzare il mezzo condizionandone l'azione e spetta al Vescovo di Roma mantenere la primazia del fine rispetto al mezzo.

Questa concezione tuttavia non ha quasi mai corrisposto alla realtà storica. La missione pastorale della Chiesa è sempre stata intensa e portatrice di frutti spirituali ed etici, ma la sopravvivenza e il rafforzamento dell'istituzione sono diventate, fin dai primi secoli, la preoccupazione dominante di quella che si chiamò la gerarchia ecclesiastica. "Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre", scrive Dante quando nella 'Commedia' affronta questo delicatissimo argomento. La donazione di Costantino fu il primo atto (vero o supposto importa poco) che dette base temporale al Papato e costituì il suo potere. Da allora la logica del potere è diventata il centro della Chiesa di Roma determinandone le scelte e relegando la missione pastorale in una posizione secondaria. Benedetto, Francesco d'Assisi, Gioacchino da Fiore, Antonio, Domenico e tutti i grandi santi che fondarono ordini mendicanti, concentrati nella predicazione o nella contemplazione e nella preghiera, conobbero le asperità di quel percorso e della convivenza con la gerarchia. I Papi furono innanzitutto i capi della gerarchia, i Vescovi si conformarono a quella prassi salvo casi sempre più rari.

Il Concilio tridentino dette forma moderna e funzionale alla Chiesa dentro la quale il brivido mistico diventò sempre più raro, la spinta verso la povertà sempre più sospetta, l'afflato comunitario sempre più fievole e i vizi propri del potere sempre più diffusi. Il Vaticano II ha rappresentato l'estremo tentativo di considerare il messaggio cristiano come un lievito da inserire nella cultura moderna, in una concezione pluralistica della società che preservasse la dignità della persona indipendentemente dalla sua fede religiosa. I diritti e i doveri della persona, la sua libertà, la sua responsabilità, la radice morale e l'amore del prossimo a confronto con l'egoismo e con la volontà di potenza. Questa visione metteva in discussione la gerarchia e il primato dell'istituzione. Perciò il Vaticano II fu dapprima frenato e poi reinterpretato; gli episcopati ricondotti entro la guida della gerarchia, gli equilibri ristabiliti all'insegna della continuità.

Il quinquennio di Benedetto XVI ha avuto finora questo significato. Lo scandalo dei preti pedofili è stato affrontato dal Papa con apprezzabile anche se tardiva severità; ma non ha inciso sul tema di fondo e non ha proposto la domanda decisiva: la Chiesa è il luogo dove si attua il messaggio di Cristo o dove si amministra in suo nome il potere della gerarchia?
(22 aprile 2010)

domenica 18 aprile 2010

Benedetto XVI ha fallito i cattolici perdono la fiducia


di HANS KÜNG

Negli anni 1962-1965 Joseph Ratzinger  -  oggi Benedetto XVI  -  ed io eravamo i due più giovani teologi del Concilio. Oggi siamo i più anziani, e i soli ancora in piena attività. Ho sempre inteso il mio impegno teologico come un servizio alla Chiesa. Per questo, mosso da preoccupazione per la crisi di fiducia in cui versa questa nostra Chiesa, la più profonda che si ricordi dai tempi della Riforma ad oggi, mi rivolgo a voi, in occasione del quinto anniversario dell'elezione di papa Benedetto al soglio pontificio, con una lettera aperta. È questo infatti l'unico mezzo di cui dispongo per mettermi in contatto con voi.

Avevo apprezzato molto a suo tempo l'invito di papa Benedetto, che malgrado la mia posizione critica nei suoi riguardi mi accordò, poco dopo l'inizio del suo pontificato, un colloquio di quattro ore, che si svolse in modo amichevole. Ne avevo tratto la speranza che Joseph Ratzinger, già mio collega all'università di Tübingen, avrebbe trovato comunque la via verso un ulteriore rinnovamento della Chiesa e un'intesa ecumenica, nello spirito del Concilio Vaticano II. Purtroppo le mie speranze, così come quelle di tante e tanti credenti che vivono con impegno la fede cattolica, non si sono avverate; ho avuto modo di farlo sapere più di una volta a papa Benedetto nella corrispondenza che ho avuto con lui.

Indubbiamente egli non ha mai mancato di adempiere con scrupolo agli impegni quotidiani del papato, e inoltre ci ha fatto dono di tre giovevoli encicliche sulla fede, la speranza e l'amore. Ma a fronte della maggiore sfida del nostro tempo il suo pontificato si dimostra ogni giorno di più come un'ulteriore 

occasione perduta, per non aver saputo cogliere una serie di opportunità:

 - È mancato il ravvicinamento alle Chiese evangeliche, non considerate neppure come Chiese nel senso proprio del termine: da qui l'impossiblità di un riconoscimento delle sue autorità e della celebrazione comune dell'Eucaristia.

- È mancata la continuità del dialogo con gli ebrei: il papa ha reintrodotto l'uso preconciliare della preghiera per l'illuminazione degli ebrei; ha accolto nella Chiesa alcuni vescovi notoriamente scismatici e antisemiti; sostiene la beatificazione di Pio XII; e prende in seria considerazione l'ebraismo solo in quanto radice storica del cristianesimo, e non già come comunità di fede che tuttora persegue il proprio cammino di salvezza. In tutto il mondo gli ebrei hanno espresso sdegno per le parole del Predicatore della Casa Pontificia, che in occasione della liturgia del venerdì santo ha paragonato le critiche rivolte al papa alle persecuzioni antisemite.

- Con i musulmani si è mancato di portare avanti un dialogo improntato alla fiducia. Sintomatico in questo senso è il discorso pronunciato dal papa a Ratisbona: mal consigliato, Benedetto XVI ha dato dell'islam un'immagine caricaturale, descrivendolo come una religione disumana e violenta e alimentando così la diffidenza tra i musulmani.

- È mancata la riconciliazione con i nativi dell'America Latina: in tutta serietà, il papa ha sostenuto che quei popoli colonizzati "anelassero" ad accogliere la religione dei conquistatori europei.

- Non si è colta l'opportunità di venire in aiuto alle popolazioni dell'Africa nella lotta contro la sovrappopolazione e l'AIDS, assecondando la contraccezione e l'uso del preservativo.

- Non si è colta l'opportunità di riconciliarsi con la scienza moderna, riconoscendo senza ambiguità la teoria dell'evoluzione e aderendo, seppure con le debite differenziazioni, alle nuove prospettive della ricerca, ad esempio sulle cellule staminali.

- Si è mancato di adottare infine, all'interno stesso del Vaticano, lo spirito del Concilio Vaticano II come bussola di orientamento della Chiesa cattolica, portando avanti le sue riforme.

Quest'ultimo punto, stimatissimi vescovi, riveste un'importanza cruciale. Questo papa non ha mai smesso di relativizzare i testi del Concilio, interpretandoli in senso regressivo e contrario allo spirito dei Padri conciliari, e giungendo addirittura a contrapporsi espressamente al Concilio ecumenico, il quale rappresenta, in base al diritto canonico, l'autorità suprema della Chiesa cattolica:

- ha accolto nella Chiesa cattolica, senza precondizione alcuna, i vescovi tradizionalisti della Fraternità di S. Pio X, ordinati illegalmente al di fuori della Chiesa cattolica, che hanno ricusato il Concilio su alcuni dei suoi punti essenziali;

- ha promosso con ogni mezzo la messa medievale tridentina, e occasionalmente celebra egli stesso l'Eucaristia in latino, volgendo le spalle ai fedeli;

- non realizza l'intesa con la Chiesa anglicana prevista nei documenti ecumenici ufficiali (ARCIC), ma cerca invece di attirare i preti anglicani sposati verso la Chiesa cattolica romana rinunciando all'obbligo del celibato.

- ha potenziato, a livello mondiale, le forze anticonciliari all'interno della Chiesa attraverso la nomina di alti responsabili anticonciliari (ad es.: Segreteria di Stato, Congregazione per la Liturgia) e di vescovi reazionari.

Papa Benedetto XVI sembra allontanarsi sempre più dalla grande maggioranza del popolo della Chiesa, il quale peraltro è già di per sé portato a disinteressarsi di quanto avviene a Roma, e nel migliore dei casi si identifica con la propria parrocchia o con il vescovo locale.

So bene che anche molti di voi soffrono di questa situazione: la politica anticonciliare del papa ha il pieno appoggio della Curia romana, che cerca di soffocare le critiche nell'episcopato e in seno alla Chiesa, e di screditare i dissenzienti con ogni mezzo. A Roma si cerca di accreditare, con rinnovate esibizioni di sfarzo barocco e manifestazioni di grande impatto mediatico, l'immagine di una Chiesa forte, con un "vicario di Cristo" assolutista, che riunisce nelle proprie mani i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Ma la politica di restaurazione di Benedetto XVI è fallita. Le sue pubbliche apparizioni, i suoi viaggi, i suoi documenti non sono serviti a influenzare nel senso della dottrina romana le idee della maggioranza dei cattolici su varie questioni controverse, e in particolare sulla morale sessuale. Neppure i suoi incontri con i giovani, in larga misura membri di gruppi carismatici di orientamento conservatore, hanno potuto frenare le defezioni dalla Chiesa, o incrementare le vocazioni al sacerdozio.

Nella vostra qualità di vescovi voi siete certo i primi a risentire dolorosamente dalla rinuncia di decine di migliaia di sacerdoti, che dall'epoca del Concilio ad oggi si sono dimessi dai loro incarichi soprattutto a causa della legge sul celibato. Il problema delle nuove leve non riguarda solo i preti ma anche gli ordini religiosi, le suore, i laici consacrati: il decremento è sia quantitativo che qualitativo. La rassegnazione e la frustrazione si diffondono tra il clero, e soprattutto tra i suoi esponenti più attivi; tanti si sentono abbandonati nel loro disagio, e soffrono a causa della Chiesa. In molte delle vostre diocesi è verosimilmente in aumento il numero delle chiese deserte, dei seminari e dei presbiteri vuoti. In molti Paesi, col preteso di una riforma ecclesiastica, si decide l'accorpamento di molte parrocchie, spesso contro la loro volontà, per costituire gigantesche "unità pastorali" affidate a un piccolo numero di preti oberati da un carico eccessivo di lavoro.

E da ultimo, ai tanti segnali della crisi in atto viene ad aggiungersi lo spaventoso scandalo degli abusi commessi da membri del clero su migliaia di bambini e adolescenti, negli Stati Uniti, in Irlanda, in Germania e altrove; e a tutto questo si accompagna una crisi di leadership, una crisi di fiducia senza precedenti. Non si può sottacere il fatto che il sistema mondiale di occultamento degli abusi sessuali del clero rispondesse alle disposizioni della Congregazione romana per la Dottrina della fede (guidata tra il 1981 e il 2005 dal cardinale Ratzinger), che fin dal pontificato di Giovanni Paolo II raccoglieva, nel più rigoroso segreto, la documentazione su questi casi. In data 18 maggio 2001 Joseph Ratzinger diramò a tutti i vescovi una lettera dai toni solenni sui delitti più gravi ("Epistula de delictis gravioribus"), imponendo nel caso di abusi il "secretum pontificium", la cui violazione è punita dalla la Chiesa con severe sanzioni. E' dunque a ragione che molti hanno chiesto un personale "mea culpa" al prefetto di allora, oggi papa Benedetto XVI. Il quale però non ha colto per farlo l'occasione della settimana santa, ma al contrario ha fatto attestare "urbi et orbi", la domenica di Pasqua, la sua innocenza al cardinale decano.

Per la Chiesa cattolica le conseguenze di tutti gli scandali emersi sono devastanti, come hanno confermato alcuni dei suoi maggiori esponenti. Il sospetto generalizzato colpisce ormai indiscriminatamente innumerevoli educatori e pastori di grande impegno e di condotta ineccepibile. Sta a voi, stimatissimi vescovi, chiedervi quale sarà il futuro delle vostre diocesi e quello della nostra Chiesa. Non è mia intenzione proporvi qui un programma di riforme. L'ho già fatto più d'una volta, sia prima che dopo il Concilio. Mi limiterò invece a sottoporvi qui sei proposte, condivise - ne sono convinto - da milioni di cattolici che non hanno voce. 

1. Non tacete. Il silenzio a fronte di tanti gravissimi abusi vi rende corresponsabili. Al contrario, ogni qualvolta ritenete che determinate leggi, disposizioni o misure abbiano effetti controproducenti, dovreste dichiararlo pubblicamente. Non scrivete lettere a Roma per fare atto di sottomissione e devozione, ma per esigere riforme!

2. Ponete mano a iniziative riformatrici. Tanti, nella Chiesa e nell'episcopato, si lamentano di Roma, senza però mai prendere un'iniziativa. Ma se oggi in questa o quella diocesi o comunità i parrocchiani disertano la messa, se l'opera pastorale risulta inefficace, se manca l'apertura verso i problemi e i mali del mondo, se la cooperazione ecumenica si riduce a un minimo, non si possono scaricare tutte le colpe su Roma. Tutti, dal vescovo al prete o al laico, devono impegnarsi per il rinnovamento della Chiesa nel proprio ambiente di vita, piccolo o grande che sia. Molte cose straordinarie, nelle comunità e più in generale in seno alla Chiesa, sono nate dall'iniziativa di singole persone o di piccoli gruppi. Spetta a voi, nella vostra qualità di vescovi, il compito di promuovere e sostenere simili iniziative, così come quello di rispondere, soprattutto in questo momento, alle giustificate lagnanze dei fedeli.

3. Agire collegialmente. Il Concilio ha decretato, dopo un focoso dibattito e contro la tenace opposizione curiale, la collegialità dei papi e dei vescovi, in analogia alla storia degli apostoli: lo stesso Pietro non agiva al di fuori del collegio degli apostoli. Ma nel periodo post-conciliare il papa e la curia hanno ignorato questa fondamentale decisione conciliare. Fin da quando, a soli due anni dal Concilio e senza alcuna consultazione con l'episcopato, Paolo VI promulgò un'enciclica in difesa della discussa legge sul celibato, la politica e il magistero pontificio ripresero a funzionare secondo il vecchio stile non collegiale. Nella stessa liturgia il papa si presenta come un autocrate, davanti al quale i vescovi, dei quali volentieri si circonda, figurano come comparse senza diritti e senza voce. Perciò, stimatissimi vescovi, non dovreste agire solo individualmente, bensì in comune con altri vescovi, con i preti, con le donne e gli uomini che formano il popolo della Chiesa.

4. L'obbedienza assoluta si deve solo a Dio. Voi tutti, al momento della solenne consacrazione alla dignità episcopale, avete giurato obbedienza incondizionata al papa. Tuttavia sapete anche che l'obbedienza assoluta è dovuta non già al papa, ma soltanto a Dio. Perciò non dovete vedere in quel giuramento a un ostacolo tale da impedirvi di dire la verità sull'attuale crisi della Chiesa, della vostra diocesi e del vostro Paese. Seguite l'esempio dell'apostolo Paolo, che si oppose a Pietro "a viso aperto, perché evidentemente aveva torto" (Gal. 2,11). Può essere legittimo fare pressione sulle autorità romane, in uno spirito di fratellanza cristiana, laddove queste non aderiscano allo spirito del Vangelo e della loro missione. Numerosi traguardi - come l'uso delle lingue nazionali nella liturgia, le nuove disposizioni sui matrimoni misti, l'adesione alla tolleranza, alla democrazia, ai diritti umani, all'intesa ecumenica e molti altri ancora hanno potuto essere raggiunti soltanto grazie a una costante e tenace pressione dal basso.

5. Perseguire soluzioni regionali: il Vaticano si mostra spesso sordo alle giustificate richieste dei vescovi, dei preti e dei laici. Ragione di più per puntare con intelligenza a soluzioni regionali. Come ben sapete, un problema particolarmente delicato è costituito dalla legge sul celibato, una norma di origine medievale, la quale a ragione è ora messa in discussione a livello mondiale nel contesto dello scandalo suscitato dagli abusi. Un cambiamento in contrapposizione con Roma appare pressoché impossibile; ma non per questo si è condannati alla passività. Un prete che dopo seria riflessione abbia maturato l'intenzione di sposarsi non dovrebbe essere costretto a dimettersi automaticamente dal suo incarico, se potesse contare sul sostegno del suo vescovo e della sua comunità. Una singola Conferenza episcopale potrebbe aprire la strada procedendo a una soluzione regionale. Meglio sarebbe tuttavia mirare a una soluzione globale per la Chiesa nel suo insieme. Perciò

6. si chieda la convocazione di un Concilio: se per arrivare alla riforma liturgica, alla libertà religiosa, all'ecumenismo e al dialogo interreligioso c'è stato bisogno di un Concilio, lo stesso vale oggi a fronte dei problemi che si pongono in termini tanto drammatici. Un secolo prima della Riforma, il Concilio di Costanza aveva deciso la convocazione di un concilio ogni cinque anni: decisione che fu però disattesa dalla Curia romana, la quale anche oggi farà indubbiamente di tutto per evitare un concilio dal quale non può che temere una limitazione dei propri poteri. È responsabilità di tutti voi riuscire a far passare la proposta di un concilio, o quanto meno di un'assemblea episcopale rappresentativa.

Questo, a fronte di una Chiesa in crisi, è l'appello che rivolgo a voi, stimatissimi vescovi: vi invito a gettare sulla bilancia il peso della vostra autorità episcopale, rivalutata dal Concilio. Nella difficile situazione che stiamo vivendo, gli occhi del mondo sono rivolti a voi. Innumerevoli sono i cattolici che hanno perso la fiducia nella loro Chiesa; e il solo modo per contribuire a ripristinarla è quello di affrontare onestamente e apertamente i problemi, per adottare le riforme che ne conseguono. Chiedo a voi, nel più totale rispetto, di fare la vostra parte, ove possibile in collaborazione con altri vescovi, ma se necessario anche soli, con apostolica "franchezza" (At 4,29.31). Date un segno di speranza ai vostri fedeli, date una prospettiva alla nostra Chiesa.

Vi saluto nella comunione della fede cristiana.

La Repubblica (15 aprile 2010)

Pedofilia, la Chiesa ha una sola strada: la chiarezza



di Enzo Mazzi, l’Unità, 11 aprile 2010

Le vittime della pedofilia del clero chiedono che il papa apra finalmente gli archivi vaticani e quelli diocesani. Piena luce e non solo parole o provvedimenti tardivi contro gli abusi: è questa la richiesta pressante che sale da tutto il mondo. E non soltanto dalle vittime dirette. Tutti ci sentiamo e siamo in qualche modo vittime di questo immenso scandalo che investe la Chiesa cattolica con una progressione impressionante. E tutti chiediamo luce. Sin dal medioevo l'impresa araldica dei Papi fa vedere - insieme allo stemma di famiglia o personale del pontefice - due chiavi, in segno della trasmissione di ciò che viene formalmente denominato il "potere delle chiavi". E le parole di Cristo a Pietro, "A te darò le chiavi…" sono scritte in nero su oro con lettere cubitali sul cornicione della navata della Basilica di S. Pietro. Ebbene, è il momento di usarle queste chiavi non solo per condannare o assolvere i peccati del mondo ma anche per sradicare quelli della Chiesa incominciando con l’aprire la segretezza degli archivi.

E’ ormai sentire comune che sia un grande errore questo imponente arroccamento in difesa dell’istituzione ecclesiastica e della persona del papa. Anzi è l’errore di fondo. Non è l’istituzione o la gerarchia che va difesa ma le vittime. C’è un dissenso diffuso verso questa ostensione di potere da parte dei vertici vaticani, come fossimo ancora in pieno medioevo al tempo degli scontri fra papato e impero. E’ un dissenso che penetra, per ora larvatamente, fra gli stessi vescovi. Si manifesta solo in alcune situazioni più aperte. Ad esempio in Francia dove l’arcivescovo di Poitiers, mons. Albert Rouet, esplode scrivendo su Le Monde del 4 aprile. “Ogni sistema chiuso, idealizzato, sacralizzato è un pericolo. Quando una istituzione, compresa la Chiesa, si erge in posizione di diritto privato e si ritiene in posizione di forza, le derive finanziarie e sessuali diventano possibili. E' quanto rivela l'attuale crisi e tutto questo ci obbliga a tornare all'Evangelo: la debolezza del Cristo è costitutiva del modo di essere Chiesa. Bisogna scendere dalla montagna, scendere in pianura, umilmente”.

Sono anni che la chiesa conciliare dice queste cose. Il cardinale Giacomo Lercaro, nel 1967, fu “dimissionato” da vescovo di Bologna per aver detto cose simili. Da allora fu uno stillicidio di rimozioni, sospensioni, scomuniche contro comunità e preti che praticavano e annunciavano la dimensione profetica della povertà, della debolezza, della trasparenza, della democrazia di base, del non-potere. Mentre verso i preti pedofili si usava “cura paterna”, si coprivano i loro misfatti e si lasciavano sconsideratamente in mezzo ai bambini.

 La chiesa dei Lercaro e delle comunità di base fu chiamata dispregiativamente “chiesa del dissenso”. E’ venuto forse il tempo del suo riscatto. Se la Chiesa cattolica vuol rinnovarsi non resta che affidarsi alla dimensione profetica tenuta viva da queste realtà che si rivelano una grande risorsa.

 (13 aprile 2010)

Io, gay e cattolico: più facile dirlo ai preti che al partito


il dibattito sullo scandalo in vaticano sul «corriere della sera»

Vendola: «Amo Pasolini, Testori e Fassbinder, ma rifiuto la loro visione del senso di colpa»
di ALDO CAZZULLO

 «Sono sempre stato cattolico e omosessuale, non l’ho mai nascosto. E dichiararsi non è pettegolezzo. E’ carne, fatica, sangue, dolore, emarginazione, offese, violenza. Sono sempre stato anche cattolico e comunista, come la mia famiglia. Ed è stato forse più facile dire la mia omosessualità ai preti che al partito». Nichi Vendola, eletto per due volte a sorpresa presidente di una grande Regione del Sud, si dichiarò nel 1978, quando aveva vent’anni e da sei era nella Federazione giovanile comunista, con un articolo su un giornale da lui fondato, «In/contro». Titolo: «Le farfalle non volano nel ghetto». «Era un verso che avevo trovato in una raccolta di poesie scritte nel ghetto di Varsavia. E ho avuto tutte le difficoltà che potevo avere, nel partito, al Sud, al paese», Terlizzi, periferia di Molfetta, terra di braccianti. «Mi ha sempre affascinato il pensiero religioso. Ero uno di quei comunisti per cui il libro più importante è la Bibbia. Ma ha contato molto per me anche il pessimismo di Sergio Quinzio, ho amato i libri del cardinal Martini, e sono stato discepolo del vescovo di Molfetta, il mio vescovo, Tonino Bello». 

 «Ho parlato della mia omosessualità con molti preti, con uomini e anche con donne di Chiesa — racconta Vendola —. Non mi sono mai sentito rifiutato. Sono state anzi interlocuzioni belle, profonde. La Chiesa è un universo ricchissimo e complicato, non riducibile a nessuna delle categorie politiche che usa la cronaca. Nella Chiesa ci sono molte sensibilità, molte cose; e qualcuna crea dolore e tristezza, quando evoca stereotipi pseudomorali che non hanno solo l’effetto di indicare identità ideologiche, ma anche di ferire la vita delle persone». E’ di Vendola la prefazione agli scritti di monsignor Bello, «Teologia degli oppressi». Comincia così: «Io ero sull’altra riva, quindi ero un rivale». «Tutta la teologia di Bello è una teologia della differenza— sostiene oggi il presidente della Puglia —. Come quando spiega il dogma della Trinità con la metafora della convivialità delle differenze: la presenza di tre differenze in un’unità ci insegna la bellezza della convivenza, che è qualcosa di più della tolleranza». Dice Vendola di non aver mai rinunciato alla fede, di credere più che alla rivoluzione alla conversione permanente, di confidare che Dio saprà capire anche quelli come lui, perché «Dio non è un tribunale islamico». Dice di non amare il coté «pirotecnico, esibizionista». Per questo in passato non apprezzò le confessioni di bisessualità rese da altri politici, «una dichiarazione che si faceva a 18 anni per fiutare un po’ l’aria. Anch’io sono stato bisex, e avevo fidanzate bellissime. Sono stato sul punto di sposarmi due volte. Ma non ho mai raccontato bugie, ho sempre vissuto quei rapporti da omosessuale». Storie lontane, «ho avuto molti amori, ho molto sofferto. Non mi sono mai arreso però, non ho mai permesso a nessuno di chiudere la mia storia dentro uno spigolo di rancore. Anche se mi hanno fatto di tutto». 

Tempo fa raccontò di quando «un dirigente nazionale di An venne a fare campagna elettorale nel ‘94 e tentò di stroncarmi accusandomi di andare con i ragazzini, peraltro pagati per dirlo. Andò via con le pive nel sacco, mentre io ricevevo migliaia di lettere di ragazzi che mi dicevano grazie per avergli dato coraggio». Anche questa è una storia lontana, «oggi ho disimparato l’odio». Spiega il presidente della Puglia di essere rammaricato per aver fatto soffrire la madre; a sua volta rammaricata per aver sofferto. Mamma Antonetta, casalinga e donna all’antica di Terlizzi, ha ricordato il giorno in cui una nipote le aprì gli occhi sul terzo dei suoi quattro figli: «Ci siamo pentiti di averne patito e oggi siamo orgogliosi, anche se di sesso parliamo per accenni e per sottintesi». Nichi le portava in casa le fidanzate: «Ne ricordo una, Aurelia. Era bellissima. Ed è vissuta in casa con noi e con mio figlio per più di un mese». Una volta, nel comitato centrale del Pci, l’autorevole compagna Marisa Rodano disse rivolgendosi indirettamente a lui: «Se uno di questi mettesse le mani su uno dei miei nipotini gli darei subito una sberla». Si dibatteva dei diritti degli omosessuali, dei carcerati, di tutte le minoranze e Vendola, che stava già nell’Arcigay, predicava la liberazione dei «soggetti smarriti» che è il titolo del suo primo libro. Prima aveva scritto la tesi di laurea sul Pasolini degli Anni 50, cacciato dal Pci per indegnità morale. Pasolini: anch’egli cattolico, comunista, omosessuale. «Ma lo si può amare senza essere come lui— dice Vendola —. Pasolini, come Testori e in fondo anche Fassbinder, ha avuto il grande merito di tirare la sua condizione di omosessuale fuori dall’oscurità; ma l’ha illuminata con le fiamme dell’inferno. L’omosessualità di Pasolini è molto segnata dal suo cattolicesimo. Lui si percepisce come il Cristo della diversità: una condizione vocata al martirio, a causa del senso di colpa. Il peccato e l’espiazione del peccato, per cui la sua letteratura diventa premonizione della sua stessa morte. La diversità come impossibilità dell’amore, un’identità che si afferma negandosi, come la Jeanne Moreau che canta "Ogni uomo uccide come ama”. Io amo Pasolini come amo Testori e Fassbinder, ma mi rifiuto di accettare questa visione. Ho sempre cercato di trascenderla, e questo mi ha aiutato a essere una persona serena, a uscire dal tunnel senza fine del senso di colpa». 

Tempo fa, Vendola fece discutere quando disse: «Non vorrei morire senza aver vissuto l’esperienza della paternità». «Non intendevo annunciare che sarei diventato padre, o che avrei fatto un’adozione che peraltro la legge mi vieta — spiega oggi —. Ma mi sento di ribad i r e i l mio d e s i d e r i o d i genitorialità. Sento molto la tutela della vita, la difesa del vivente. Sono contro la mercificazione e la privatizzazione della vita. Il tema fondativo del futuro è la costruzione della vita nelle forme di comunità. Il sangue non c’entra: per me la paternità non è un dato fisiologico, limitato al proprio seme. Allevare un figlio significa accudirlo, conoscerlo, ascoltarlo; amarlo. Dev’essere una cosa bellissima. Per questo, ogni volta che leggo di un neonato abbandonato, provo una stretta al cuore». 

 16 aprile 2010

lunedì 25 gennaio 2010

Rosarno... e noi cristiani


di mons. Luigi Bettazzi*

I fatti di Rosarno ci interpellano tutti, noi cristiani per primi. Da un’automobile, restata anonima, partono fucilate contro lavoratori neri, impegnati nella raccolta di agrumi, ma trattati come schiavi, sia per l’ammontare della paga giornaliera che viene loro consegnata (dopo le decurtazioni di chi li assolda per il lavoro), sia per le condizioni di alloggio, miserrime, a cui sono condannati. E questi, forse anche impauriti per attacchi che posssono essere mortali (a Castel Volturno sei immigrati hanno perso la vita in situazioni analoghe), reagiscono distruggendo e incendiando. Reazione da condannare, certamente, che fra l’altro ha portato alla fuga di quasi tutti gli immigrati; e forse era questa la cosa che si voleva.

Ma chi, anche tra i governanti che hanno condannato – giustamente – la rabbia distruttiva, ha anche solo fatto cenno a quanto l’ha provocata? E non parlo solo delle fucilate, che resteranno anonime, bensì degli anni in cui tutti sapevano (e tutti vedevano) le condizioni di lavoro e di vita dei migranti. E poi si parla di politica dell’amore e della libertà. In realtà si tratta di “amore di sé” (cioè egoismo) e di “libertà nostra” (pagata con la schiavitù di altri).

Mi chiedo quale debba essere la nostra reazione come cristiani?! Perché è vero che chi ha soccorso questi poveracci è stata la Chiesa, con qualche aiuto materiale, prima, poi con l’offerta provvidenziale degli automezzi di fuga. Ma è anche vero che la prima carità è la giustizia, e il rispetto della legalità. L’impressione invece è che, pronti alla carità come elemosina, non lo siamo altrettanto alla prima carità, appunto alla giustizia. Si parla tanto – e giustamente – di principi irrinunciabili, applicandoli in primo luogo alla salvaguardia della vita, dal suo sbocciare al suo tramonto; ma non si riesce a puntualizzare che la vita va salvaguardata anche nella sua pienezza, e non solo in quella della “nostra”, ma in quella di ogni nostro fratello, di ogni essere umano. Il vero antagonismo a Dio è “mammona”, parola aramaica che noi traduciamo oggi con “ricchezza”, ma che implica anche il “potere”: “Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire Dio e la ricchezza” (Mt 6,24). Perché questa porta poi a diffondere la mentalità in cui ognuno cerca solo i propri interessi, manipolando le leggi (o creandosene a proprio uso e consumo) e frodandole con tutti gli espedienti possibili. Poi ci lamentiamo se i giovani fanno “i furbi” o i “bulli”, se non hanno più veri ideali, né civili né religiosi: glielo abbiamo insegnato noi adulti!

Credo che di fronte alle chiusure dell’individualismo e dell’egoismo, manifestazioni del peccato originale, il primo principio irrinunciabile del cristianesimo sia proprio “amare anche i diversi” (il Vangelo dice: “Amate i vostri nemici”, Mt 5,44), sia “farsi prossimo” di chi si trova in difficoltà (v. il buon samaritano, Lc 10,36). Se no, il dirsi cristiani può diventare un’etichetta per coprire i propri interessi, magari difendendo il crocifisso dopo aver “giocato” con le religioni antiche e dopo aver oppresso e umiliato tanti sventurati. Già Gesù ammoniva: “Non chiunque mi dice ‘Signore, Signore’ entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio” (Mt 7,21); ed il “comandamento”, il “precetto” di Dio è proprio che “ci amiamo gli uni gli altri” (1 Gv 3,23).

Il Papa ha ammonito fortemente, il Vaticano ha espresso chiaramente la sua condanna e anche la Cei ha parlato. Tocca alla Chiesa che è in Italia, cioè alle nostre comunità, a ciascuno di noi – clero in testa – testimoniare questo irrinunciabile principio della solidarietà, proprio a cominciare dalla giustizia del rispetto per ogni vita umana. Contro la tendenza alla chiusura dell’egoismo occorre rendere evidente al mondo cosa intendiamo noi per cristianesimo.
*Vescovo emerito di Ivrea

La lettera di Ettore Masina - Gennaio 2010



Sarà a causa della bizzosità tipica di certi vecchi o di un moralismo d’altri tempi ma a me sembra francamente intollerabile la prosopopea con la quale alcune persone 'di potere' cercano di convincerci che nel giudicare i loro maestri si può – anzi: si deve – procedere a spicchi, a settori, a punti di vista, non negando del tutto, ciò che sarebbe impossibile, certe colpe o patologie ma rimandandone la valutazione ad altra (non definita) sede; adulterando così la memoria storica e nascondendo i limiti che ne hanno profondamente caratterizzato le azioni. So bene che i giudizi storici sono sempre controversi e che il tempo opera, per così dire, la remissione di molti peccati, ma certo non li cancella. Confesso, per esempio, che ad ogni 1 gennaio, ascoltando in televisione il tradizionale concerto della Filarmonica di Vienna, batto anch’io gioiosamente mani e piedi durante l’esecuzione della Marcia di Radetzky. Non dimentico tuttavia che se per gli austriaci il Feldmaresciallo fu un fedele difensore dell’Impero, noi italiani lo consideriamo, a ragione, un feroce macellaio di patrioti; e il mio tributo d’ammirazione non va, ovviamente, a costui ma al creatore di quella allegra musica, Johann Baptist Strauss. A 152 anni dalla morte del generalissimo, il suo nome è poco più che un nome, almeno in quest’occasione. 

Quella con cui mi scontro (ci scontriamo: perché siamo certamente in molti) è invece la pretesa di alcuni altissimi ecclesiastici e di alcuni potenti uomini e donne della politica italiana di recuperare e celebrare la memoria di personaggi (Pio XII e Craxi, per fare i due esempi – come dire? - più vistosi) che hanno influito sulla vita sociale di un recente o non lontano passato. Di Pio XII si pretenderebbe che accettassimo una definizione di santità 'privata', accantonando le critiche su certe gravi caratteristiche del suo pontificato: operazione già compiuta per il papa della ghigliottina e del Sillabo, Pio IX, o per quello della ferocissima caccia al 'modernismo', Pio X.

Per Craxi il tentativo è inverso: dovremmo sorvolare sul privato (il suo cinico rampantismo, la sua negazione, anche irridente, di ogni questione morale, la sua arroganza, le sue amicizie e frequentazioni…) per celebrare quelli che i suoi ammiratori considerano meriti politici: la passione per il 'moderno', il decisionismo, il rifiuto di ogni rapporto con l’altro grande partito della sinistra, una presenza dell’Italia nel contesto internazionale meno prona alle decisioni di Washington, il reclutamento di una 'giovane' classe politica, buona parte della quale (Cicchitto, Brunetta, Boniver, Sassone etc.) è ancora al potere, essendo prontamente transitata dalla sinistra storica alla destra arcoriana.

Se a Pio XII si vorrebbe attribuire l’ingresso nella nomenclatura dei santi, a Craxi, nel decennale della sua morte, spetterebbe un posto di rilievo nell’Olimpo repubblicano, e perciò l’intitolazione di vie o di giardini… L’uno e l’altro, dunque, vengono proposti alle giovani generazioni come esempi da seguire.

Ma si può davvero scotomizzare il ricordo di una persona, scindendone la vita privata da quella pubblica, quando quella persona rivesta o abbia rivestito un ruolo tanto importante nella collettività da essere poi inevitabilmente considerato un modello e un modellatore dell’ambiente in cui ha vissuto? Domanda più che mai attuale; e a me pare che la risposta non possa che essere negativa: propensioni e scelte 'private' incidono inevitabilmente nell’azione pubblica di un personaggio, mentre il potere facilita il cedimento alle sue inclinazioni. Ho avuto nella mia lunga esistenza la ventura di vivere appassionatamente la vita della Chiesa, per trent’anni, durante il pontificato di papa Pacelli, e di stare in Parlamento fra il 1983 e il 1992, esattamente il tempo dell’apogeo di Craxi e della sua caduta.

Nell’uno e nell’altro caso la sorte mi ha concesso di conoscere molti più fatti e testimonianze di quanti potessero arrivarne ai 'non addetti ai lavori'. Così mi pare doveroso testimoniare che certamente Pio XII e Craxi ebbero qualità e realizzazioni che appartengono alla storia ma esse furono inficiate dai guasti delle intemperanze (per usare un eufemismo) personali. Pacelli fu un maestoso protagonista di un tempo terribile e maestro di raffinata cultura ma anche uomo devastato da nevrosi e perciò rinserrato in gelida solitudine nel suo appartamento privato, con un gruppetto di devote suore con le quali parlava in tedesco; incline, per bisogno di affetto, al nepotismo e alla protezione di cialtroni come il suo medico personale che lo tradì in punto di morte, vendendo la sua cartella clinica e le foto della sua agonìa; eroico nel suo pessimismo, nella sua convinzione di dover reggere da se solo l’immane tragedia di un mondo avviato a un’imminente apocalisse; e perciò durissimo contro chi non divideva i suoi timori o le sue strategie e talvolta, consapevolmente o no, crudele nei confronti dei sottoposti, fossero essi diretti collaboratori del suo ufficio o umili servitori della sua corte; e questa aridità di carattere, questa incapacità di rendersi conto, per esempio, delle scelte dei poveri segnò tragicamente il suo pontificato. La sua carità e la sua misericordia furono schiacciate dalle sue fobie. Non rimane da sondare soltanto la questione della sua difesa del popolo ebraico. Il papa che con pronta generosità aveva trasformato le sue ville di Castelgandolfo in bivacco di profughi dai bombardamenti romani, pochi mesi più tardi con i decreti del suo Sant’Offizio espulse, o fece espellere, dalle chiese italiane, milioni di operai, contadini, pensionati accusandoli di essere 'senza Dio' mentre era evidente che la stragrande maggioranza di loro aveva scelto di dare il proprio voto alle forze di sinistra soltanto per ottenere, per sé, per i figli ma anche per tutti i poveri, una vita più degna.

Ricordo ancora con profondissima emozione le mie campagne elettorali in Lombardia, in Toscana e nel Veneto, il volto buono di anziani elettori del PCI, del tutto ignari del materialismo dialettico, che mi chiedevano di parlare del Concilio e poi mi domandavano: «Ma allora, se è vero quello che dici tu, perché i nostri parroci ci hanno cacciato? Perché ci hanno considerato pubblici peccatori?». Come pensare che un esercizio siffatto di un magistero sovrano che negava misericordia e comprensione, diffondendo tanto dolore, sia stato esente da colpe?

Quanto a Craxi, come si possono dimenticare le responsabilità gravissime che egli ebbe nel deterioramento della politica italiana, diventando il maestro, in pratica e in teoria, di un’idea di 'moderno' e di realpolitik in cui un individualismo senza princìpi pretendeva di sostituire quegli alti ideali di solidarietà che erano stati l’anima del glorioso partito socialista italiano e della Costituzione repubblicana? La pratica 'corsara', che per certi suoi interventi gli aveva fatto scegliere come protervo pseudonimo il nome di Ghino di Tacco, bandito di strada del XIII secolo, il suo gusto sultanesco che gli faceva trascinare per il mondo una piccola corte di 'nani e ballerine' (per dirla con un suo eminente compagno di partito), la sua superba convinzione che un uomo come lui non poteva sottoporsi al giudizio dei tribunali, ebbe riflessi devastanti nell’esercizio del potere e nella crisi della politica italiana: Craxi fu, per molti versi, non soltanto il fedele amico e protettore di Berlusconi ma anche il suo ideale precursore. È a lui più che ad ogni altro dobbiamo se viviamo oggi in uno stato in cui il potere mediatico di un ricco può oscurare la Costituzione.

In Parlamento ho fatto parte di un gruppo (quello dei deputati della Sinistra Indipendente) duramente opposto al governo craxiano ma non, credo di poter dire, fazioso. Sono fra quelli che applaudirono Craxi per Sigonella e per gli aiuti alla causa palestinese: ma la sua azione di statista ebbe, anche in politica estera, aspetti nefasti: non posso, per esempio, dimenticare, per averne visto gli effetti con i miei occhi, la protezione continuata e vergognosa che egli diede alla corrottissima e sanguinaria dittatura somala di Siad Barre e del suo clan. Che poi D’Alema pensasse, dieci anni fa, che a un condannato in contumacia e latitante si dovessero fare funerali di Stato e che oggi siano in tanti a parlare non soltanto di riabilitazione ma anche di celebrazione è uno dei tanti segni che la fine del secolo XX e l’inizio del XXI si portano ancora dietro il rifiuto di riconoscere quando un re è nudo.

ROSARNO E LA CHIESA

Questa LETTERA (che interrompe il mio silenzio di cinque mesi in seguito a una rovinosa caduta e conseguente frattura di tre vertebre, e che vuole essere innanzi tutto un ringraziamento ai tanti e tante che mi sono stati vicini in quel frangente), era già pronta per la spedizione quando sono arrivate da Rosarno le tragiche notizie dell’insurrezione dei raccoglitori di frutta e della caccia al 'negro'. È domenica. Mi domando, se posso andare a messa, come faccio abitualmente. Mi martella in testa un brano del vangelo di Matteo: «Se stai presentando la tua offerta all’altare e ti viene in mente che un tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta e va' a riconciliarti con lui. Tornerai dopo all’altare». Penso a quei mille poveri espulsi da Rosarno e mi domando se nel terrore che li mette in fuga, nel dolore dello sfruttamento, nell’esperienza di una vita da schiavi, si domandino, si siano mai domandati, se davvero l’Italia si possa definire una nazione cristiana; e se non ci gridino, nella tragedia che li travolge, che sì: hanno qualcosa contro di noi.

Decido di andare a messa, egualmente. Sento il bisogno del tepore di una comunità che preghi con me, esprima, almeno nel suo intimo, energie d’amore: penso che non posso chiudermi in un dolore 'privato', è con i fratelli e le sorelle con cui spartisco l’eucarestia che debbo vivere il rimorso per tanta ingiustizia fatta ai poveri con le nostre omissioni quando non le nostre opere: nostre, di noi Chiesa italiana. Domani rifletterò da cittadino ma oggi sento di dovermi innanzi tutto confrontare con il vangelo. Risento ancora la voce buona di papa Giovanni: «La Chiesa, quale è e vuole essere, è la Chiesa di tutti ma particolarmente la Chiesa dei poveri». Risento la voce profonda e commossa di Paolo VI che ammonisce: «Ostinandosi nella loro avarizia, i ricchi non potranno che suscitare il giudizio di Dio e la collera dei poveri, con conseguenze imprevedibili»; e proclama agli elogiatori dell’elemosina: «La giustizia è la misura minima (minima!) della carità». Mi domando: nelle nostre comunità viviamo – e rendiamo visibile – questo volto della Chiesa, questa sua fondamentale vocazione di riconoscimento del volto del Cristo nel volto del povero? O ci siamo ridotti, pian piano, a un agglomerato di persone che cercano avidamente coraggio e consolazione per le loro privatissime paure, che dedicano al culto dei santi una venerazione assai superiore a quella per il Signore, che riempiono di quando in quando i grandi spazi delle celebrazioni papali ma subito dopo rifluiscono nel chiuso delle proprie case e nel rifiuto di ogni coerenza? Schiacciate, talvolta, da un amaro senso di impotenza, anche se non hanno mai tentato l’esperienza di un impegno? Questa fede, 'morta senza le opere', raggruppa senza problemi, nel suo seno, anche mafiosi e uomini politici cui l’acqua benedetta sembra lavare colpe senza pentimenti o addirittura annegare speranze e mormorii della coscienza.

Voglio dirlo: personalmente dedico più tempo a un continuo censimento delle testimonianze ecclesiali di fraternità (talvolta quasi eroiche) che ai guasti di un conformismo che non riesce più a celare paure ed ottuso egoismo, e la mia ricerca mi riscalda il cuore: quante Caritas, parrocchie, organizzazioni non governative, centri missionari (penso, per esempio, al meraviglioso Centro Astalli di Roma) lavorano per una fraternità generosa. Ma non per questo sono cieco di fronte alle caratteristiche dell’Italia d’oggi: la più evidente delle quali è che la scarsità del nostro impegno di cristiani ha dato vita a una nazione nella quale (e soprattutto nelle zone tradizionalmente considerate 'bianche') ogni formazione politica sa di dover fare i conti con forze regressive che amano presepi e crocifissi ma ignorano che Gesù non sta dietro il sughero dei presepi o nel povero gesso degli 'oggetti d’uso' sui muri delle aule, sta, per sua chiara proclamazione, nella carne dei poveri, soffre della miseria di interi popoli, e dello sfruttamento di quelli che sono fra noi. Viviamo ormai in un paese in cui l’ottusa noia di giovani senza ingresso nel campo del lavoro moltiplica le infami crudelissime aggressioni ai senza tetto, in cui bande di italiani attaccano campi rom invece di premere per un inserimento dei nomadi nel tessuto delle città, in cui gran parte della ricchezza si basa sul lavoro 'nero': quello offerto da piccoli imprenditori senza scrupoli e quello coordinato dalle grandi centrali della mafia e della ndrangheta. Viviamo in un paese il cui ministro degli interni chiede che si diventi più 'cattivi' nei confronti dei migranti, in una nazione, in cui, in contrasto con la Costituzione e con la Dichiarazione dei diritti umani, viene negato asilo ai profughi politici, e gli aiuti allo sviluppo dei paesi poveri sono ridotti a pura facciata, ma il presidente del Consiglio scrive al papa, all’inizio del 2010, che «i valori cristiani sono sempre presenti nell’azione del governo da me presieduto».

Impunemente: nel senso che assai raramente le nostre 'gerarchie religiose' contrastano questa beata coscienza, di uno statista che concede mano libera al razzismo di un parte della sua compagine governativa. Papa Giovanni ci ha insegnato che il confiteor non va battuto sul petto degli altri e quindi occorre che ciascuno di noi riveda la propria vita. Ma è fuor di dubbio, a me pare, che salvo splendide eccezioni, la voce dei pastori della Chiesa italiana è flebile nel rivolgere il «non ti è lecito!» ai responsabili dello sfruttamento delle paure dei cittadini; e i documenti della CEI sono spesso vaghi nel condannare «ogni violenza». Mi colpisce e mi addolora una constatazione: mentre gruppi di laici lavorano nel campo della solidarietà insieme ai sacerdoti delle congregazioni missionarie, la contestazione al razzismo come ideologia radicalmente contraria al vangelo è assai minore fra il clero diocesano, quello più legato disciplinar-mente ai vescovi e più a contatto con i «fedeli messalizzanti».

Il razzismo fomentato dalla Lega e tradotto in leggi, decreti e prassi dal governo nazionale e da una pletora di governi regionali e amministrazioni comunali sembra a molti 'buoni cattolici' soltanto una spiacevole contingenza, ben meno grave di tanti altri peccati e, del resto, non priva di ragioni; che esso semini un odio che abortisce speranze umane e neghi la dignità di esseri viventi, sia causa di immensi dolori non dovrebbe portare i credenti (e, naturalmente, per primi, i loro pastori) alla chiarezza di un giudizio, troppo spesso, oggi, inquinato da interessi materiali? Non si tratta di emanare scomuniche ma di esplicitare la radicalità del vangelo. Ricordo di essermi sentito rovesciare come un guanto, ma anche spinto e sostenuto a un cammino luminoso, il giorno, ormai lontano cronologicamente ma non sbiadito nel mio cuore in cui un’assemblea mondiale delle Chiese protestanti, anglicane ed ortodosse, cui avevo partecipato con tanti altri cattolici 'conciliari', proclamò: «Chi non difende i poveri, non cerca che essi ricevano giustizia e dignità, non vede in essi la presenza del Cristo, costui è altrettanto eretico di chi nega l’uno o l’altro articolo del Credo».
Ettore Masina
http://www.ettoremasina.it