
sabato 15 gennaio 2011
Il Vangelo secondo Marchionne

Prete operaio in chiesa attacca Marchionne: «Retrocessione nei diritti»
Accusa Sergio Marchionne di perseguire una «retrocessione nei diritti» dei lavoratori un prete-operaio di Castelfranco Veneto (Treviso), don Claudio Miglioranza, che nell'omelia della messa del 2 gennaio scorso ha attaccato l'amministratore delegato Fiat, rimarcando che il manager guadagna «quanto 6.400 dei suoi dipendenti».
Una riflessione partita dalle parole del Vangelo, che però il sacerdote, da sempre attento ai temi del mondo del lavoro, ha voluto mettere a confronto con i problemi attuali, quelli della gente comune. «Ciò che sta facendo Marchionne con la Fiat - dice don Claudio - mi fa pensare a un piano prestabilito per una retrocessione del movimento di base. Io non mi appello alla sua moralità, quanto alla sua coscienza di imprenditore. È uno che lavora sulla separazione del sindacato, e non è serio». Il sacerdote ha parole dure anche sul prossimo referendum tra le tute blu per l'approvazione dell'accordo su Mirafiori. «Che referendum è - si chiede - quello che chiede di dire "sì oppure si chiude tutto"? Questo è un ricatto vero e proprio».
L'omelia di don Claudio non è però piaciuta ad un imprenditore, Giorgio Vigni, che è uscito dalla chiesa e poi ha chiesto spiegazioni con una lettera al vescovo di Treviso, Agostino Gardin. «Vigni lo conosco - replica don Claudio - si può dire che siamo quasi amici. Non è la prima volta che ascoltandomi scrive ai vescovi. Ma a me non è mai successo nulla. Si vede che i vescovi queste lettere le cestinano».
venerdì 24 dicembre 2010
mercoledì 8 dicembre 2010
Non vi credo
Una ragazzina di 13 anni è molto probabilmente morta. E’ anche probabile che il suo sequestro ed il suo omicidio avessero moventi di violenza sessuale. Il principale sospettato, immigrato in Italia, è stato rilasciato perché gli indizi a suo carico sono insufficienti. I cartelli cominciano a vacillare, o ne innalzerete altri contro la magistratura, i principi del diritto, l’assurda presunzione di innocenza per chiunque sino a che se ne provi la colpevolezza? Mannaggia, avevano preso l’uomo giusto, uno dei quei disgustosi Mohamed, e lo lasciano andare.
Non credo al vostro sdegno, non credo alla vostra compassione. Nella vostra regione, Milano vanta l’infamante primato di uno stupro al giorno (84° Congresso della Società italiana di ginecologia e ostetricia, novembre 2010). La metà delle vittime sono donne straniere: stuprate, nel 23% dei casi, da italiani. Che proteste avete inscenato, il mese scorso? Avete fatto caroselli automobilistici gridando “Via gli stupratori dall’Italia”? 115 donne, nei primi undici mesi di quest’anno, sono state uccise in Italia dalla gelosia, dalla rabbia inconsulta, dall’idea di possesso dei loro amici, fidanzati, mariti, compagni. Dov’erano i vostri striscioni? Avete raccolto firme, organizzato convegni, sfilato in manifestazione?
Sempre in novembre, ha raggiunto i media la notizia che molti Centri antiviolenza italiani, strangolati da una manovra economica che impedisce agli enti locali di mantenerli in funzione, alle prese con leggi regionali dalle splendide intenzioni ma disattese e non finanziate, stanno chiudendo.
Circa 13.500 donne, nel 67% dei casi italiane, si sono rivolte ad essi nel 2009, con un incremento di oltre il 14% rispetto all’anno precedente: dove andranno l’anno prossimo? La “piacente donna vittima del maschilismo” (sono queste le parole con cui l’onorevolissima e competente Ministra per le Pari Opportunità si presenta) aveva promesso 20 milioni di euro per sostenere i Centri: dove sono? Ma di sicuro voi vendicatori avete già preparato il mail-bombing per chiedere conto a Miss Gradevole Aspetto delle politiche governative per contrastare la violenza di genere, e ricordarle che quelle attuali sono in aperto contrasto con le raccomandazioni delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea.
tratto da http://lunanuvola.wordpress.com/
mercoledì 10 novembre 2010
Cari veneti, io non dico arrangiatevi Ma ora anche a voi serve l’Italia
di Peppino Caladarola
Ad un meridionale come me verrebbe voglia di dire «Arrangiatevi!» ai veneti colpiti dalla terribile alluvione di questi giorni. Non eravate voi a scrivere sui muri «Forza Etna!» quando il vulcano mandava a valle la sua lava distruggendo case e raccolti? Non eravate voi a incitare il Vesuvio, lo ha fatto anche Guido Bertolaso, per punire i napoletani insultati da striscioni infamanti sugli spalti dello stadio di Verona? Non siete voi a chiedere di abbandonare il Mezzogiorno e l’Italia in nome della purezza etnica e della vostra superiorità economica? Non è il vostro governatore leghista Luca Zaia a dire che «è una vergogna spendere 250 milioni per quei quattro sassi di Pompei»? Non siete voi a mantenere al governo da tre lustri una classe politica che non ha fatto nulla per salvaguardare il vostro territorio?
Sono questi pensieri stupidi e vendicativi che mi sono venuti in mente quando ho ascoltato al Tg7 Enrico Mentana che, con il Corriere della sera, invitava alla sottoscrizione nazionale per un primo aiuto alla gente rovinata dalla furia delle acque.
«Fate come noi, fate da soli», ci avete detto nei convegni accademici e nelle parole dure dei comizi leghisti. Eppure oggi scoprite che da soli non si può, da soli non si va da alcuna parte, che senza l’Italia il Veneto è piccola cosa.
Noi meridionali ci siamo fatti fregare tante volte. Quante passerelle di ministri e presidenti del Consiglio che ci hanno dato una pacca sulle spalle, che hanno arricchito alcuni di noi e se ne sono tornati a Roma carichi di voti e di bugie. La vostra “questione settentrionale” assomiglia alla nostra “questione meridionale” perché è stata alimentata da uno Stato che non ha fatto il suo dovere, da una classe dirigente priva di una visione nazionale, da cittadini che hanno pensato ai fatti loro convinti di essere padroni in casa propria mentre l’Italia perdeva la corsa verso il futuro.
venerdì 5 novembre 2010
Vorrei una chiesa più semplice e più profetica

Cara Settimana,
mi porto dentro un magone che davvero turba e spesso rattrista le mie giornate: certe gravi carenze - a me sembrano tali - della chiesa come isti-tuzione umana. La vorrei più povera, meno trionfalista. Mi disturbano queste vesti paonazze, rosse, dorate che svolazzano, guardie svizzere, gentiluomini di sua santità in cerimonie imponenti, grandiose, costose, così lontane dalle nudità di Cristo in croce e dalla nudità dei tanti crocifissi della terra. E poi tutti quei titoli altisonanti: "santità" - "eminenza" - "eccellenza" - "monsignore"...
Tanto che mi sto domandando se le due grosse umiliazioni che ultimamente, come chiesa, abbiamo sofferto: la diffusione della pedofilia fra tanti preti e lo scandalo delle finanze vaticane denunciato e puntigliosamente documentato da un recente volume -diffuso da tempo in migliaia di copie e mai contraddetto autorevolmente -non siano un richiamo che Dio rivolge alla sua chiesa perché ritorni, per quanto oggi possibile, alla sua nativa semplicità. Prego tanto, tanto spesso perché si converta. Anche perché ho ben presente una osservazione fattami in questi giorni: «Voi parlate dei lontani. Ma dovreste chiedervi se sono lontani da Dio o lontani da questa chiesa».
E vero, possediamo la verità che il Cristo ci ha rivelato. Ma non abbiamo finito di scoprirla fino in fondo; a volte l'abbiamo anche gravemente fraintesa. Dobbiamo quindi - noi preti, vescovi, papi - restare discepoli, in vero ascolto, lasciandoci insegnare anche dal mondo, cercando di discernere i segni dei tempi e quindi anche queste nuove culture che sembrano tutte e sempre dissacranti e che invece alle volte sono, possono essere, "semina Verbi". Il concilio l'aveva scritto.
E poi abbiamo ancora un clericalismo e un gerarchismo dominanti e invasivi che continuano ad occupare presuntuosamente competenze tipicamente laicali. Anche questo il concilio l'aveva detto.
Lo stesso primato di Piero - se vogliamo davvero l'ecumenismo che stava tanto a cuore al Cristo fino a quell'ultima sera - aspetta con crescente urgenza di essere ripensato e ridimensionato. Papa Giovanni Paolo II lo aveva promesso. La sinodalità, la collegialità fra papa e vescovi fanno parte del DNA della chiesa che Cristo voleva.
Ancora: mi domando, di conseguenza, se davvero continua ad esserci bisogno di disseminare dovunque il supercontrollo dei nunzi pontifici sulle conferenze episcopali del mondo, continuando un accentramento di potere che non pare fosse nel disegno di Cristo quando volle il "collegio apostolico".
E tanti altri problemi che stanno creando un disagio diffuso, sofferto dentro la chiesa, anche se qualche autentico "profeta" cerca ogni tanto di trasmettere certe attese di Dio e forse anche di tanti cosiddetti "lontani". Cercando almeno di attuare quanto il con-cilio aveva detto. Ma mi domando: dove sono i profeti fra i nostri vescovi?
Enzo Bianchi parlava qualche anno fa di "pavidità ecclesiale"; forse è questa la causa che sembra paralizzare le nostre stesse conferenze episcopali? Lo so; è una domanda tanto impertinente, ma nella mia intenzione è amore per la chiesa di un ormai vecchio prete e speranza che anche il crescente disagio intraecclesiale possa esprimersi.
Come scrive Enzo Bianchi: «Non è credibile una chiesa che si dice in dialogo con gli uomini non credenti e con le religioni, ma non è capace di suscitare in sé dibattiti, confronti seri nella libertà e nell'accoglienza reciproca. Perché ogni cristiano che coltivi la pro-pria appartenenza a Cristo attraverso l'inserimento nell'esperienza orante ed ecclesiale è autorizzato a parlare con la necessaria franchezza nella comunità: il dialogo fra cristiani e non cristiani richiede dunque franchezza e umiltà anche all'interno della stessa communitas» (Per un'etica condivisa, p. 121).
Dio illumini i nostri vescovi e faccia nascere profeti anche fra loro.
don Fernando Pavanello (91 anni) Breda di Piave (TV)
da settimana/26 settembre 2010/n. 34
mercoledì 13 ottobre 2010
La bestemmia di Stato ha rotto l' incantesimo

LE CAMPAGNE contro la bestemmia che imperversava nelle osterie venete, e non solo, anche agli esordi della seconda rivoluzione industriale costituivano un assillo ricorrente dell' episcopato italiano dalla fine degli anni Cinquanta. Ma dinanzi alla bestemmia più infausta nella storia del "paese cattolico" - l' escandescenza ridanciana da Asino di Podrecca in bocca al primo ministro di una nazione che ospita la sede del papato romano, - il Vaticano ha messo da parte i toni concilianti, le pazienze concordatarie, gli equilibrismi tattici e persino gli interessi della sua alleanza concreta con il centro-destra. E ha reagito. Lo stesso "Osservatore romano" che in passato aveva tributato a Berlusconi incensi per molti sorprendenti e comunque compromettenti, ha cambiato inchiostro ed è passato all' invettiva: battute "deplorevoli" - ha scritto il giornale vaticano - che "offendono indistintamente il sentimento dei credenti e la memoria sacra di sei milioni di vittime della Shoah". Un fatto inedito, cui anche il giornale dei vescovi italiani "Avvenire" accompagna la propria riprovazione - "una bestemmia insopportabile" - negandone il carattere privato. Il significato di questa reazione è tema di discussione: un semplice scatto d' ira, doveroso per redarguire l' autore della goliardata e richiamarlo ad un linguaggio appropriato alla carica che riveste e, dopo le dovute penitenze, tutto come prima? Oppure, uno strappo dalle dimensioni più serie, che potrebbero raggiungere, dopo una inquieta tregua, il livello di una crisi istituzionale, come effetto del ritiro del consenso cattolico non solo alla persona del leader ma anche alla sua coalizione? Per discernere la portata non banale di questa che non appare appena una tirata d' orecchi per la trasgressione del fairplay, è consigliabile mettere in testa ad ogni valutazione un dato: è la prospettiva delle celebrazioni ormai alle porte dei 150 anni dell' unità d' Italia. A questo appuntamento storico e politico lo stesso pontefice si augura di poter partecipare, e ciò comporta un clima politico e delle condizioni istituzionali appropriate all' evento. Sarebbe la chiusura simbolica di un ciclo storico, nel quale si è prolungata la "questione risorgimentale", al di là della sua formale liquidazione nei Patti Lateranensi. La presenza del segretario di Stato vaticano cardinale Tarcisio Bertone accanto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla cerimonia del 20 settembre a Porta Pia non era che l' aperitivo di questo evento. La bestemmia di Stato è insorta a rompere l' incantesimo e a turbare la creazione del clima adeguato a questo gesto epocale. Inopinatamente questa caduta ha posto sul tappeto dei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia la questione ultimativa: se la presenza della figura del Papa a queste celebrazioni sia compatibile con la permanenza al vertice dell' esecutivo di un personaggio che, nell' esercizio delle sue funzioni pubbliche, offende il sentimento religioso del popolo italiano. È questa la contraddizione radicale che il giornale vaticano denuncia. Non si tratta più di misurare il consenso ad una linea politica, fosse anche sensibile all' agenda bioetica e ai valori "non negoziabili" che stanno a cuore alla Chiesa. Qui è stata posta in questione la soglia invalicabile di un decoro semplicemente laico nella considerazione dei valori religiosi, secondo lo spirito della Carta Costituzionale. Dietro al corsivo vaticano è possibile decrittare poi uno smottamento politico ai livelli elevati della gerarchia ecclesiastica riguardo alla questione italiana. Da tempo il neutralismo politico difeso dal Papa in nome del "primato dello spirituale" nella Chiesa veniva manipolato dalla destra per consolidare i rapporti con il ceto al comando. Il potere di monsignor Fisichella, autore di cicliche dichiarazioni a favore del governo, e della stessa Lega, si era nutrito in questa ambiguità. Nemmeno le politiche securitarie sull' immigrazione, sulle quali incombevano le bestemmie contro la dignità umana dei respinti in mare, avevano potuto innervosire la Santa Sede quanto questo episodio di incontinenza sacrilega. Il massimo della presa di distanza di cui abbia saputo dar prova la Cei è stato il giudizio di "angustia", "di grande sconcerto", di "acuta pena" manifestato dal cardinale Bagnasco nella prolusione al Consiglio di Presidenza dell' episcopato lunedì scorso per le "polemiche inconcludenti" dell' estate tra Berlusconi e Fini. In compenso era uscita inalterata la sostanziale sintonia della Chiesa su alcuni contenuti strategici del suo accordo col governo, in particolare sul "federalismo solidale", su una riforma fiscale ispirata a criteri di equità e sulle misure a protezione della famiglia e della scuola cattolica. È storicamente paradossale, ma politicamente un valore che a far quadrato intorno all' unità della nazione italiana sia proprio l' episcopato di una Chiesa che si era arroccata al momento della sua costruzione fulminando scomuniche ai suoi fondatori. In realtà una lettura più attenta dei risultati delle elezioni politiche del 12 aprile 2008 ha portato la Chiesa a individuare una situazione di gravissimo allarme per il futuro della fede cristiana in Italia. I dati sono stati infine analizzati come indici del trionfo di una visione individualistica, del tutto irriducibile alla dimensione solidaria della fede cristiana, il segnale di una raggiunta egemonia delle dottrine politiche ispirate al materialismo pratico nel Paese, di un suo sostanziale "ateismo" quale Machiavelli era riuscito a decifrare già nel XVI secolo. E materialismo equivale a una riproduzione delle idolatrie secolari, che rendono persino fisiologiche, addirittura allegre le bestemmie contro Dio in un paesaggio di idoli. Le fila di questo riassestamento della linea politica della Chiesa in Italia passano in gran parte per un processo di riacculturazione democratica del movimento cattolico. Una vasta azione di educazione politica alla luce della dottrina sociale della Chiesa è in cantiere alla Cei e la Settimana Sociale dei Cattolici, in programma a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre, è attesa come l' occasione per una larga consultazione fra tutte, e non solo alcune, forze culturali, spirituali, pastorali e teologiche di cui è ricco il cattolicesimo in Italia. Rispetto al quale il degrado del linguaggio politico dominante ripropone drammaticamente un problema di rappresentanza di valori largamente incompiuta. - GIANCARLO ZIZOLA
Repubblica — 03 ottobre 2010 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA
