venerdì 27 febbraio 2009

Questa Chiesa diventerà una setta


Intervista ad Hans Kung

TUBINGA 

Alto e magro, con il volto glabro e il ciuffo ribelle, Hans Küng, considerato il massimo teologo cattolico dissidente vivente, riceve nel suo studio di Tubinga dai muri tappezzati di libri, dove i suoi - tradotti in tutte le lingue - occupano il posto d’onore.     

Professore, come giudica la decisione del Papa di togliere la scomunica ai quattro vescovi integralisti di monsignor Lefebvre, uno dei quali, Richard Williamson, è un negazionista?     
«Non ne sono rimasto sorpreso. Già nel 1977, in una intervista a un giornale italiano, Monsignor Lefebvre diceva che “alcuni cardinali sostengono il mio corso” e che “il nuovo cardinal Ratzinger ha promesso di intervenire presso il Papa per trovare una soluzione”. Questo dimostra che la questione non è né un problema nuovo né una sorpresa. Benedetto XVI ha sempre parlato molto con queste persone. Oggi toglie loro la scomunica, perché ritiene che sia il momento giusto per farlo. Ha pensato di poter trovare una formula per reintegrare gli scismatici i quali, pur conservando le loro convinzioni personali, avrebbero potuto dare l’impressione di essere d’accordo con il concilio Vaticano II. Si è proprio sbagliato».     

Come spiega il fatto che il Papa non abbia misurato la dimensione della protesta che la sua decisione avrebbe suscitato, anche al di là dei discorsi negazionisti di Richard Williamson?     
«La revoca delle scomuniche non è stato un errore di comunicazione o di tattica, ma un errore del governo del Vaticano. Anche se il Papa non era a conoscenza dei discorsi negazionisti di monsignor Williamson e lui personalmente non è antisemita, tutti sanno che quei quattro vescovi lo sono. In questa faccenda il problema fondamentale è l’opposizione al Vaticano II, in particolare il rifiuto di un rapporto nuovo con l’ebraismo. Un Papa tedesco avrebbe dovuto considerare centrale questo punto e mostrarsi senza ambiguità nei confronti dell’Olocausto. Invece non ha valutato bene il pericolo. Contrariamente alla cancelliera Merkel, che ha prontamente reagito. Benedetto XVI è sempre vissuto in un ambiente ecclesiastico. Ha viaggiato molto poco. E’ sempre rimasto chiuso in Vaticano - che è assai simile al Cremlino d’un tempo -, dove è al riparo dalle critiche. All’improvviso, non è stato capace di capire l’impatto nel mondo di una decisione del genere. Il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che potrebbe essere un contropotere, era un suo subordinato alla Congregazione per la dottrina della fede; è un uomo di dottrina, completamente sottomesso a Benedetto XVI. Ci troviamo di fronte a un problema di struttura. Non c’è nessun elemento democratico in questo sistema, nessuna correzione. Il Papa è stato eletto dai conservatori e oggi è lui che nomina i conservatori».  

In che misura si può dire che il Papa è ancora fedele agli insegnamenti del Vaticano II?  
«A modo suo è fedele al Concilio. Insiste sempre, come Giovanni Paolo II, sulla continuità con la “tradizione”. Per lui questa tradizione risale al periodo medioevale ed ellenistico. Soprattutto non vuole ammettere che il Vaticano II ha provocato una rottura, ad esempio sul riconoscimento della libertà religiosa, combattuta da tutti i papi vissuti prima del Concilio». L’idea di fondo di Benedetto XVI è che il Concilio vada accolto, ma anche interpretato: forse non al modo dei lefebvriani, ma in ogni caso nel rispetto della tradizione e in modo restrittivo. Per esempio è sempre stato critico sulla liturgia. E ha una posizione ambigua sui testi del Concilio, perché non si trova a suo agio con la modernità e la riforma, mentre il Vaticano II ha rappresentato l’integrazione nella Chiesa cattolica del paradigma della riforma e della modernità. Monsignor Lefebvre non l’ha mai accettato, e nemmeno i suoi amici in Curia. Sotto questo aspetto Benedetto XVI ha una certa simpatia per monsignor Lefebvre. D’altra parte trovo scandaloso che, per i 50 anni dal lancio del Concilio da parte di Giovanni XXIV, nel gennaio 1959, il Papa non abbia fatto l’elogio del suo predecessore, ma abbia scelto di togliere la scomunica a persone che si erano opposte a questo concilio».  

Che Chiesa lascerà questo Papa ai suoi successori?  
«Penso che difenda l’idea del “piccolo gregge”. È un po’ la linea degli integralisti: pochi fedeli e una Chiesa elitaria, formata da “veri” cattolici. È un’illusione pensare che si possa continuare così, senza preti né vocazioni. Questa evoluzione è chiaramente una restaurazione, che si manifesta nella liturgia, ma anche in atti e gesti, come dire ai protestanti che la Chiesa cattolica è l’unica vera Chiesa».  

La Chiesa cattolica è in pericolo?  
«La Chiesa rischia di diventare una setta. Molti cattolici non si aspettano più niente da questo Papa. È molto doloroso».  

Lei ha scritto: «Com’è possibile che un teorico dotato, amabile e aperto come Joseph Ratzinger abbia potuto cambiare fino a questo punto e diventare il Grande Inquisitore romano?». Allora, com’è possibile?  
«Penso che lo choc dei movimenti di protesta del 1968 abbia resuscitato il suo passato. Ratzinger era un conservatore. Durante il Concilio si è aperto, anche se era già scettico. Con il ‘68, è tornato a posizioni molto conservatrici, che ha mantenuto fino a oggi».  

Lei pensa che possa ancora correggere questa evoluzione?  
«Quando mi ha ricevuto, nel 2005, ha fatto un atto coraggioso e io ho veramente creduto che avrebbe trovato la via per le riforme, anche se lente. In quattro anni, invece, ha dimostrato il contrario. Oggi mi chiedo se sia capace di fare qualcosa di coraggioso. Tanto per cominciare, dovrebbe riconoscere che la Chiesa cattolica attraversa una crisi profonda. Poi potrebbe fare un gesto verso i divorziati e dire che, a certe condizioni, possono essere ammessi alla comunione. Potrebbe correggere l’enciclica Humanae vitae, che nel 1968 ha condannato tutte le forme di contraccezione, dicendo che in certi casi l’uso della pillola è possibile. Potrebbe correggere la sua teologia, che data dal Concilio di Nizza (325). Potrebbe dire: “Abolisco la legge del celibato”. È molto più potente del Presidente degli Stati Uniti! Non deve rendere conto a una Corte Suprema! Potrebbe anche convocare un nuovo Concilio».  

Un Vaticano III?  
«Permetterebbe di regolare alcune questioni rimaste in sospeso, come il celibato dei preti e la limitazione delle nascite. Si dovrebbe prevedere un modo nuovo per eleggere i vescovi, che contempli il coinvolgimento anche del popolo. L’attuale crisi ha suscitato un movimento di resistenza. Molti fedeli si rifiutano di tornare al vecchio sistema. Anche alcuni vescovi sono stati costretti a criticare la politica del Vaticano. La gerarchia non può ignorarlo».  

La sua riabilitazione potrebbe far parte di questi gesti forti?  
«In ogni caso sarebbe un gesto ben più facile del reintegro degli scismatici! Ma non credo che lo farà, perché Benedetto XVI si sente più vicino agli integralisti che alle persone come me, che hanno lavorato al Concilio e l’hanno accettato». Copyright Le Monde.  Un addio amaro e rabbioso, immortalato dai fotografi. Il vescovo negazionista Richard Williamson ha lasciato l’Argentina, diretto verso Londra, nel peggiore dei modi. All’aeroporto di Buenos Aires, inseguito dai fotoreporter, Williamson ha perso il controllo e si è scagliato con il pugno chiuso verso uno di loro. Lo scatto ha fatto subito il giro del mondo. Si chiude così un capitolo della vicenda che ha messo in imbarazzo il Vaticano. Williamson, che aveva scatenato una bufera per aver negato l’Olocausto in un’intervista rilasciata poco prima della revoca della scomunica per lui e altri tre vescovi lefebvriani, era stato espulso il 19 febbraio dal governo di Buenos Aires, che gli aveva dato 10 giorni di tempo per lasciare il Paese. L’espulsione era stata motivata con il fatto che il vescovo aveva nascosto il vero motivo della sua permanenza nel Paese, dal momento che si è dichiarato un impiegato amministrativo dell’associazione civile «La Tradicion» quando, in realtà, dirigeva il seminario lefebvriano della Fraternità di San Pio X a Buenos Aires. Un incarico da cui Williamson era stato rimosso il 9 febbraio scorso.   La Stampa 25.02.09

Su ronde e immigrati il governo sta sbagliando


Intervista su Metropoli in edicola domenica all'ex ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu

"L'equazione straniero-criminale è un'infamia 
I medici non denunceranno, ma agiranno secondo coscienza"
di VLADIMIRO POLCHI

ROMA - "Basta con le "grida" manzoniane". Giuseppe Pisanu (Pdl) presidente dell'Antimafia ed ex ministro dell'Interno, è un politico di lungo corso, abituato a parlare fuori dal coro. "L'immigrazione va governata con umanità e intelligenza politica - avverte - perché l'Italia avrà ancora bisogno di 300mila immigrati all'anno". Per questo, alcune scelte dell'attuale governo non lo convincono e lo spiega nel corso di una lunga intervista rilasciata a Metropoli (in edicola domenica prossima). Le ronde? "Un vulnus all'efficienza del nostro sistema di sicurezza". La tassa sui permessi di soggiorno? "Fonte di risentimento e rancore". Il reato d'immigrazione clandestina? "Inutile". 

Presidente, dal mondo cattolico si levano voci critiche contro le politiche migratorie del governo. 
"Vedo una certa confusione di idee e propositi. Una cosa è il contrasto all'immigrazione clandestina, altra cosa ben più importante è il governo complessivo dei flussi migratori. L'immigrazione clandestina, infatti, è la patologia del fenomeno e va combattuta, mentre l'immigrazione è un processo vitale per il futuro del nostro Paese e va governata con umanità e intelligenza politica". 

La delinquenza romena è un problema e finisce sempre più spesso in prima pagina. Cosa fare per evitare il diffondersi dell'equazione immigrato-criminale? 
"La criminalità romena si fronteggia con una prevenzione oculata e con una repressione energica, basata soprattutto sulla severità e la certezza della pena. La prevenzione deve procedere sul doppio binario degli accordi bilaterali con la Romania e dell'inserimento degli immigrati nel nostro tessuto economico e sociale. 
L'equazione immigrato-delinquente è una infamia. Però è vero che l'immigrazione clandestina è fonte di illegalità e di comportamenti criminali, che devono essere stroncati all'origine. Penso comunque che lo strumento più efficace per combattere l'immigrazione clandestina sia il governo sapiente dell'immigrazione regolare". 

E' giusto far sì che i medici possano denunciare gli irregolari che ricorrono alle cure? 
"No. Se la norma venisse applicata indiscriminatamente si creerebbero problemi serissimi alla salute pubblica e al sistema sanitario nazionale. Ma io sono sicuro che i medici italiani rimetteranno le cose a posto operando, come sempre, secondo scienza e coscienza". 

Il reato d'immigrazione clandestina sarà un valido deterrente ai flussi migratori? 
"Temo di no, perché la fame, la disperazione e anche la speranza che spingono tanti migranti non conoscono ostacoli". 

Che senso ha prevedere un ulteriore contributo sul rinnovo dei permessi di soggiorno, che già attualmente costa oltre 72 euro? 
"Mi chiedo anch'io che senso abbia, per un governo come questo, tassare con cattiveria proprio i più poveri e i più indifesi. Se si tratta di una misura di dissuasione, si rivelerà ben presto velleitaria e temo che servirà solo a far crescere risentimento e rancore. Attenzione, perché la collera degli immigrati sta montando e ci sono gruppi estremisti pronti a cavalcarla". 

La Lega Nord chiede una moratoria sui flussi d'ingresso degli extracomunitari per due anni. Non crede che il sistema Italia abbia ancora bisogno di manodopera immigrata? 
"La recessione in atto giustifica, almeno in parte, la moratoria, ma non cambia i termini del problema. Perché se vogliamo mantenere invariato il numero degli italiani in età lavorativa per i prossimi venti anni, avremo bisogno mediamente di 300mila immigrati all'anno. Piaccia o no, la prosperità futura del nostro Paese dipenderà dalla sua capacità di attrarre forza-lavoro dall'estero e di integrarla in maniera adeguata. Su questa base dobbiamo ridefinire i nostri obiettivi di sviluppo, sicurezza e coesione sociale, dandoci così una politica per l'immigrazione in linea con le esigenze del Paese per i prossimi decenni. Altro che misure di dissuasione e "grida" manzoniane!". 

La macchina delle espulsioni è lenta e costosa. In quest'ottica è utile aumentare il numero dei Cie e portare da 2 a 6 mesi il tempo massimo di trattenimento? 
"Cie o non Cie, mese più mese meno, i meccanismi di espulsione si inceppano in tutti i Paesi democratici che rispettano i diritti dell'uomo e le Convenzioni Internazionali. La soluzione del problema è altrove, in una politica di governo complessivo delle migrazioni". 

La Lega Nord ha chiesto al ministero dell'Istruzione che venga posto un tetto del 20% alla presenza di alunni stranieri per classe. Cosa ne pensa? 
"Il ministro Gelmini ha impostato correttamente il problema, scongiurando i rischi di discriminazione e xenofobia". 

Si fa sempre più strada un'idea di giustizia fai da te. Dopo i militari in città, arrivano le ronde di volontari. Come le giudica? 
"Dovrebbero essere gruppi di volontariato, ma spesso si presentano come milizie di partito. Oggettivamente costituiscono un vulnus all'unitarietà e all'efficienza del nostro sistema di sicurezza. Questo sistema, infatti, è basato su un unico codice penale, su un unico codice di procedura penale e su un'unica autorità nazionale di pubblica sicurezza rappresentata dal ministro dell'Interno, il quale opera attraverso i vertici delle forze di polizia ed i prefetti. Quando si trasferiscono competenze e funzioni anche minori dai prefetti ai sindaci, dalle forze dell'ordine a soggetti privati, si attenta, che lo si voglia o no, all'unità del sistema e si gettano le basi di ulteriori confusioni e disordine. Naturalmente il sistema non è immutabile, ma se si vuole decentrarlo o disaggregarlo bisogna procedere apertamente con misure organiche e costituzionalmente corrette". 
(27 febbraio 2009)

giovedì 19 febbraio 2009

Il grande sfascio del partito ombra

Marco Cedolin    http://ilcorrosivo.blogspot.com/

Le dimissioni di Walter Veltroni che dopo 16 mesi abbandona la guida del PD, all’indomani della cocente sconfitta nelle elezioni regionali in Sardegna, rappresentano per molti versi il terminale inevitabile di una pessima operazione di “marketing politico”, iniziata con l’ormai famoso discorso d’investitura tenuto al Lingotto di Torino e naufragata mese dopo mese, elezione dopo elezione, fino ai disastrosi risultati che sono ormai sotto agli occhi di tutti.

Il totale sfascio di un progetto politico come quello del PD si presta naturalmente a molte chiavi di lettura e per forza di cose non può essere attribuito unicamente alla leadership di Veltroni, così come alla notoria propensione ad accapigliarsi fra loro manifestata dalle molteplici correnti del partito. Senza dubbio Veltroni non ha mai dato l’impressione di avere il carisma e l’autorità necessaria per guidare una formazione politica scarsamente omogenea e perennemente in balia delle lotte di potere, ma l’intera “operazione PD” è parsa fin da subito una scommessa persa, nata con tutta probabilità proprio al fine di creare i presupposti della sconfitta.

Il PD fin dal momento delle primarie farsa, create per eleggere un segretario già eletto da tempo, è sempre stato un partito ombra. Un partito impegnato a scimmiottare ora Berlusconi, ora il modello americano, totalmente incapace di assumere delle posizioni politiche alternative rispetto a quelle del proprio avversario. Un partito con la velleità di essere vicino ai lavoratori, ma anche a Confindustria, amico dell’ambiente ma anche dei cementificatori, difensore dei giudici ma anche di chi attacca i giudici, preoccupato per gli italiani che non arrivano a fine mese ma anche per gli interessi di chi costruisce profitto sulle loro spalle, favorevole alla pace ma anche alle missioni di guerra. Tutto ed il contrario di tutto, all’interno di un minestrone proposto sulle note orecchiabili di “Yes we can” e totalmente privo di contenuti, appiattito sugli intoccabili dogmi del neoliberismo, arrancando sul terreno di Berlusconi per ritrovarsi, come un’ombra, sempre un metro indietro rispetto al proprio avversario.

Dopo le elezioni e la sconfitta elettorale il PD ha continuato la propria parabola discendente anche all’interno del Parlamento, manifestandosi completamente incapace di abbozzare una qualche forma di opposizione e finendo per calarsi ogni giorno di più nel ruolo di partito ombra della maggioranza, funzionale a validare le scelte, spesso scellerate, portate avanti dall’esecutivo. Mai durante quasi un anno il partito di Veltroni è stato pervaso da un qualche moto di orgoglio, mai è riuscito a trovare argomenti per contrastare l’azione del governo che prescindessero dalla sterile diatriba di facciata, mai ha tentato di farsi interprete del profondo malessere che attraversa larga parte dell’opinione pubblica. Perfino Antonio Di Pietro, la posizione del cui partito è da sempre allineata con gli interessi dei poteri forti, grazie all’ombra esercitata dal PD, ha trovato il modo di emergere in parlamento come l’unico partito di opposizione, dal momento che anche qualche svogliato mugugno finisce per sembrare un urlo qualora proferito nel silenzio più assoluto.

Proprio il silenzio, carico di condiscendenza, e l’incapacità di fare opposizione nei confronti di un governo con il quale condivide larga parte del proprio programma, hanno determinato la continua emorragia di consensi che ha portato il PD alle dimissioni del suo segretario pochi mesi prima dell’appuntamento con le elezioni europee ed amministrative. Elezioni che con tutta probabilità vedranno il consenso del PD in caduta libera, dimostrando il totale fallimento di un’operazione di marketing politico che ha generato una “creatura” incapace sia di governare che di fare opposizione e pertanto assolutamente priva di qualsiasi utilità.

Berlusconi naturalmente ringrazia e dopo il successo regalatogli da Romano Prodi si appresta a raccogliere anche l’omaggio di Walter, a vincere facile dopo un po’ ci si prende gusto.

Raccontare l’emergenza democratica. In Tempo.

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di 
Giulietto Chiesa

«Governa l’Italia un pirata, re d’affari: ateo come tutti i caimani, veste livrea clericale; da trent’anni spaccia oppio televisivo e aborre l’intelligenza, ma non sbaglia un colpo nei calcoli del tornaconto; sostenuto dai preti, occuperà i rimasugli dello Stato; perciò voleva scardinare la res judicata imponendo il nutrimento coatto con norme penali decretate d’urgenza. Dal Quirinale arriva un avviso: l’eventuale decreto non sarebbe pubblicato; e lui minaccia rendiconti plebiscitari.
Ventiquattr’ore dopo insulta il padre d’E.E. spiegando a milioni di italiani che vuol disfarsi della figlia scomoda (l’aveva già detto un monsignore); la proclama idonea a gravidanza e parto; farfuglia torvo d’una Carta da riscrivere; vuol legiferare da solo, mediante decreti, in una corte dei miracoli tra asini che dicono sì muovendo la testa»
Franco Cordero«La Repubblica», Sabato 14 Febbraio 2009

Un anno fa, quando un manipolo di giornalisti e intellettuali si riunì a Roma per lanciare l’idea di Pandora TV, parlammo di “emergenza democratica”.
Indicammo la Costituzione come il più probabile bersaglio dell’offensiva rivoluzionaria del Padrone di questo paese.
Le cose avvengono in fretta, più velocemente di quanto molti si sarebbero aspettati. Purtroppo avevamo ragione.
Ma il Padrone non si combatte con appelli. Di appelli ci siamo stufati, specie di quelli che vengono promossi da coloro che hanno legittimato il Padrone mentre diventava tale.
Il Padrone si combatte solo sul terreno dove ha vinto e dove continua a vincere: sull’informazione e sulla comunicazione. Prima che l’Italia, come dice Cordero, si trasformi in una corte di asini consenzienti. Ancora non lo è, per nostra fortuna e speranza.
fonte: Megachip

Lefebvriani Unità della Chiesa: sì, ma a quale prezzo?

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di Giancarlo Zizola

Nel conclave del 2005 la candidatura di Ratzinger si impose non solo per la stima universale di cui godeva la sua intelligenza teologica, ma anche perché era considerato l’uomo giusto per mettere sotto controllo i nuclei del lefebvrismo e l’ala più oltranzista della curia romana che lo appoggiava dietro le quinte. Nessuno come lui aveva la possibilità di riuscire là dove Wojtyla aveva fallito, cioè di chiudere lo scisma di Lefebvre e di sgombrare il campo dall’altra divisione storica, quella dello “scisma cinese” della Chiesa patriottica. Su questo programma concordavano anche, a certe condizioni, i cardinali dell’ala riformista, convinti che senza disciplina, non si potrebbe dare riforma. In quanto tedesco, Benedetto XVI apporta di suo a questa esigenza obiettiva di riconciliazione una speciale sensibilità per l’effetto durevole di uno scisma come quello luterano. Certamente egli è lontano dal ritenere che basti un decreto per medicare le ferite ed evitare danni ancora più gravi di quelli che esso pretenderebbe di sanare. Ricomporre formalmente le rotture non è sufficiente infatti ad assorbirle nei fatti: nell’equivoco sono caduti anche quegli adepti dello scisma che hanno interpretato l’atto di clemenza come un avallo della imperterrita verità della loro posizione antagonista.

La delicatezza di questa mossa, attesa da tempo, è tutta in una domanda: unità della Chiesa, sì, ma a quale prezzo? I Papi del post-concilio, Paolo VI e Giovanni Paolo II si erano incagliati su questo problema. Nel dar prova di pazienza smisurata con Marcel Lefebvre essi avevano dovuto riconoscere che la pace non avrebbe avuto altra contropartita che il Concilio stesso. Temevano che la stessa “riconciliazione liturgica”, il primo obiettivo dei lefebvristi, avrebbe avuto un esito destabilizzante per l’intero magistero conciliare. Lefebvre trattava pubblicamente Montini come “un papa scismatico” e considerava il Vaticano II come una deviazione dal cammino della vera Tradizione della Chiesa. Il suo rifiuto mirava al cuore delle reali discontinuità operate dal Concilio nel suo approccio vivificante ad una Tradizione dinamica: la dottrina della libertà religiosa, il dialogo con le altre religioni, il rifiuto dell’antisemitismo e del mito del “deicidio”. Da “padre conciliare” Lefebvre nel 1964 era un avversario così irriducibile del progetto di dichiarazione sugli Ebrei da costringere Paolo VI a rimuoverlo dalla speciale commissione mista incaricata di elaborarla per un voto che sarebbe stato quasi plebiscitario dell’assemblea.

Il vero ostacolo alla chiusura dello scisma era dunque costituito dal prolungato rifiuto dei dissidenti di accettare l’autorità del Concilio Vaticano II. Questa condizione è stata ribadita con la necessaria chiarezza anche da Benedetto XVI il 28 gennaio, successivamente da una Nota della Segreteria di Stato. Un conto è abrogare le pene canoniche inflitte con la scomunica ai quattro vescovi scismatici; altra cosa incardinarli come vescovi nella comunione della Chiesa universale, nella quale il pluralismo, se ammette espressioni diverse, ha naturalmente dei limiti. Il papa ha gettato un ponte, ma lo scisma non si potrà chiudere se i ribelli non lo percorrono, dichiarando di accettare senza riserve l’intera ortodossia cattolica, di cui anche le decisioni del Vaticano II fanno parte integrante.

La nuova bufera che ha funestato il regno di Ratzinger ha portato di nuovo allo scoperto che il sistema delle comunicazioni al vertice del Vaticano è vittima di corti circuiti troppo frequenti per essere incidentali. Quando una nota ufficiale ammette che il papa “non sapeva” che uno dei vescovi lefebvristi assolti aveva suscitato uno scandalo internazionale con le sue dichiarazioni televisive negatrici della Shoah forse mette al riparo la buona fede di Ratzinger ma confessa il disfunzionamento della squadra dei suoi collaboratori che dovrebbero per dovere di stato tirarlo fuori dalla solitudine del suo tabernacolo teologico e consentirgli di mettere i piedi per terra, sulla storia reale del mondo. In realtà, dopo questo ennesimo infortunio, non necessita di altre dimostrazioni l’evidenza che il sistema della monarchia assoluta del pontefice non può reggersi sulla spalle di un uomo solo e che il passaggio ad un governo collegiale con la partecipazione di rappresentanti dell’episcopato mondiale costituisce una riforma indispensabile, già autorizzata certo dal Concilio ma caparbiamente boicottata dalla curia centrale.

 In secondo luogo, si può osservare che la revoca dello scisma è coincisa con segnali univoci di una rimonta in Vaticano dell’ala conservativa della Chiesa, culminata con la nomina di un lefebvrista dichiarato, il cardinale spagnolo Antonio Canizares, a prefetto della Congregazione del Culto Divino. In coincidenza con il decreto di revoca l’Osservatore Romano del 25 gennaio, precisamente nella data in cui ricorreva il 50° anniversario dell’annuncio del Concilio da parte di Giovanni XXIII, liquidava il valore permanente del Vaticano II affermando che questo Concilio “va storicizzato, non mitizzato”. Da più di trentacinque anni, cioè in pratica da quando la ribellione di Lefebvre ha svolto il suo potere di ricatto sulle riforme della Chiesa, – un potere molto superiore alle trascurabili proporzioni numeriche dello scisma – i papi erano informati che i burattinai che tiravano i fili della rivolta erano a Roma. Lo stesso antipapa Marcello me lo aveva dichiarato apertamente in una intervista a Il Giorno (2 luglio 1977): “vari cardinali in Vaticano – disse – sostengono la mia posizione”. Alludendo al concistoro in cui, il 27 giugno, l’arcivescovo di Monaco aveva ricevuto la porpora, Lefebvre aggiunse che “il nuovo cardinale Ratzinger si augura di poter intervenire presso il papa per favorire una soluzione”.

Il chiarimento pontificio sul Concilio Vaticano II come parte integrante della Tradizione della Chiesa, da accettare per chiudere effettivamente lo scisma, ha permesso di evitare che la pace coi lefebvristi si trasformasse in una vittoria su tutta la linea del gruppo duro della curia da gran tempo interessato a contenere l’impulso riformatore entro una lettura minimalista del Concilio e a contestarne la natura vincolante. Se lo scisma ha le sue radici a Roma, diventa più chiara la ragione per cui il processo della revoca sia stato trattato in modo così sollecito e pacifista e con una comprensione tale “della sofferenza spirituale” degli scismatici da trascurare i danni e lo scandalo che ne sarebbero derivati per la fede della gran parte dei cattolici. In verità Roma puntava ad assolvere anche se stessa per le responsabilità che le spettano storicamente nelle origini e nell’intrattenimento di uno scisma rivelatosi così “utile” a mettere sotto scacco le riforme e lo stesso significato permanente del Vaticano II…

Le dichiarazioni ufficiali hanno infine cercato di limitare i danni, escludendo il significato anti-conciliare che la revoca aveva rivestito. Tuttavia il conflitto sull’autorità del Concilio a Roma è ben lontano dall’essere circoscritto. Le opinioni al riguardo restano così divise da far pensare che la Chiesa romana sia come l’Arca di Noé: c’è posto per ogni genere di animali, anche bestie feroci. Dato però che si proclama ufficialmente che il cattolicesimo non può essere vissuto astraendo dal riferimento al Vaticano II qualsiasi posizione ermeneutica, che ne esplori la continuità con il magistero precedente, non potrà spingersi d’ora in poi a sottovalutarne le conquiste innovative o a accusarne le discontinuità come “misinterpretazioni” dei testi che il Concilio ha votato. Ciò finirebbe per aprire il Portone di Bronzo al vento letale del relativismo e mettere a repentaglio in definitiva la stessa autorità pontificia, all’insegna dell’aforisma della curia romana: “Un papa bolla, e un altro sbolla”.


lunedì 16 febbraio 2009

Compleanno di don Fernando Pavanello



Dalla rete per salvare gli ebrei alla teologia della liberazione alla prima associazione per aiutare gli handicappati: storia di un uomo che non si è mai arreso

Don Pavanello, il guerrigliero di Dio


Compie 90 anni il «padre» dei volontari trevigiani: «Non morirò arrabbiato»

di Andrea Passerini

La casa è a Breda, a fianco della chiesa. Piccole stanze, piene di segni. Il crocifisso brasiliano scolpito nel legno (rubato) da un ragazzo di strada, ricordo del lungo le­game con dom Camara. Colombe della pa­ce. Un poster di Don Milani: «Fai strada ai poveri senza farti strada». E decine di dedi­che fraterne dai mille amici. Monsignor Pavanello vive con un «diario vivente» del suo servizio, in cui ha seminato volonta­riato e impegno. Domani compie 90 anni. C'è chi, fra i giovani preti, deve a lui la sua vocazione. E moltissimi obiettori, ope­ratori sociali, «folgorati» dal contatto con la sua testimonianza. Da mezzo secolo è un riferimento. Pioniere, in particolare, per l'handicap e le coop sociali, realtà in cui Treviso è (non a caso) all'avanguardia.

Monsignor Pavanello, 90 anni condotti sulla frontie­ra della solidarietà. Del «farsi prossimo» lei è un manifesto vivente.

«La fede deve affrontare le situazioni concrete dell'uo­mo, n samaritano è in viaggio per affari, non parte da casa sapendo cosa avrebbe fatto per strada, n Concilio Vatica­no parla di segni dei tempi che la Chiesa deve interpreta­re. E il primo segno è sempre l'uomo. L'amore di Dio mi fa amare l'uomo, è il primo co­mandamento. Più di tutti co­lui che soffre e ha bisogno».

Come nasce, questa voca­zione nella vocazione?

«Da giovane vedevo le don­ne venete contadine, schiaviz­zate dagli uomini. I paroni li­beri di prendersi ogni licenza con le serve, i fioi dea ser­va. . .Poi la guerra: soldati reni­tenti, partigiani, molti con una rete clandestina che li portava in Svizzera. Per un cristiano è sempre inaccetta­bile vedere l'uomo umiliato perché debole».

Anche lei, come altri esponenti di una Chiesa più «sociale», è stato a lun­go in Sudamerica.

«Realtà terribile e bellissi­ma. L'umanità è sfruttata da multinazionali, latifondisti, poteri totalitari. Ma c'è anche una Chiesa che per la prima volta ha compiuto una rivolu­zione partendo dalle comunità di base».

La teologia della libera­zione sconfessata però dal Vaticano.

«Di fronte a quella situazio­ne, la chiesa brasiliana ha vis­suto la fede come liberazione dell'uomo. Forse qualche pre­te si è buttato a capofitto nel­l'impegno per il riscatto socia­le, mettendo in secondo piano Dio. Ma il messaggio che arri­va da quei paesi era, è, e sarà sempre straordinario».

Quante volte l'hanno ac­cusata di «comunismo»?

«Ho sempre risposto: mai avuto bisogno di Marx, ho il Vangelo. La mia non è mai stata una fede facile, vengo da buona famiglia, agiata, papà e zio anticlericali. Una volta in Cile, era il 1964, ho vi­sto contadini scalzi, in fila dal latifondista che regalava il pane, e gli baciavano le ma­ni. Quella non è carità, quel pane è dovuto per giustizia so­ciale. E qui dico che la Chiesa dovrebbe andare oltre certe dichiarazioni belle di princi­pio e gridare. Ci siamo fatti espropriare, i profeti hanno sempre gridato contro chi abusa del debole».

Ma il pericolo di essere strumentalizzati o associa­ti a una parte politica?

«Mai avuto problemi, con comunisti o con non credenti. Papa Giovanni diceva di non chiedere mai a nessuno da do­ve venga, ma casomai dove vada. E se la tua strada è la sua, cammina insieme a lui senza paura. Se fai del bene, alla fine c'è anche il premio più bello, il Paradiso...».

Non sembrano più tempi per queste aperture. La Chiesa riaccoglie chi nega il Concilio Vaticano II.

«Ho speranza, ci sono segni positivi che non escono fuori. Nella Chiesa, come nella sto­ria, le minoranze lavorano e soffrono. C'è bisogno di salva­re l'uomo dalla banalizzazio­ne, da questa paura del diver­so, dalla mancanza di apertu­ra. Penso a noi veneti, alla paura atavica del foresto, ca­valcata dalla Lega. E a questa smania per la roba, l'affanno per i soldi, l'ingordigia: nien­te di peggio del povero arric­chito. E il consumismo, male­detto: quand'era vescovo, Woytila disse a un convegno che faceva più danni dell'atei­smo di Stato perché svuota l'uomo. Vedo cravatte a 150 euro in vetrina, il culto della griffe, pubblicità oscene: ecco lo scandalo di oggi».

Ha citato la Lega. Qui a Treviso, in passato, voci della Chiesa si sono levate, anche in modo forte. Oggi?

«Noi preti di questo territo­rio dovremmo farci un esame di coscienza. Quale atteggia­mento abbiamo tenuto? Parte del mondo cattolico si è rela­zionata con la Lega, anche con scambi e piccoli favori».

Lei da 40 anni è attivissi­mo sul fronte dei disabili. Quando ha cominciato, nel 1972, non esisteva nemme­no questo termine, erano gli handicappati.

«E' stata un'altra situazio­ne. Privata, familiare. Mio ni­pote Luca è nato down. Allo­ra nelle famiglie scattava la colpa, la coscienza di una sor­ta di castigo di Dio, la vergo­gna, la rassegnazione. Un pic­colo gruppo di persone sensi­bili, credenti e non, si è attiva­to, abbiamo creato l'associa­zione delle famiglie: ci aiuta­rono il sindacato, e un De sen­sibile come Armellin. Abbia­mo girato, bussato alle porte. Ma non in un'ottica caritati­va, no. n secondo passaggio dev'essere sociale, nella ci-vis: chi non ha diritti deve prendere coscienza, diventa­re soggetto politico in senso alto e chiedere alla democra­zia di rimuovere l'emargina­zione, la diseguaglianza, di da­re opportunità. Oggi abbiamo creato 5 case: lavorano, fanno le ferie, si integrano».

Quanti problemi ha avu­to nella Chiesa per le sue posizioni?

«No, sono stato sempre mol­to rispettato, talvolta temuto. In altre fasi, mi sono sentito un po' ai margini: ma non pos­so lamentarmi. Anzi, per cer­ti versi ho avuto successo».

Come vive una Chiesa che sulla famiglia fa parla­re politici divorziati?

«Non mi stupisco che i poli­tici strumentalizzino, sor­prende che la Chiesa li lasci fare senza intervenire».

E la vicenda dolorosissima di Eluana?

«Penso ai 250 mila casi Eluana in tutt'Italia, mi dico che tutto questo dovrebbe far riflettere e portare a una leg­ge con 4 regole che orientino i cittadini in un'eventuale scel­ta. E' scandaloso che tutta questa passione, da una parte e dall'altra, non faccia scatta­re gesti di solidarietà ogni giorno. Verso chi è solo, a Na­tale e a Pasqua, chi ha biso­gno di amicizia, chi è tentato dal suicidio o è disperato».

Nel suo libretto affronta anche il tema della solitudi­ne dei preti e del celibato.

«No a una Chiesa asettica che parla dall'alto: cosa san­no della tentazione? La profe­zia chiede preti liberi, senza coinvolgimenti, ma è giusto che chi voglia sposarsi lo pos­sa fare. La Chiesa dovrebbe aprire, fosse stato eletto Mar­tini... no, lasciamo perdere».

Ha fiducia nel futuro?

«Non muoio da arrabbiato, ma con la consapevolezza che i tempi, per vedere la giusti­zia, siano lunghi, molto lun­ghi. Troppa sofferenza, anche qui e ora. Persino 24 ore di in­giustizia e sofferenza sono troppe. La Chiesa, mai così potente, ha un'occasione for­midabile, non deve cedere al­la pigrizia, alla comodità».

Un messaggio di com­pleanno, per i suoi 90 anni.

«Mai lavarsi la coscienza dando 1 euro al povero. Ma chiedersi cosa posso fare io, nel mio piccolo, perché non ci sia più povertà, e mettersi in gioco. Ribellandosi alla stupi­dità, al falso, al convenziona­le. Serve passione per la ve­rità e l'autenticità. La perso­na era la maschera del teatro, il personaggio. Bisogna anda­re dentro, fino all'anima, sa­pendo che costa fatica».

La Tribuna di Treviso 15.02.09

domenica 15 febbraio 2009