martedì 26 giugno 2007
Le speranze di Israele
di Ettore Masina
Noi vecchi siamo testimoni della storia e, in quanto tali, scomodissimi a noi stessi. Se apriamo un libro che racconta il passato, piuttosto che osservare i segni delle parole, risentiamo voci, odori, emozioni; e così quando, benché svegli, chiudiamo gli occhi, a fantasticare, come se fossimo sazi di realtà... In quei momenti, potrei descrivere in ogni particolare il volto di mia madre il giorno in cui mio padre partì per la guerra, il colore di cera dei piedi nudi di un partigiano ucciso, il pesante odore di montone delle grotte di Nazaret e di Betlemme abitate da profughi della guerra del ’48, il color frumento dei capelli di due piccoli mulatti della favela Maria da Conceiçâo di Belo Horizonte... E tuttavia, questo tessuto di giorni, di persone, di sentimenti, sorrisi e sogni che potrebbe essere un tesoro per certe solitudini che la vecchiaia, nonostante tutto, ci rovescia addosso, troppo spesso si trasforma, nei nostri racconti a chi è disposto ad ascoltarci o nei nostri vaniloqui, in penosi elenchi di lamenti e di speranze perdute. E’ come se volessimo infliggere al passato certe sclerosi che ci affliggono o indeboliscono.
Nel tempo che mi rimane spero di non precipitare mai in questa trappola e di poter continuare a testimoniare che la storia è ricca di eventi positivi, talvolta imprevisti e imprevedibili. Appartengo a una generazione che ha visto sorgere in tutta l’Europa un movimento popolare di resistenza al regime hitleriano che le vecchie classi dirigenti non avevano voluto sfidare; e cadere il nazismo e poi lo stalinismo e il colonialismo e l’imperialismo americano in Vietnam e il muro di Berlino, e le dittature latino americane... No, non si è realizzato il Paradiso in terra, il mondo ha immense aree di dolore e di miseria da redimere. Ma non si può tracciare una mappa per il nostro cammino registrandovi soltanto i burroni e i cimiteri. Quando mi è arrivata la notizia che le rivoluzione sandinista era stata sconfitta per eccesso di democrazia, mi è venuto da piangere, ma ero a Soweto, nella piccola casa di Mandela, libero da una settimana: ho imparato quel giorno che la storia ha luci ed ombre, è folle guardare soltanto le une o le altre.
Una tragedia che accompagna la mia storia è quella della Palestina. Ne ho studiato le cause e ne ho visto con i miei occhi gli effetti: non solo le immagini che la televisione ci mostra, accompagnate (parlo del TG1) da informazioni così unilaterali nel loro favoreggiamento della propaganda governativa israeliana che nessun telegiornale di Tel Aviv le metterebbe in onda: ma il pianto dei bambini e delle donne accanto alle case demolite dai bulldozers, gli ulivi abbattuti, gli uomini che raccolgono le vittime innocenti del killeraggio misssilistico israeliano, la vergogna dei check-points. Oggi, più che mai, questa ferocia nei confronti dei palestinesi celebra il suo trionfo: fosse ancora vivo Sharon, come gioirebbe di questa guerra civile fra palestinesi. Chi ha a cuore la pace, la giustizia, la grandezza dell’ebraismo e della sua cultura sente le sue speranze messe a prova. Ma non dobbiamo tradirle: grandi scrittori, da Grossman a Yehoschua, pacifisti, giornalisti israeliani vedono ormai chiaramente come non sia possibile costruire un futuro sulla violenza dei forti. Sono voci che risuonano nel cuore del popolo israeliano e sembrano diventare sempre più solenni, che in mezzo alle rovine annunziano l’imperiosa necessità della pace. Ascoltiamo una di queste voci, quella di Nurit Peled-Elhanan, premiata, anni fa, dal parlamento europeo con il Premio Sacharov per i Diritti Umani e la Libertà di Pensiero. Sua figlia Smadar, 13 anni, è stata uccisa un terrorista palestinese. Nurit ha visto in questa ferocia i segni della disperazione di un popolo soggetto a una spietata occupazione. Il discorso di cui do qui ampi stralci è stato pronunziato proprio in occasione di una cerimonia per ricordare i quarant’anni dell’occupazione
E’ un grande onore per me stare su questo palco accanto al mio amico e fratello Bassam Aramin, palestinese,, uno dei fondatori dei Combattenti per la Pace, gruppo di cui sono membri due dei miei figli, Alik e Guy. La scorsa settimana, martedì ad Anata e giovedì a Tul Karem, il movimento dei Combattenti per la Pace è riuscito ad organizzare due imponenti incontri e a reclutare 10.000 palestinesi alla propria causa – una lotta non violenta e congiunta contro l’occupazione, nella stretta collaborazione tra Israeliani e Palestinesi. Se non fosse per le leggi razziste dello Stato di Israele, tutte quelle migliaia di persone potrebbero essere qui con noi questa sera per provare una volta per tutte che abbiamo un seguito. Bassam e io, siamo tutti e due vittime dell’occupazione crudele che continua a corrompere questo Paese. Tutti e due questa sera veniamo a piangere il destino di questo paese che ha seppellito le nostre due figlie – Smadar , germoglio del frutto, e Abir , profumo di fiore,- assassinate a dieci anni di distanza, dieci anni che questo Paese ha riempito del sangue dei bambini: e il regno sotterraneo dei bambini su cui noi camminiamo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, è cresciuto tanto da straripare.
Ma quello che unisce Bassam e me non è solo la morte a cui l’Occupazione ci ha condannato. Quello che ci unisce è soprattutto la fede e la volontà di crescere i figli che ci sono rimasti in modo che essi non permettano mai più che politici corrotti, avidi e affamati di potere e generali assetati di sangue e conquiste, abbiano dominio sulle loro vite e li mettano gli uni contro gli altri. Non permetteranno più che il razzismo, che si è diffuso in questo Paese, li conduca fuori dal sentiero della pace e della fratellanza. Perché solo quella fratellanza può abbattere il muro di razzismo che si sta costruendo davanti ai nostri occhi. Da quarant’anni il razzismo e la megalomania tiranneggiano le nostre vite. Quarant’anni durante i quali più di quattro milioni di persone non conoscono il significato di “libertà di movimento”. Quarant’anni in cui i bambini palestinesi nascono e crescono da reclusi nelle loro case, che l’Occupazione ha trasformato in prigioni, privandoli fin dall’inizio di tutti i diritti a cui gli esseri umani hanno titolo in quanto esseri umani. Quarant’anni durante i quali i bambini israeliani sono stati educati al razzismo di un tipo che, nel mondo civile, era rimasto sconosciuto per decenni. Quarant’anni durante i quali hanno imparato ad odiare i vicini soltanto perché sono i vicini, a temerli senza conoscerli, a vedere un quarto dei cittadini dello Stato come un pericolo demografico e un nemico interno, e a relazionarsi con gli abitanti dei ghetti creati dalla politica di occupazione come con un problema che deve essere risolto. Solo sessant’anni fa gli ebrei erano gli abitanti dei ghetti ed erano visti dagli occhi dei loro oppressori come un problema che doveva essere risolto. Solo sessant’anni fa gli Ebrei erano rinchiusi dietro orrendi muri di cemento elettrificati - in cima ai quali stavano torrette vigilate da uomini armati - e privati della capacità di guadagnarsi da vivere o di crescere i propri figli con dignità. Solo sessant’anni fa il razzismo esigeva il suo prezzo dal popolo ebraico. Oggi nello stato ebraico governa il razzismo, che calpesta la dignità delle persone, le priva della libertà e condanna tutti noi a vite d’inferno. Da quarant’anni il capo ebraico si è incessantemente inchinato in adorazione del razzismo, mentre la mente ebraica stava escogitando i modi più creativi per devastare, demolire e distruggere questo Paese. Questo è ciò che rimane del genio ebraico, ciò che è diventato Israele. La compassione ebraica, la pietà ebraica, il cosmopolitismo ebraico, l’amore per l’umanità e il rispetto per l’altro sono stati da tempo dimenticati. Il loro posto è stato preso dal razzismo. E’ stato il razzismo che ha motivato un soldato a premere il grilletto dall’interno del suo mezzo corazzato per sparare alla testa di Abir, mentre lei si addossava a un muro, impaurita dal blindato piombato nel cortile della scuola. E’ solo il razzismo che spinge i guidatori dei bulldozer a demolire le case con i loro abitanti dentro, a distruggere campi e vigne, a sradicare olivi centenari. Solo il razzismo può inventare strade la cui circolazione è stabilita in base alla razza, ed è solo il razzismo che motiva i nostri figli ad umiliare donne che potrebbero essere le loro madri e a fare violenza a persone anziane ai diabolici check-point, a picchiare giovani della loro stessa età che, come loro, vogliono portare la famiglia a fare il bagno al mare, e a guardare impassibili una donna partorire il proprio bambino sulla strada. E’ solo il puro razzismo che motiva i nostri piloti migliori a scaricare bombe da una tonnellata su edifici residenziali ed è solo il razzismo che permette a questi criminali di dormire bene la notte.
Perché il razzismo elimina la vergogna. Questo razzismo ha eretto per se stesso un monumento a propria immagine – il monumento di un brutto muro di cemento, rigido, minaccioso e invasivo. Un monumento che proclama al mondo intero che la vergogna è stata bandita da questo Paese. Questo muro è il nostro muro della vergogna, esso è la testimonianza del fatto che noi ci siamo trasformati da luce per le nazioni “ad un oggetto di disgrazia per le nazioni e il dileggio per tutti i paesi”
E questa sera dobbiamo domandarci: cosa ne abbiamo fatto della nostra vergogna? Come allontaneremo la disgrazia? Ma per prima e più importante cosa, come è che la vergogna non ci impedisce di dormire la notte? Come è che permettiamo che metà dei nostri salari vengano usati per compiere crimini contro l’umanità? Come è che siamo riusciti a ridurre la vergogna a due colonne sul quotidiano e a non dedicarle più dei pochi minuti che destiniamo ad una lettura frettolosa degli articoli di Gideon Levy e Amira Hass, come quando uno legge la cronaca di uno scenario già noto in precedenza? Come è successo che siamo riusciti ad impacchettare l’infinita sofferenza quotidiana, la fame, la denutrizione, i traumi dei bambini, l’invalidità, la condizione di orfani e il lutto in una parola alienante: “politica”? Com’è che i nostri figli camminano tronfi e fanno gli spacconi nell’uniforme della brutalità che indossano quando servono nell’esercito delle distruzioni e dei massacri?
Com’è che tutte le splendide istituzioni del mondo stanno a guardare e non riescono a fare una sola cosa per salvare un bambino dalla morte o rimuovere un blocco di calcestruzzo dal muro della vergogna? Com’è che tutte le organizzazioni per la pace e i diritti umani non riescono a fermare i gipponi delle Guardie di Frontiera che arrivano a terrorizzare e uccidere gli alunni delle scuole, e non sono in grado di fermare un bulldozer nel suo percorso per distruggere una casa con i suoi occupanti dentro, di salvare un albero di olivo dalla distruzione, o una bambina che si è persa mentre andava a scuola e si è trovata sulla traiettoria dei soldati dell’Occupazione?
Una delle risposte a queste domande è che lo Stato di Israele è capace di ridurre al silenzio e di paralizzare il mondo intero perché c’è stato l’Olocausto. Lo Stato di Israele ha acquisito il permesso di fare violenza su di una intera nazione perché c’è l’antisemitismo. Lo Stato di Israele sta causando il disastro esistenziale – economico, sociale ed umano - ai suoi cittadini e alla popolazione soggiogata e nessuno osa fermarlo perché una volta c’era Hitler. In questo stesso momento i sopravvissuti all’Olocausto stanno soffrendol’ignominia della fame in questo Paese.
Questa sera noi dobbiamo chiedere aiuto al mondo per liberare noi stessi dalla vergogna. Questa sera dobbiamo spiegare al mondo che se vuole salvare il popolo di Israele e il popolo palestinese dall’olocausto imminente che minaccia tutti noi è necessario che condanni la politica di occupazione, il dominio della morte deve essere fermato nel suo percorso. Tutti i criminali di guerra che svestono le uniformi e cominciano a viaggiare per il mondo devono essere arrestati, processati e messi in prigione invece di avere la possibilità di gioire dei piaceri della libertà, mentre si stanno ancora trascinando dietro un tintinnante salvadanaio pieno di crimini di guerra.
E per noi è arrivato il momento di smettere di consegnare i nostri figli ad un sistema educativo che radica in loro valori falsi e razzisti ed insegna loro che il proprio contributo alla società si riassume nel fare violenza ed uccidere i figli di altre persone. E’ venuto il momento per noi di spiegare loro che la popolazione di questo luogo non è divisa fra Ebrei e non-Ebrei come è scritto nei loro libri scolastici, ma in esseri umani che vogliono vivere in pace nonostante tutto, e persone che hanno perduto la loro umanità e ricavano piacere dalla distruzione e dalla devastazione. E’ venuto il tempo per noi di spiegare ai nostri figli dove vivono.
Oggi, mentre l’intero mondo civilizzato si diverte a denigrare e diffamare il sistema scolastico palestinese, non c’è un solo testo scolastico in Israele che presenti l’immagine di un palestinese come una persona normale moderna. Non c’è nessun libro scolastico in Israele che presenti una carta geografica che mostri i confini veri dello Stato. Non c’è nessun libro di testo in Israele in cui appaia la parola “occupazione”. I nostri figli vengono arruolati nell’esercito di occupazione senza conoscere il luogo in cui vivono, senza conoscere la sua storia e la sua gente. Entrano nell’esercito imbevuti di odio e paura. I nostri figli vengono educati a vedere chiunque non sia Ebreo come un Goy, l’Altro, che generazione dopo generazione cerca di distruggerci. Questa educazione rende facile ai vertici militari trasformare i nostri figli in mostri.
Quindi l’unico modo per impedire che i nostri figli diventino strumenti nelle mani della macchina di distruzione è raccontare loro la storia di questo luogo, disegnare per loro i suoi confini, aiutarli a conoscere i vicini, la loro cultura, le loro usanze, la loro gentilezza e i loro diritti sulla terra dove hanno vissuto per molte generazioni prima che i Pionieri sionisti arrivassero nella Terra Promessa di Israele. E soprattutto insegnare loro a non sottomettersi alla Stato, a non rispettare la sua autorità, perché questo Stato è governato da ladri e opportunisti, che non controllano i loro impulsi, né quelli sessuali né altri, persino nei tempi più neri e reggono questo Stato secondo le leggi della Mafia: “Tu hai ucciso uno dei miei – io ucciderò un centinaio dei tuoi. Tu mi hai lanciato una bomba fatta in casa – io sgancerò un centinaio delle bombe più distruttive e sofisticate del mondo che non lasceranno neanche una traccia di te, della tua famiglia e dei tuoi vicini. Tu hai bruciato una delle mie auto così io brucerò una delle tue città.” Questa è la logica del mondo della criminalità.
Questa sera dobbiamo pensare a quelli che sono condannati a morire n ftro e a quelli che sono condannati a cadere nel crimine sotto la copertura della legge e dell’uniforme. Dobbiamo salvarli tutti. Dobbiamo insegnare a tutti loro a non obbedire a degli ordini che, anche se sono legali secondo le leggi razziali di questo Stato, sono manifestamente e chiaramente inumani.E soprattutto, questa sera dobbiamo fermarci un attimo, tutti noi, e guardare il viso della piccola Abir Aramin, la sua testa colpita alla nuca da un proiettile, il cui assassino non si troverà mai di fronte ad un processo in questo Paese e non verrà mai punito nel modo in cui merita, e domandare a noi stessi,
Perché quella striscia di sangue lacera il petalo della sua guancia ...
Traduzione di Gabriella Cecilia Gallia
Anna Achmatova
venerdì 20 aprile 2007
Cattolici, omosessuali e l'ipocrisia dei perbenisti
LA LETTERA
La sposa, fasciata in un abito bianco di pizzo e merletti che tradiva una straripante gravidanza, era bellissima. Lo sposo, scottato da una lampada di troppo, era perfetto: labbra lucide, muscoli guizzanti valorizzati da un completo elegante ma non rigoroso o austero, sopracciglia così sottili da farlo sembrare un emulo della più memorabile Oxa anni '80.
È andato in scena l'ennesimo matrimonio etero, in una chiesa cattolica intrisa di malinconia, fra ossimori e contraddizioni stridenti. Qui c'era una creatura in arrivo, e allora si poteva perdonare qualunque cosa: la convivenza che ha preceduto la cerimonia, il sesso e i suoi vistosi frutti, l'imbarazzante incoerenza con la morale sessuale predicata dai preti. A detta dei miei amici - i due sposi - durante il corso per fidanzati erano venuti in contatto con numerose coppie che convivevano e, udite udite, con nuclei che non avevano la minima intenzione di diventare riproduttivi. Perché scegliere il matrimonio in Chiesa? Semplicemente perché è "bello", in un colpo solo si accontentano genitori e parenti, ci si diverte con gli amici, è una tradizione, si ricevono regali e soldoni. Wow. E la fede? E la coerenza con le promesse proferite davanti a Dio? Nel silenzio dell'abitacolo della mia auto, mentre mi dirigevo verso il ristorante, riflettevo sui "sedicenti" cattolici con cui lavoro, fianco a fianco, in ufficio.
Uno ha l'amante (lo sappiamo tutti - anche la moglie - non vuole figli... chi lo conosce dice "per fortuna") ed è un paladino delle belle tradizioni venete. Uno va a Messa tutte le domeniche, vota la Lega, frequenta con gioia e soddisfazione tutti i privée della provincia di Treviso ma a volte si spinge pure in Friuli, tanto a casa con i figli c'è la moglie.
Il titolare è sposato, ha avuto un figlio, super programmato, arrivato fra un'auto sportiva e una casa al mare. Non lo vede mai. Alla moglie ha preferito una splendida ventenne dell'est. Ha visto il Papa in piazza San Pietro.
La meta era lontana, il traffico sostenuto, c'era il tempo per altre riflessioni. Pensavo ai locali notturni della piccola provincia di Treviso, non bastano le dita delle mani e dei piedi per contarli tutti. Pensavo al numero di auto che spesso vedo parcheggiate all'esterno dei night per "scambisti" nelle mie scorribande notturne, tradiscono un numero di avventori considerevole. Pensavo alle schiave del sesso sulla Pontebbana, sotto gli occhi di tutti. Rivivevo le code interminabili di clienti arrapati: sono solo buoni padri di famiglia. Ricordavo le ridicole ronde leghiste e le loro manifestazioni di sdegno per il fenomeno, ricordavo le battute dozzinali sul "celodurismo" imperante e non riuscivo a non pensare alla contraddizione di una provincia fatta di Chiese, privèe e partiti che senza alcuna consistenza cavalcano l'onda della paura, del pregiudizio, dell'aggressività verbale, senza fare nulla di concreto. I muri vicino alla mia casa sono sempre imbrattati da un "W La Lega", "W Forza Nuova contro gli immigrati", ma ogni volta che leggo le scritte una laica preghiera di dolore corre ai poliziotti che ogni domenica restano feriti o uccisi negli stadi, nel tentativo di arginare i danni di curve decisamente troppo pericolose, al limite della legalità...
Ripensavo pure al mio sabato più recente in discoteca e non riuscivo a non essere angosciato: schiere di giovanissimi che consumano alcol e droga senza alcun ritegno. Che siano i figli delle famiglie perbene o che li abbiano spediti i marziani? Chissà...
Infine, un pensiero andava al giovane adolescente torinese che, non riuscendo a sostenere lo stress dell'insulto e della prevaricazione continua, ha scelto di morire. Tornando ai tempi in cui ho frequentato il liceo devo dire che le cose non sono cambiate, anch'io volevo morire, per lo stesso motivo del torinese studioso e perbene. Con l'unica differenza che le battute dei compagni non erano nulla in confronto alla prevaricazioni verbali e di giudizio sui meriti, perpetrate da alcuni insegnanti. Il ristorante si avvicinava, ma restano troppe domande senza risposta.
Perché l'80\% delle coppie sceglie ancora oggi il matrimonio in chiesa ma poi non è coerente con i dettami cattolici? Perché non si riproducono loro invece di alimentare sprezzanti giudizi sulle coppie laiche o non tradizionali che in coerenza con la loro identità e la consapevolezza di se non vogliono essere genitori? Perché i cattolici, nella vita di tutti i giorni, non mettono in pratica i precetti di amore cristiano, tolleranza, lealtà propri della loro religione? Perché la Lega e i partiti di destra, invece di sottolineare un'eventuale e mai riscontrata inadeguatezza delle coppie omosessuali ad essere genitori, non fanno un'analisi attenta e precisa dei fallimenti educativi perpetrati dalla "famiglia tradizionale"? La vedo soltanto io la leggerezza con cui le nuove generazioni consumano alcol, droga, sesso a pagamento? Perché la gerarchia ecclesiastica, invece di dare informazioni false e cariche di disprezzo su chi vive una sessualità non omologa alle abitudini etero/fasciste di cui il clero è rappresentante, non chiede semplicemente maggiore coerenza ai suoi "fedeli"? Di corsa, tutti al family day... ma la famiglia "tradizionale" esiste ancora? E poi, signore donne, svegliatevi!: molti dei vostri maritini, tra una partita di calcetto e il pretesto delle sigarette sapete dove vanno?! Nei locali gay, a fare sesso, ad innamorarsi di altri uomini, a dimenticare l'ipocrisia e la noia in cui li avete imbrigliati!
Lettera firmata
Il Gazzettino, Domenica, 15 Aprile 2007
giovedì 5 aprile 2007
Noi e i vescovi

di Ettore Masina
1
Non ho mai perdonato alla riforma liturgica conciliare di avere “tagliato” le due frasi con le quali cominciavano le messe in latino: “Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat juventutem meam: mi avvicinerò all’altare di Dio, al dio che rende allegra la mia giovinezza”. Quelle frasi esprimevano bene la convinzione che la fede nel Cristo dona ai fedeli gioie che neppure la vecchiaia può cancellare. Papa Giovanni, il suo sorriso, il suo coraggio ne furono la dimostrazione visibile. Per lui, e poi per il Concilio, la Chiesa era il luogo in cui risuonavano non solo i gemiti del Crocifisso ma anche la festa senza fine della sua resurrezione. Questa pienezza di vita, che dovrebbe illuminare di speranza anche i giorni delle tragedie personali o collettive, risuona, del resto, in tutto il vangelo. “Non temete” è il messaggio degli angeli e del Risorto. Negli Atti degli apostoli le fragili navicelle dei missionari sono squassate dalle tempeste ma non distrutte, i naufragi - e addirittura le persecuzioni - si tramutano in occasioni per portare il vangelo in paesi scelti dalla Provvidenza contro ogni progetto umano. Senza potere terreno, la Chiesa dei santi riluce nei secoli di ferro e di buio. E’ da quando la croce venne posta sulle bandiere dei re, sugli scudi degli eserciti, sulle copertine dei codici che quella luce viene spesso ferita dalle ombre della insicurezza, da un profano timore.Anche oggi la Chiesa (la mia Chiesa) appare, almeno nei pastori che la presiedono in Italia, ma anche nel papa tedesco, dominata da una fonda paura che anzichè a un luogo di fraterna accoglienza la riduce a una fortezza assediata dai barbari. Più che alla infinita ricchezza delle forme in cui il Regno di Dio è già presente sulla Terra, lo sguardo dei vescovi sembra concentrarsi sulla fragilità mondana dell’apparato ecclesiale. L’integrità della fede sembra loro vulnerata dalle sfide poste dal futuro e dalla secolarizzazione a questa struttura. “A un tuo cenno, a una tua voce, un esercito all’altar” cantavano le masse cattoliche, gremendo piazza San Pietro nel dopoguerra. Quell’esercito è andato di gran lunga assottigliandosi, ma abbiamo giustamente irriso per più di mezzo secolo la stolida domanda di Stalin: “Quanti battaglioni ha il papa?”. Una paura che ponesse oggi lo stesso interrogativo potrebbe dirsi cristiana?Ritorna nel magistero di questi anni la predicazione dell’inferno, si negano funerali religiosi a persone martirizzate da orrende malattie, e soprattutto si tenta, con un’incessante campagna mediatica, di impedire che lo Stato (laico per definizione) migliori la situazione giuridica di una non piccola minoranza di cittadini.Per i vecchi come me, si tratta di ritorni a fasi storiche che avremmo voluto dimenticare. Non abbiamo vissuto gli anni della spietata lotta di Pio X al modernismo né quelli dei concordati con il fascismo e il nazismo, ma ricordiamo bene la scomunica decretata dal Sant’Offizio (fine degli anni ’40 del secolo scorso) per milioni e milioni di italiani - borghesi, ma anche, e soprattutto, poveri operai e poverissimi contadini - assetati di giustizia; pensiamo ai primi anni ’50 in cui Carlo Carretto e Mario Rossi erano espulsi dall’Azione cattolica per “deviazionismo” democratico, Luigi Gedda dichiarava che “la Chiesa si salva con l’organizzazione” e De Gasperi e monsignor Montini venivano puniti da Pio XII per il loro NO ad accordi elettorali con i fascisti, i qualunquisti e i monarchici; pensiamo alla “normalizzazione” post-conciliare con l’inquisizione e la rimozine dalle cattedre di teologi e teologhe; alla dura battaglia per la soppressione del divorzio in cui alcuni di noi ebbero la carriera professionale stroncata dal potere profano di ecclesiastici vaticani ; mentre negli anni appena scorsi siamo stati costretti ad assistere alle scelte elettorali di Ruini, a Roma, ma anche vaticane: sì a Storace, sì a Berlusconi, sì alla Moratti, sì a Casini, protettori dei redditi di scuole e cliniche cattoliche, sì agli atei “devoti” pronti a incensare il ruolo della Chiesa nel “contenimento” dell’Islam per averla compagna di battaglie di civiltà....La ricerca di sicurezze terrene ha, del resto, reso talvolta affannoso il respiro della Chiesa e ferito crudelmente il suo amore comunitario anche in altri paesi: dalla lotta, in Francia, alla Nouvelle Théologie ai delitti nelle adiacenze dello IOR, all’ossessione anticomunista che ha portato papa Wojtyla a demolire buona parte delle realtà cattoliche in America Latina: la tolleranza per i vescovi argentini complici della dittatura e la spietata condanna all’isolamento di monsignor Romero, il dito ammonitore levato su Ernesto Cardenal e la mano stretta a d’Aubuisson, notorio mandante dell’assassinio del vescovo martire...
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Tristi vicende di una Chiesa semper reformanda e semper casta et meretrix, secondo i suoi Padri: sempre santa perchè congregata intorno al Signore Gesù e sempre meretrice perchè fatta di uomini con le loro miserie, le loro paure, le loro incomprensioni. Ed è un fatto che dovunque la gerarchia ecclesiastica ha indurito la sua disciplina e ha preteso, in vari modi, di porre nella società laica, il suo magistero come fonte assoluta ed esclusiva garanzia di autenticità dei valori morali, lì, crescendo la distanza fra il vangelo e la sfida portata agli “altri”, è stato inevitabile che la sua voce si facesse (come dire?) “sgraziata”, e ne scadesse la dignità. Ricordo il vescovo di Prato, Fiordelli, che nel 1958 faceva leggere in tutte le sue chiese una notificazione in cui due giovani che avevano scelto il matrimonio civile venivano bollati come “pubblici concubini”; ricordo Amintore Fanfani -vicinissimo a monsignor Benelli, segretario di Stato - gridare, in chiusura della campagna per l’abrogazione del divorzio: “Donne, badate: i vostri mariti scapperanno con le serve di casa!”... Tempi lontani? Mica tanto se il nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana cita la possibilità della legalizzazione dell’incesto e della pedofilia come possibili conseguenze del lassismo morale che, secondo i vescovi, avvelenerebbe anche la legge sulle convivenze. Dichiarazione poi smentita, secondo l’esempio di Berlusconi, il quale, contestato, guaisce (o ringhia) : “Avete frainteso!”.
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Quando una persona di buona volontà entra in politica, porta dentro di sé un sogno che va molto al di là delle finalità che si propone il partito al quale aderisce. Il suo sogno ( ripeto che parlo di persone di buona volontà!) è quello di riuscire a cambiare radicalmente il mondo, costruire una realtà, locale o universale, che elimini tutto ciò che gli pare male e realizzi tutto il bene che gli sembra necessario. Ma in democrazia è indispensabile tradurre i sogni in leggi ed ottenere su di esse il consenso della maggioranza. E’ un lavoro duro e difficile, particolarmente per chi è portatore di ideali cui è sensibile soltanto una parte dei cittadini. Ho vissuto anch’io questo dramma in dieci anni di vita parlamentare: il mio sogno e la volontà della maggioraza degli elettori molto spesso divergevano. (Divergevano, anche, molte mie scelte, da quelle di altri cattolici). La Costituzione afferma che il parlamentare non può avere vincoli di mandato; vuol dire che il deputato e il senatore devono votare sempre in piena libertà di coscienza, senza accettare pressioni. Per fare politica o per far fermentare la società in senso cristiano non è necessario entrare in parlamento e neppure in un partito; ci può essere la via della missione evangelizzatrice, del sacerdozio, dell’apostolato, della umile ma preziosa testimonianza di vita, e persino (parlo seriamente) della profezia; ma se si sceglie una tribuna “laica” se ne debbono accettare lealmente le regole. Il problema del parlamentare cattolico è dunque quello di esercitare una continua mediazione fra la sovranità popolare e i propri ideali in un luogo creato per il dialogo e non per lo scontro, per la collaborazione e non per la rissa delle ideologie, per utopie che si trasformino in capacità di costruzione collettiva. I cattolici deputati alla Costituente seppero farlo mirabilmente. Rispettare le competenze dei parlamentari e la loro vocazione (quando c’è) dovrebbe essere anche oggi impegno di tutti.
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La gerarchia ecclesiastica tradirebbe la sua missione se non levasse alto il vangelo, proponendolo all’intera società; e però la storia mostra quanto frequenti siano i rischi di questa missione: non solo quando la Chiesa la eserciti, spesso eroicamente, in regimi atei o totalitari, ma anche quando la eserciti in regimi democratici. La lettura e le interpretazioni dei “segni dei tempi”, per esempio, non sono competenze esclusive del suo magistero, anzi, talora, nella storia, i vescovi hanno rivelato sconcertanti sordità e confusioni: penso a come la Chiesa gerarchica ha perso la classe operaia nel secolo XIX, negando ai poveri il diritto alla giustizia per non deporre i privilegi che la assimilavano alla classe padronale. Oggi le tentazioni che si pongono alla comunità cristiana sono più raffinate: molti sedicenti amici (atei “devoti”) le chiedono di trasformarsi in lobby, di non essere sale e lievito nella massa ma blocco di lievito inerte, muraglia di sale scipito. Forze politiche e uomini di potere che in cuor loro ritengono il messaggio del Cristo una follìa si offrono di essere il suo braccio secolare nelle istituzioni, Non basta: viviamo anni di confusione di valori, di sensibilità e anche, purtroppo, di ostilità per chi propone un’etica senza compromessi; la sensibilità nella comunicazione ecclesiale dovrebbe essere dunque particolarmente attenta; si ha invece la sensazione che molti fra i più importanti ecclesiastici abbiano perso il contatto con la realtà culturale: se Benedetto XVI, dovendo scegliere un esempio di violenza religiosa, indica l’Islam invece delle crociate, se la Chiesa concede funerali religiosi a Pinochet e li nega a Welby; se la continua reiterazione (per non dire l’ossessività) di interventi contro la “legalizzazione” delle famiglie “di fatto” contrasta con la penuria - o almeno l’episodicità - di interventi contro peccati “sociali” come la feroce inutilità della guerra (e dunque la necessità di un forte pacifismo cristiani), la frequenza delle morti nei cantieri e nelle fabbriche o gli inquinamenti mafiosi nella politica; se il Vaticano preferisce venire a patti con i seguaci di Lefebvre, l’Anticonciliarista, piuttosto che entrare in dialogo fraterno con Jon Sobrino, il teologo dei poveri; se tutto questo accade, l’opinione pubblica, piuttosto che contemplare il mite, amorevole volto del Cristo, vede e sente estranea, antipatica (ma sì, diciamolo l’aggettivo) una istituzione che le pare invadere la sfera del privato e del pubblico, in nome di una volontà di potere e di una serie di precetti formali, soprattutto sessuofobici. La maggioranza degli italiani dichiara, nei sondaggi, di avere fiducia nella Chiesa ma piuttosto che al magistero si riferisce alla straordinaria (e talvolta eroica) rete di servizi tessuta dal volontariato cattolico.
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Anche oggi (4 aprile) una nuova bordata della CEI contro le cosiddette famiglie di fatto. Mi colpisce la reiterata violenza nel giudizio dei vescovi. A me pare, intanto, che vi sia convivenza e convivenza, e non poche esprimano un’affettuosa solidarietà in cui si possono rinvenire tracce ( e talvolta ben più che tracce) di amore cristiano. Del resto, quando Gesù, assumendo su di sé anche il loro strazio, affidò Maria a Giovanni e Giovanni a Maria, non diede origine a una famiglia di fatto? E non esistono sulla Terra più di un milione di persone, a stare alle statistiche vaticane, che (frati, suore, seminaristi, membri di istituti secolari) rivendicano con amorosa fierezza, per le loro convivenze, il nome di “famiglie religiose”? E al momento del Concordato non ha chiesto, e ottenuto per esse la Santa Sede che lo Stato italiano concedesse loro apposite normative?Il fatto è che i vescovi temono particolarmente due pericoli. Il primo è quello che si vada verso il riconoscimento di vincoli matrimoniali fra omosessuali. Avendo dato origine a un sacerdozio celibatario, la cui formazione avviene in istituti mono-sessuali, la Chiesa cattolica romana si trova in effetti a dover fronteggiare, nei suoi stessi ambienti, un problema reale e scabroso. Questa percezione ha generato una vera e propria omofobia, la quale impedisce una serena valutazione della legge sulle cosiddette DICO, che a molti (me compreso) appare nello stesso tempo assai ponderata. E la durezza espressa dai vescovi, certamente al di là delle proprie intenzioni finisce per apparire ben poco evangelica: fossero pure, gli omosessuali, dei “devianti”, come dimenticare la misericordia con la quale Gesù dichiara: “Non spezzerò la canna fessa né il lucignolo fumigante”?Il secondo pericolo avvistato dai vescovi mi sembra il seguente: che una legittimazione delle coppie “di fatto” finisca per negare al matrimonio una condizione di privilegio, mentre si perderebbe lo stigma sociale che ancora oggi colpisce le unioni “irregolari”. Questo concorrerebbe a una crisi della famiglia “naturale” e in particolar modo di quella cattolica.Vale qualcosa la testimonianza di una coppia che ha celebrato il 51.mo anniversario del suo matrimonio cattolico; di uno scrittore che ha girato per anni tutte le regioni italiane - nessuna esclusa - in un’attività di cosiddetto apostolato sociale; di un giornalista che ha condotto inchieste approfondite sull’argomento? Se sì, allora vorrei dire sommessamente ai vescovi che è vero che la fedeltà coniugale è spesso aggredita da un diffuso lassismo morale ma i prevalenti pericoli per la famiglia (cattolica e no) nascono da altre realtà. Se i giovani, a causa delle politiche governative che consentono un andamento selvaggio del mercato immobiliare non riescono a “mettere su casa”; se il precariato che impera nel mondo del lavoro impedisce loro di ricorrere ai mutui bancari; se i salari italiani sono i più bassi dell’Europa occidentale; se la situazione degli asili e delle scuole è vergognosa; se il caos del traffico e dei trasporti pubblici priva centinaia di migliaia di padri di una autentica presenza in famiglia; se la pressione consumista è così forte e devastante, è ovvio che la famiglia sia resa più fragile; ma anche su questi fenomeni la voce dei vescovi si è espressa saltuariamente e fievolmente o almeno con forza e frequenza del tutto dissimili alla presente offensiva mediatica. Su di essi i cattolici non sono mai stati chiamati in piazza. Ne parleranno al cosiddetto Family Day?
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Naturalmente sono vere molte altre cose: per esempio, che non raramente ai documenti della CEI viene concesso dai media attenzione mediocre quando non esigua, essendo presente nella borghesia italiana una rimarchevole corrente anticlericale; che gli echi di questa inopinata battaglia vengono grandemente ampliati da giornalisti al servizio di quei politici che vedono il progetto delle DICO come una promettente pietra d’inciampo per il governo Prodi; che i DICO appaiono a molti cattolici un’ulteriore forma di mutamenti sociali che sgretolano il conforto di antiche certezze.Vero è anche che fra i cattolici regna una profonda ignoranza sui termini ecclesiologici; per cui il dibattito sulla vicenda è rozzo, elementare: molti non ne capiscono le valenze, molti sono convinti che un saluto del Papa ai pellegrini domenicali abbia lo stesso valore, la stessa cogente importanza di un’enciclica. Questo comporta la pratica inesistenza di un dialogo nella Chiesa italiana. Il silenzio degli inellettuali laici aumenta a dismisura l’isolamento dei pastori. E’ talvolta un vero e proprio tradimento...Dico questo perché papa Giovanni ci ha insegnato che non si può battere il confiteor sul petto altrui. La Chiesa non è una realtà di “quadri”, la Chiesa siamo (anche) noi. Anche noi ne siamo responsabili. Lasciatemi dire che vedo non pochi fratelli e sorelle nella fede quasi rattrappiti in una dolorosa depressione, resi vecchi dalla convinzione che il Concilio sia ormai da considerare lettera morta e che tentare di collaborare con i vescovi tenendo dritta la schiena sia troppo scomodo e vano. In questa festa di passaggio e di resurrezione, vorrei che questi uomini e donne di buona volontà sentissero che Dio, qualunque sia la nostra età anagrafica, rallegra ancora la nostra giovinezza.
Giovedì, 05 aprile 2007
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Riflessioni del Presidente Fidel Castro

Non si tratta di una cifra esagerata ma, semmai, prudente. Ho meditato molto su questo dopo la riunione tra il presidente Bush e i fabbricanti nordamericani d’automobili.
Lunedì 26 marzo la sinistra idea di trasformare gli alimenti in combustibile è stata definitivamente fissata come linea economica della politica estera statunitense.
Il testo di un dispaccio della AP, agenzia di stampa nordamericana che arriva in ogni angolo del mondo, recita:
“WASHINGTON, 26 marzo (AP). Il presidente George W. Bush ha elogiato lunedì i vantaggi delle automobili funzionanti con etanolo e biodiesel, durante una riunione con i fabbricanti di veicoli in cui ha cercato di dare impulso ai suoi piani di combustibili alternativi.
“Bush ha detto che un impegno dei leaders dell’industria automobilistica nazionale per duplicare la produzione di veicoli a combustibile alternativo aiuterebbe a far sì che gli automobilisti abbandonino i motori funzionanti a benzina, riducendo la dipendenza del paese dal petrolio d’importazione.
“’È un grande progresso tecnologico per il paese’, ha detto Bush dopo aver ispezionato tre veicoli a combustibile alternativo. Se la nazione vuole ridurre il consumo di benzina, il consumatore deve avere la possibilità di prendere una decisione razionale.
“Il Presidente ha sollecitato il Congresso ad avanzare rapidamente nell’introduzione di una legislazione proposta recentemente dal Governo per ordinare l’uso di 132 miliardi di litri (35 miliardi di galloni) di combustibile alternativi per il 2017 e per imporre parametri più esigenti di consumo del combustibile nelle automobili.
“Bush si è riunito con il presidente del consiglio e direttore generale della General Motors Corp., Rich Wagoner; con il direttore generale di Ford Motor Co., Alan Mulally e con il direttore generale del gruppo Chrysler di Daimler Chrysler AG, Tom LaSorda.
“I partecipanti all’incontro hanno discusso misure atte a sostenere la produzione di veicoli a combustibile alternativo, dei tentativi per sviluppare l’etanolo a partire da fonti come l’erba e la segatura e una proposta per ridurre del 20% in dieci anni il consumo di benzina.
“Gli incontri si sono svolti in un momento in cui il prezzo della benzina è in aumento. Lo studio più recente dell’organizzazione Lundberg Survey segnala che il prezzo medio nazionale della benzina è aumentato di 6 centesimi per gallone (3,78 litri) nelle ultime due settimane, arrivando a 2,61 dollari”.
Penso che ridurre e riciclare tutti i motori che consumano elettricità e combustibile sia una necessità elementare e urgente di tutta l’umanità. La tragedia non consiste nel ridurre questi costi energetici, ma nell’idea di trasformare gli alimenti in combustibile.
Oggi si sa con precisione che una tonnellata di mais può produrre in media soltanto 413 litri di etanolo, equivalenti a 109 galloni.
Il prezzo medio del mais nei porti degli Stati Uniti è di 167 dollari la tonnellata. Sono pertanto necessari 320 milioni di tonnellate di mais per produrre 35 miliardi di galloni di etanolo.
Il raccolto del mais negli USA nel 2005, secondo i dati della FAO, è arrivato a 280,2 milioni di tonnellate.
Anche se il Presidente parla di produrre combustibile a partire dall’erba o dai trucioli del legno, chiunque capisce che si tratta di frasi assolutamente irrealistiche. Ripeto: 35 miliardi di galloni significano un 35 seguito da nove zeri!
Seguiranno poi dei begli esempi di ciò che conseguono gli sperimentati e ben organizzati agricoltori degli Stati Uniti rispetto alla produttività di ogni uomo ed ogni ettaro: il mais trasformato in etanolo; i residui di questo mais trasformati in mangime per gli animali con il 26% di proteine; gli escrementi del bestiame utilizzati come materia prima per la produzione di gas. Ma questo, dopo ingenti investimenti, è alla portata solamente delle imprese più poderose, dove tutto deve ruotare attorno al consumo d’elettricità e combustibile.
Applicate questa ricetta ai paesi del Terzo Mondo e vedrete quante persone non consumeranno più mais tra le masse affamate del nostro pianeta. O peggio: concedete ai paesi poveri prestiti per finanziare la produzione di etanolo dal mais o da qualsiasi altro tipo di alimento e non rimarrà in piedi nemmeno un albero per difendere l’umanità dal cambiamento climatico.
Altri paesi della parte ricca del mondo hanno programmato di usare non solo mais, ma anche grano, semi di girasole, di colza ed altri alimenti per la produzione di combustibile. Per gli europei, per esempio, sarebbe redditizio importare tutta la soya del mondo allo scopo di ridurre il consumo di combustibile delle loro automobili ed alimentare i loro animali con i residui della detta leguminosa, particolarmente ricca di tutti i tipi di aminoacidi essenziali.
Gli alcool venivano elaborati a Cuba come sottoprodotto dell’industria zuccheriera, dopo aver praticato tre estrazioni di zucchero al succo della canna. Il cambiamento climatico sta già danneggiando la nostra produzione di zucchero. Grandi siccità si alternano con piogge record, che appena permettono di produrre zucchero per cento giorni, con rese adeguate nei mesi del nostro assai moderato inverno e così manca zucchero per ogni tonnellata di canna o manca canna per ogni ettaro, a causa della prolungata siccità nei mesi di semina e coltivazione.
In Venezuela userebbero l’alcool non per l’esportazione, ma per migliorare l’impatto ambientale del loro combustibile. A prescindere dall’eccellente tecnologia brasiliana per produrre alcool, a Cuba l’impiego della detta tecnologia per la produzione diretta di alcool a partire dal succo della canna è soltanto un sogno o una stravaganza di coloro che si fanno illusioni su quest’idea. Nel nostro paese, le terre dedicate alla produzione diretta di alcool possono essere molto più utili nella produzione di alimenti per il popolo e nella protezione dell’ambiente.
Tutti i paesi del mondo, ricchi e poveri, senza eccezione alcuna, potrebbero risparmiare miliardi di dollari in investimenti e combustibile semplicemente sostituendo tutte le lampadine incandescenti con lampadine fluorescenti, cosa che Cuba ha fatto in tutti i focolari domestici del paese. Ciò rappresenterebbe una boccata d’ossigeno per resistere al cambiamento climatico senza provocare la morte per fame delle masse povere del mondo.
Come si può vedere, non uso aggettivi per qualificare il sistema ed i padroni del mondo. Questo lo sanno fare in modo eccellente gli esperti in informazione, scienze socio-economiche e politiche onesti che nel mondo abbondano e che studiano costantemente il presente ed il futuro della nostra specie. Sono sufficienti un computer e le sempre più numerose reti Internet.
Oggi ci troviamo di fronte per la prima volta ad un’economia veramente globalizzata e ad una potenza dominante nel terreno economico, politico e militare, che non assomiglia in niente alla Roma degli imperatori.
Qualcuno si chiederà perchè parlo di fame e sete. Rispondo: non si tratta dell’altra faccia di una moneta, ma di varie facce di un altro oggetto, come può essere un dado a sei facce, o un poliedro con molte più facce.
Mi avvalgo in questo caso di un’agenzia ufficiale di notizie, fondata nel 1945 e generalmente ben informata sui problemi economici e sociali del mondo: la TELAM. Cito testualmente:
“Circa due miliardi di persone, da qui a 18 anni, abiteranno in paesi e regioni dove l’acqua sarà un lontano ricordo. Due terzi della popolazione mondiale potrebbero vivere in luoghi dove questa scarsità potrebbe produrre tensioni sociali ed economiche di una tale portata da provocare guerre per il prezioso ‘oro azzurro’.
“Negli ultimi 100 anni l’uso dell’acqua è aumentato ad un ritmo due volte superiore al tasso di crescita della popolazione.
“Secondo le statistiche del Consiglio Mondiale dell’Acqua (WWC è la sigla in inglese), si stima che nel 2015 il numero di abitanti colpiti da questa grave situazione aumenterà fino a raggiungere i 3 miliardi e 500 milioni di persone.
“L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha celebrato il 23 marzo la Giornata Mondiale dell’Acqua, chiamando ad affrontare da quello stesso giorno la scarsità mondiale del prezioso liquido, con il coordinamento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione (FAO), con l’obiettivo di sottolineare la crescente importanza della mancanza d’acqua a livello mondiale e la necessità di una maggior integrazione e cooperazione, che permettano di garantire una gestione efficiente delle risorse idriche.
“Molte regioni del pianeta stanno soffrendo una grave scarsità d’acqua e vivono con meno di 500 metri cubici per persona all’anno. Sono sempre di più le regioni che soffrono della cronica mancanza del vitale elemento.
“Le principali conseguenze della scarsità dell’acqua sono la sua insufficiente quantità per la produzione di alimenti, l’impossibilità dello sviluppo industriale, urbano e turistico ed i problemi di salute”.
Fin qui il dispaccio della TELAM.
Non menzionerò in quest’occasione altri importanti fatti, come i ghiacci che si sciolgono in Groenlandia e nell’Antartide, i danni alla fascia dell’ozono e la crescente quantità di mercurio in molte specie di pesci che vengono consumati abitualmente.
Esisterebbero altri temi da affrontare, ma con queste righe ho voluto soltanto fare un commento sulla riunione del presidente Bush con i principali dirigenti delle compagnie automobilistiche nordamericane.
28 marzo 2007
(Traduzione Granma Int.)


