sabato 28 novembre 2009

Aspettando il nuovo vescovo


IN ATTESA DEL VESCOVO UN PRETE ANZIANO MANIFESTA I SUOI DESIDERI

Cari amici di Settimana,

molteplici sono le attese per il nuovo vescovo della nostra diocesi. Vanno dalla curiosità ai vari tipi di speranza che, per un così alto responsabile, la comunità cristiana certamente nutre.

Da parte mia vorrei, tramite vostro, esprimere quei desideri che nella mia ormai lunga esperienza si fanno vivi nel cuore.

Al nuovo vescovo mi accosto con quel respiro che Gesù e i Dodici danno alla vita della chiesa e di ogni cristiano. Anche in questo tempo il vescovo è successore degli apostoli e collega la nostra vita con quella di Gesù in una speranza che è necessità di vita umana.

Dice il vangelo che non abbiamo bisogno di capi, di maestri, di benefattori. Ce ne sono troppi e tante volte fallaci, ma si fa urgente il nostro desiderio del testimone: «Ma voi non fatevi chiamare "rabbì'', perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato» (Mt 23,8-12).

Un grande mio amico teologo, il compianto mons. Luigi Sartori, indicava nel vescovo il dono di un particolare carisma, il carisma della sintesi.

Nella nostra chiesa diocesana dobbiamo riconoscere l'abbondanza dei doni dello Spirito e la necessità del carisma della sintesi perché i suoi doni ci aiutino a crescere nella speranza, in questo periodo virtù tanto urgente e necessaria.

Coltivo nel cuore il desiderio di un vescovo che sviluppi e faccia esplodere la bellezza di una chiesa sinodale. Per sinodale intendo un'apertura di cuore alla realtà religiosa, sociale ed economica di questo nostro mondo e di questo nostro tempo.

I segni dei tempi sono puntuali indirizzi di una spiritualità che umanizza la nostra vita e, accanto a questi, i segni del territorio. Il nostro Veneto è una terra di tradizioni cristiane: eluderle ci allontana dal dono di grazia e dalla missione della chiesa. C'è però anche una tentazione: è rischioso rinchiudersi in difesa del passato, ed è sterile scatenare paure e coltivare pregiudizi.

Sinodalità, in tutta l'ampiezza del termine, è rapporto e rispetto con le altre religioni: i musulmani ci insegnano il valore della preghiera e del rispetto in nome del Dio benevolo e misericordioso.

L'ecumenismo è un segno profondo di conversione, non all'una o all'altra chiesa, ma alla riscoperta delle chiese sorelle, amate dal Padre, guidate dallo Spirito di Gesù. Nella conoscenza e nel rispetto dei particolari doni di ogni chiesa, siamo chiamati ad arricchire la nostra fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.

La nostra diocesi conosce politici che hanno fatto la loro fama insultando gli stranieri e innalzando bandiere di odio razziale. Ma è anche una diocesi che ha sacerdoti e laici capaci di accoglienza e di fraternità nella pratica dei costumi evangelici. La chiesa ortodossa è la seconda come presenza a Treviso. Il rapporto con i sacerdoti di queste chiese è di fraternità. Proseguire per questa strada è una grande avventura dello Spirito per ridare all'Europa il vigore delle sue origini cristiane. Conoscere queste tradizioni è un impegno rispettoso e necessario. Sarà questa una delle strade maestre della rinascita vigorosa della nostra fede e della testimonianza di una carità che proviene dal cuore di Cristo.

Sinodalità è anche rapporto qualitativamente fraterno tra laici e preti, accoglienza e ospitalità tra uomini e donne che nella loro complementarietà testimoniano il dono di Dio. C'è urgenza di riscoprire il senso della famiglia, di penetrare di santo desiderio le nuove generazioni, di rendere evangelici costumi e attese che ormai sono presenti all'orizzonte e che possono diventare realtà umane solo nello Spirito di Cristo.

Sinodalità allora come comunione di cuori che superano gerarchie di potere e di dominio di una realtà che tante volte si impone come peso anche religioso. Non si tratta né di permissivismo, né di nuove regole, ma di un'attrattiva forte dove Gesù diventa l'unico maestro e la parola del vangelo è la sola consolazione alla difficile situazione umana di questo nostro tempo.

I modi della sinodalità si coniugano allora con la parresia, cioè con la virtù tanto cara ai padri della chiesa che domanda la sincerità dei cuori e l'espressione in parole vere e rispondenti alla vita.

È parresia esprimere ciò che il nostro cuore attende dall'alto, in particolare da chi istituzionalmente è chiamato a testimoniare Gesù buon pastore.

È parresia anche confrontarsi e dire con sincerità ciò che si pensa e si vive in un pluralismo che confessa con libertà la multiforme grazia dello Spirito di Dio.

Anche nella nostra diocesi c'è bisogno di parresia come confronto, dialogo per la crescita di una fraternità che a tutti consegna la responsabilità di un amore che si fa vita per tutti. Abbiamo ricchezza di mezzi: giornale diocesano, radio diocesana, scuole catechistiche… È un'organizzazione capillare molto importante. Dare anima a questa chiesa così organizzata, è però compiere scelte precise nella linea della semplicità, della povertà, della comunione reale che rende vera la partecipazione di tutti al cammino che si vuol intraprendere.

Il nuovo vescovo sia confortato non solo dalle grandi possibilità di una solida organizzazione, ma dall'essenzialità della parola evangelica che si fa sempre più urgente e necessaria perché la nostra vita sia immersa nelle Beatitudini. Dal papa Benedetto XVI ricavo un'antica parola da lui sottolineata in un'udienza generale: la filergia, cioè l'amore alla propria professionalità, il gusto di diventare sempre più fratello tra i fratelli, la gioia di riservare per se stesso l'ultimo posto, che è quello scelto dal Maestro.

don Olivo Bolzon (TV)

venerdì 30 ottobre 2009

Quel Papa che pesca nell’acqua di destra


di Hans Kung
da La Repubblica, 28 ottobre 2009

È una tragedia: dopo le offese già arrecate da Papa Benedetto XVI agli ebrei e ai musulmani, ai protestanti e ai cattolici riformisti, ora è la volta della Comunione Anglicana. Essa conta pur sempre 77 milioni di aderenti ed è la terza confessione cristiana, dopo la chiesa cattolica romana e quella ortodossa.

Cosa è successo? Dopo aver reintegrato l’antiriformista Fraternità San Pio X, ora Benedetto XVI vorrebbe rimpolpare le schiere assottigliate dei cattolici romani anche con anglicani simpatizzanti di Roma.

I sacerdoti e i vescovi anglicani dovrebbero potersi convertire più facilmente alla chiesa cattolica, mantenendo il proprio status, anche di sposati. Tradizionalisti di tutte le chiese, unitevi – sotto la cupola di San Pietro! Vedete: il pescatore di uomini pesca soprattutto sulla sponda destra del lago. Ma lì l’acqua è torbida.

Questo atto romano rappresenta niente meno che un drastico cambio di rotta: via dalla consolidata strategia ecumenica del dialogo diretto e di una vera riconciliazione. E verso una pirateria non ecumenica di sacerdoti, cui viene persino risparmiato il medioevale obbligo di celibato, solo per render loro possibile un ritorno a Roma sotto il primato papale. Chiaramente l’attuale arcivescovo di Canterbury, il Dr. Rowan Williams, non era all’altezza della scaltra diplomazia vaticana.

Nel suo voler ingraziarsi il Vaticano apparentemente non ha compreso le conseguenze della pesca papale in acque anglicane. In caso contrario non avrebbe firmato il comunicato minimizzante dell’arcivescovo cattolico di Westminster. Le prede nella rete di Roma non capiscono che nella chiesa cattolica romana saranno solo preti di seconda classe, e che alle loro funzioni i cattolici non possono partecipare?

Il comunicato fa sfacciatamente riferimento ai documenti realmente ecumenici della Anglican Roman Catholic International Commission (Arcic), elaborati in anni e anni di laboriosi negoziati tra il romano Segretariato per l’Unione dei Cristiani e l’anglicana Conferenza di Lambeth: sull’Eucarestia (1971), sull’ufficio e l’ordinazione (1973) nonché sull’autorità nella Chiesa (1976/81).

Gli esperti però sanno che questi tre documenti, a suo tempo sottoscritti da entrambe le parti, non sono mirati alla pirateria, bensì alla riconciliazione. Questi documenti di vera riconciliazione offrono infatti la base per il riconoscimento delle ordinazioni anglicane, delle quali Papa Leone XII nel 1896 aveva negato la validità con argomentazioni poco convincenti. Dalla validità delle ordinazioni anglicane deriva anche la validità delle celebrazioni eucaristiche anglicane. Sarebbe così possibile una reciproca ospitalità eucaristica, una intercomunione, un lento processo di unificazione tra cattolici e anglicani.

Ma la vaticana Congregazione per la dottrina della fede fece all’epoca in modo che questi documenti di riconciliazione sparissero il più rapidamente possibile nelle segrete del vaticano. «Chiudere nel cassetto», si dice. «Troppa teologia küngiana», recitava all’epoca un comunicato riservato della agenzia di stampa cattolica Kna.

In effetti avevo dedicato l’edizione inglese del mio libro «La Chiesa» all’allora Arcivescovo di Canterbury, Dr. Michael Ramsey in data 11 Ottobre 1967, quinto anniversario dell’apertura del concilio Vaticano secondo: nella «umile speranza che nella pagine di questo libro si ponga una base teologica per un accordo tra le chiese di Roma e Canterbury».

Vi si trova anche la soluzione alla spinosa questione del primato del papa, che da secoli divide queste due chiese, ma anche Roma dalle chiese dell’Est e dalle chiese riformiste. Una «Ripresa della comunità ecclesiale tra la chiesa cattolica e la chiesa anglicana sarebbe possibile», se «da un lato alla chiesa d’Inghilterra fosse garantito di poter mantenere il proprio attuale ordine ecclesiale sotto il primato di Canterbury e dall’altro la chiesa d’Inghilterra riconoscesse il primato pastorale del soglio di Pietro come istanza superiore di mediazione e conciliazione tra le Chiese».

«Così», speravo io all’epoca, «dall’impero romano nascerà un Commonwealth cattolico!» Ma papa Benedetto vuole assolutamente restaurare l’impero romano. Alla Comunione Anglicana non fa alcuna concessione, intende piuttosto mantenere per sempre il centralismo medioevale romano,- anche se impedisce un accordo delle chiese cristiane su questioni fondamentali.

Il primato del papa – dopo Papa Paolo VI bisogna ammetterlo il «grande scoglio» sulla via verso l’unità della chiesa – non agisce apparentemente come «Pietra dell’unità». Torna in auge il vecchio invito al «ritorno a Roma», ora attraverso la conversione soprattutto di sacerdoti, possibilmente in massa. A Roma si parla di mezzo milione di anglicani con venti o trenta vescovi.

E gli altri 76 milioni? Una strategia dimostratasi fallimentare nei secoli passati e che condurrà nel migliore dei casi alla nascita di una minichiesa anglicana «unita» a Roma in forma di diocesi personali (non territoriali). Ma quali sono le conseguenze odierne di questa strategia?

1. Ulteriore indebolimento della chiesa anglicana
In Vaticano gli antiecumenici giubilano per l’afflusso di conservatori, nella chiesa anglicana i liberali esultano per l’esodo di disturbatori simpatizzanti cattolici. Per la chiesa anglicana questa scissione implica un’ulteriore corrosione. Essa soffre già in conseguenza della nomina inutilmente osteggiata di un pastore dichiaratamente omosessuale a vescovo in Usa – effettuata mettendo in conto lo scisma della sua diocesi e dell’intera comunità anglicana.

La corrosione è stata rafforzata dall’atteggiamento discordante dei vertici ecclesiastici nei confronti delle coppie omosessuali: alcuni anglicani accetterebbero senz’altro la registrazione civile con ampie conseguenze giuridiche (tipo diritto di successione) e con eventuale benedizione ecclesiastica, ma non un «matrimonio» (da millenni termine riservato all’unione tra uomo e donna) con diritto di adozione e conseguenze imprevedibili per i figli.

2. Generale disorientamento dei fedeli anglicani
L’esodo dei sacerdoti anglicani e la proposta loro nuova ordinazione nella chiesa cattolica romana solleva per molti fedeli (e pastori) anglicani un pesante interrogativo: l’ordinazione dei sacerdoti anglicani è valida? E i fedeli dovrebbero convertirsi alla chiesa cattolica assieme al loro pastore? Che ne è degli immobili ecclesiastici e degli introiti dei pastori?

3. Sdegno del clero e del popolo cattolico
L’indignazione per il persistere del no alle riforme si è diffusa anche tra i più fedeli membri della chiesa. Dopo il Concilio molte conferenze episcopali, innumerevoli pastori e credenti hanno chiesto l’abrogazione del divieto medioevale di matrimonio per i sacerdoti, che sottrae parroci già quasi a metà delle nostre parrocchie.

Ma non fanno che urtare contro il rifiuto caparbio e ostinato di Ratzinger. Ed ora i preti cattolici devono tollerare accanto a sé pastori convertiti sposati? Cosa devono fare i preti che desiderano il matrimonio, forse farsi prima anglicani, sposarsi, e poi ripresentarsi? Come già nello scisma tra Oriente e Occidente (XI sec.), ai tempi della Riforma (XVI sec.) e nel primo Concilio vaticano (XIX sec.) la fame di potere di Roma divide la cristianità e nuoce alla sua chiesa. Una tragedia.

venerdì 2 ottobre 2009

Il modello



di Raniero La Valle
Lo scandalo Berlusconi ha avuto una svolta. Lo scandalo consiste nel fatto che il sistema politico italiano non ha ancora trovato il modo di far uscire di scena un presidente del Consiglio che ammala l’Italia e l’ha resa uno spettacolo al mondo.
La svolta consiste nel fatto che lui e i suoi, abbandonando la tesi innocentista, hanno alfine rivendicato i suoi comportamenti trasgressivi presentandoli anzi come proprio quelli che gli garantiscono il consenso.
L’ultima e suprema ragione per la quale è giusto e salutare che egli resti al potere, secondo quanto hanno detto i suoi portavoce nei diversi scontri televisivi, è che egli sarebbe un modello per tutti gli uomini e le donne del Paese, i quali lo voterebbero in massa non perché toglie le tasse, protegge gli evasori e intrattiene le casalinghe con la TV, ma perché tutti lo invidiano e vorrebbero essere come lui.
Ora, la pretesa del modello è grave, perché sposta il problema dalla qualità del presidente del Consiglio alla qualità del Paese.
Pertanto la nuova, vera responsabilità politica, non solo del ceto politico e dei partiti, ma di tutti, è se davvero vogliamo che questa diventi la nuova qualità dell’Italia, e se non sia una colpa gravissima farsene complici.In particolare per la Chiesa la questione del modello è delicatissima, perché tutta la sua ragione di essere, per la quale essa sta o cade, consiste nel proporre e nel mostrare un nuovo modello di uomo, ovvero il modello di un uomo nuovo, che è quello di cui essa porta il nome.
E tutte le canonizzazioni di santi, così abbondanti fino a Benedetto XVI, altro non erano che la proposta ai fedeli di modelli di vita cristiana. E se si può capire che non siano oggi di molta attualità modelli come san Luigi Gonzaga o santa Maria Goretti, il loro rovesciamento nell’icona di Berlusconi sarebbe inconcepibile.Così come non si potrebbe capire che la Chiesa si dividesse in Italia tra Conferenza episcopale, segreteria di Stato, giornali cattolici e popolo fedele, sulla questione della maggiore o minore copertura da dare al governo Berlusconi, fino al limite di un rapporto simoniaco come quello contro cui si sarebbe messa anche “la celeste intercessione di Celestino V” di cui parlava Giancarlo Zizola nell’ultimo numero di Rocca.
Del resto se la Chiesa ha sentito il bisogno di ricordare all’Italia che per l’art. 54 della sua Costituzione quanti sono investiti di funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle “con onore”, si può anche ricordare alla Chiesa che secondo il Concordato del 1984 lo scopo della sua collaborazione con lo Stato non è un qualsiasi utile ecclesiale ma è “la promozione dell’uomo e il bene del Paese”.
Ma in che cosa il “modello Berlusconi” è letale per la qualità dell’Italia?
Non perché egli è ricco, ma per il modo in cui si è acquistato le ricchezze.
Non perché ha il potere, ma perché lo mischia coi soldi e lo usa per sé. Non perché ama le donne, ma perché ne acquista il corpo.
Non perché è un don Giovanni, ma perché mentre quel cavaliere le sue 1003 fanciulle le seduceva a una ad una, a lui invece sono portate a gruppi di venti.
Non perché nomina a suo beneplacito parlamentari europei, deputate, ministri e stallieri, ma perché le ragioni di queste scelte non hanno nulla a che fare con i rispettivi uffici. E infine perché tutto ciò non è ristretto all’ambito privato.
L’accusa ai critici di invadere la privacy di Berlusconi, di intromettersi nella sua vita e di approfittare di suoi fatti personali per attaccarlo nel suo ruolo pubblico, è infondata.
Il fatto che a tutte le ragazze fossero prescritti abitini neri e un trucco leggero, e che ci fosse un via vai di aerei privati e macchine schermate e che alle commensali fossero assegnati ruoli e paghe diverse, significa che a palazzo c’era una regia e anzi, trattandosi di palazzi del potere, che c’era un cerimoniale.
Il cerimoniale è il versante liturgico della vita pubblica. Il cerimoniale trasforma un incontro o un evento della vita reale in cerimonia, e la cerimonia in tradizione, e la tradizione in gesti così ripetuti che non c’è più neanche bisogno di discuterli, diventano costume. Forse è questo che voleva dire Berlusconi quando ha affermato che tra le maggiori innovazioni del suo governo, c’è quella di aver introdotto la moralità.
Raniero La Valle

sabato 22 agosto 2009

La mia Chiesa ritrovi se stessa e ascolti l’urlo di quei naufraghi


di don Giuliano Valllotto*

Sono le 3 di notte. Mi sveglio angosciato perché in sogno stavo affogando implacabilmente nell’acqua di un lago. La notizia del telegiornale della notte mi sta sconvolgendo e mi interroga sulle mie responsabilità. Mi domanda di reagire e di liberarmi dalle mie colpe. Lo faccio gridando perché è troppo per me sentirmi colpevole della morte dei miei 73 fratelli.

Tutti neri! Come avevo temuto quando fu approvata la legge sulla sicurezza e fu stipulato l’accordo infame tra Italia e Libia. I figli dell’Africa Nera sono i primi e finora i soli ad esserne vittime.

Così il razzismo italiano torna a riprendersi il suo volto più miserabile.

Devo gridare al ministro che si è vantato di aver bloccato gli sbarchi ed ottenuto dal Parlamento l’approvazione della legge sulla sicurezza: “Signor ministro non ordini nessuna inchiesta. Semplicemente, si dimetta! Non glielo chiedo per ragioni politiche, ma per ragioni di coscienza”.

La legge doveva avere il potere di dissuadere i migranti. Questi si sono messi e stanno mettendosi ugualmente in mare. Non sappiamo da dove. Ma quei provvedimenti hanno avuto il sicuro effetto di dissuadere i soccorritori, la decina di capitani di battello che pur vedendo gettare i morti in mare come vuoti a perdere hanno girato la faccia dall’altra parte per non vedere.

In questo momento sento il dovere di gridare anche alla gerarchia della Chiesa italiana perché ascolti l’urlo dei naufraghi. Non ho bisogno di altre spiegazioni sul buon samaritano. Ho bisogno di sapere se leggi e circolari che da un certo tempo vengono emanate dal nostro Governo stiano creando un popolo che volta la faccia dall’altra parte.

I 73 morti mi obbligano a gridare, a chiedere alla mia Chiesa che ritrovi se stessa e il suo compito di restituire al popolo italiano il suo cuore.

Ora che gli agghiaccianti e, da un certo tempo, non più nascosti desideri di vedere “i clandestini” colare a picco sono diventati realtà è arrivato il momento di gridare la profezia di Ezechiele: “vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”. (Ez. 36,26)

Non possiamo continuare ad essere complici di una cultura politica che sta guastando il cuore della gente. Non servono né gli inviti a cena, né le telefonate ammiccanti, né fumose dichiarazioni di principio per sottrarci alle nostre responsabilità.

Occorre riprendere con energia il ruolo profetico di cui tutti siamo investiti e che dobbiamo esercitare.

Quei morti non possono essere rimossi dalla coscienza di nessuno. C’è bisogno di liberarsi dalla colpa.

Chiedo perciò l’adesione ad una giornata di riflessione e, per chi volesse, di digiuno che partendo da motivazioni religiose, spirituali o umanitarie sproni il popolo italiano a recuperare il suo cuore di carne e contribuisca a dare un colpo di frusta ad una classe politica che sta perdendo se stessa e stravolgendo il quadro di valori umani e cristiani a cui, fino a qualche tempo fa, facevamo riferimento.

Il Gazzettino Sabato 22 Agosto 2009

* Incaricato per i rapporti tra cristiani e musulmani della Diocesi di Treviso

giovedì 20 agosto 2009

La falsa verità del nonno superman


di EDMONDO BERSELLI

Ancora una volta Silvio Berlusconi tenta il gioco di prestigio: con un colpo di magia prova a fare scomparire la realtà. O almeno a colorarla con la vernice dei sogni. Sogni italiani, sogni casalinghi, sogni isolani. Da Villa Certosa, circondato da figli e nipotini, si mostra in una serie di foto ritoccate che gli tolgono dieci anni, e rilascia agli italiani la sua versione.

C'è una strategia ben precisa: ribattere il chiodo con sicurezza, in modo che l'Italia berlusconiana, e anche l'opinione pubblica più o meno neutrale, si rafforzi nell'idea che il premier è puro come un giglio. Naturalmente ciò che ha detto nell'intervista rilasciata a Chi, settimanale di proprietà, è stato studiato e calcolato con attenzione certosina. Il premier sostiene di non avere mai intrecciato ""relazioni" con minorenni" e di non avere mai "organizzato "festini"". Le sue cene, "simpatiche" erano "ineccepibili sul piano della moralità e dell'eleganza". Infine, spiega Berlusconi, "non ho mai invitato consapevolmente a casa mia persone poco serie".

Si tratterebbe innanzitutto di capire che cosa significa quell'avverbio "consapevolmente". Vuol dire che "inconsapevolmente" persone poco serie sono state ospiti di Palazzo Grazioli e di Villa Certosa? È un'ammissione involontaria? In ogni caso va messo agli atti che il premier insiste con la strategia delle verità distorte.

Indifferente a tutto, alle registrazioni con le escort e alle conversazioni telefoniche con il procacciatore Giampaolo Tarantini, Berlusconi modella il proprio racconto accusando i suoi nemici di avere montato un castello di "calunnie". Questa sottrazione di realtà gli viene facile perché da quando è emerso lo scandalo della prostituzione di regime i media televisivi controllati politicamente hanno fatto il possibile per imboscarlo. Il Cavaliere può raccontare a cuor leggero che anche la Cei e il suo organo di stampa, Avvenire, sono caduti nella trappola allestita dai suoi avversari, e che l'intero mondo cattolico è stato ingannato da un cumulo di bugie e di notizie false ai suoi danni.

Fin qui non c'è da stupirsi. Sono settimane che il premier si aggrappa ostinatamente alla sua versione, sicuro che la gente si convincerà che tutte le chiacchiere su di lui sono semplicemente gossip, pettegolezzo, calunnia, un caso di malevolenza politica organizzata. Ma forse per capire meglio la tattica berlusconiana è opportuno mettere a fuoco anche gli strumenti mediatici a cui è ricorso. Le foto famigliari pubblicate da Chi sono di impressionante chiarezza nelle intenzioni: si rilascia un'intervista a un settimanale popolare, per comunicare all'Italia del popolo e al Popolo della libertà che Berlusconi è un'immagine sacrale, un politico senza macchia. Le immagini con il nipotino di 22 mesi, o quella pensosa nello studio privato di Villa Certosa, intendono rappresentare il profilo di una figura esemplare e incorrotta, legatissimo alla famiglia nonostante le pratiche del divorzio da Veronica Lario, dopo "una vera storia d'amore" durata trent'anni.

Il "Nonno Superman", come lo chiamano in modo impegnativo i nipoti, non esita a proporsi come una figura insieme ricchissima e popolare, una guest star del suo giornale, del suo impero economico, di un'estate da favola. Non ci sono tabù estetici nello stile di un protagonista che impone la sua presenza dichiarandola insostituibile. Lo si riscontra osservandolo accanto a una fontana dal curioso stile assiro-nuragico, ma ciò che colpisce è il contesto di contenuto e di immagini del giornale domestico. Basta girare qualche pagina, infatti, e la figura del premier cede il passo alle specialità di un settimanale di pettegolezzi: gli spettacolari tatuaggi del macho Fabrizio Corona, le confessioni dell'ex tronista Costantino Vitagliano, le carezze hot tra Federica Pellegrini e il suo fidanzato Luca Marin.

Tutto questo potrebbe apparire una caduta nel trash, ma il giudizio sarebbe impreciso. Come sempre quando si trova in difficoltà, Berlusconi inventa la sua realtà virtuale, e cerca di uscire dalla trappola con un volteggio da acrobata. Inventa un mondo a colori che sorprende il pubblico, genera ammirazione, suscita solidarietà nei fan. Il berlusconismo non è semplicemente una patina di glamour su una modalità di vita. È una filosofia: una visione che mescola bugie, propaganda politica, interessi privati, fascino della ricchezza, costruzione dell'immagine, manipolazione delle opinioni. Con l'idea che in fondo, e in genere, Berlusconi siamo noi. O che dovremmo essere con lui. Che la società italiana deve accettare la mitologia creata da un capo benevolo e ferito dalla perfidia dei nemici. Di nuovo è "una storia italiana", come si intitolava l'epopea illustrata del berlusconismo. E anche questa volta smontare l'inganno non è facile, in un paese dominato dal conformismo e dalla sicurezza tracotante con cui i media padronali e di Stato si sono impegnati a occultare la realtà.

La Repubblica 20 agosto 2009

lunedì 17 agosto 2009

Quando ci chiamavano clandestini o «musi neri»

Gian Antonio Stella

Negli Usa eravamo «Wop»: without passport, senza documenti

Di qua Giorgio Napolitano e Gianfranco Fini, a chiedere per gli immigrati un po' di rispetto. Di là i leghisti. Spintisi con Umberto Bossi a liquidare il tema facendo di ogni erba un fascio: «Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare la gente». «Il ricordo delle generazioni che hanno vissuto l' angoscioso periodo delle migrazioni dalle regioni più povere dell' Italia», ha scritto il capo dello Stato nel suo messaggio, «deve costituire ulteriore motivo di riflessione sui temi della piena integrazione degli immigrati». «Il lavoratore merita rispetto anche se non ha il "papier", il documento», ha spiegato il presidente della Camera in visita in Belgio, «Poi ci si può dividere sulle politiche dell' immigrazione ma è inammissibile che si possa considerare il lavoratore non come un uomo o una donna che meritano rispetto, ma come momentaneo supporto di cui si ha necessità». Di più: «All' epoca gli italiani che lavoravano qui non erano extracomunitari perché la parola non era ancora stata inventata, ma qualche volta erano considerati diversi, "musi neri"». Di più ancora: «Quegli italiani non venivano solo dal Sud ma anche dal Nord Italia, come dimostra "l' anagrafe" della tragedia di Marcinelle» e sarebbe bene che questa «verità storica» fosse ricordata dagli «esponenti politici che rappresentano il Nord nel nostro Paese». Non l' avessero mai detto! Certo, «il lavoratore in quanto uomo o in quanto donna merita sempre rispetto», ha risposto Roberto Calderoli, «ma col dovuto rispetto va anche processato ed espulso, quando non sia in possesso dei requisiti necessari». E mentre il senatore leghista Gianvittore Vaccari rispondeva piccato che «noi eravamo andati a dare un contributo alle singole nazioni, quindi non solo per la mancanza di lavoro in Italia», Roberto Cota si è spinto più in là, dicendo che «l' introduzione del reato di clandestinità è la prima forma di rispetto e di chiarezza nei confronti di tutti» e che i nostri emigrati vanno ricordati «come esempio di chi rispettava le regole del Paese ospitante». Prova provata che, prima di sottoporre i professori alla prova di dialetto, è indispensabile introdurre nei programmi di scuola la storia della nostra emigrazione. Che i nostri nonni e i nostri padri non siano «mai stati clandestini» come si avventurò a sostenere anche Carlo Sgorlon, è una sciocchezza smentita non solo dalla memoria di quanti hanno vissuto l' emigrazione, dal nostro soprannome in America («Wop»: without passport, senza documenti) o dalle copertine della Domenica del Corriere che raccontavano di mamme travolte sulle Alpi da tempeste di neve come Angela Vitale che «si era messa in viaggio dalla lontana Sicilia con i suoi sei bambini», ma da decine di studi italiani e stranieri. Certo, in alcune fasi storiche e in alcuni paesi la nostra emigrazione è stata «anche» regolare e concordata con accordi bilaterali, ad esempio, quello con Bruxelles del 1946: «Per ogni scaglione di 1.000 operai italiani che lavoreranno nelle miniere, il Belgio esporterà in Italia: tonn. 2500 mensili di carbone...». Tuttavia anche in quegli anni c' erano due correnti parallele. Una di emigranti regolari, l' altra di clandestini. Che attraversavano le Alpi lungo i sentieri battuti nel 1947 dall' inviato del Corriere Egisto Corradi («passavano centinaia e centinaia di emigranti per notte: una volta ne passarono mille in poco più di ventiquattr' ore, con nidiate intere di bambini») in condizioni spesso così disperate che a un certo punto il sindaco di Giaglione, in alta Val di Susa, fu costretto a invocare un finanziamento supplementare alla prefettura di Torino «non avendo più risorse per dare sepoltura ai clandestini che morivano nell' impresa disperata di valicare le Alpi». Gli italiani, oltre ad avere conquistato la stima, la riconoscenza, l' affetto dei Paesi che hanno pacificamente «invaso», hanno «detenuto a lungo il primato dell' esodo clandestino», ha scritto Sandro Rinauro, docente alla Statale di Milano, nel libro Il cammino della speranza con il quale ha seppellito sotto tonnellate di documenti inequivocabili (258 note per il solo capitolo terzo, 262 per il quarto) tutti i luoghi comuni costruiti intorno alla tesi che «i nostri avevano sempre le carte in regola». E senza ricordare le esperienze estreme, come i 1.300 italiani morti nella guerra d' Indocina dopo essere stati in buona parte costretti ad arruolarsi nella Legione Straniera perché sorpresi dalla gendarmerie all' ingresso clandestino in Francia (come Rosario Caruso detto «Sarino», che passò il Piccolo San Bernardo con Egisto Corradi tirandosi dietro nella neve una valigia con 35 chili di fichi secchi) basti rifarsi ai dati ufficiali francesi del ' 57: «Degli 80.385 lavoratori permanenti giunti dalla penisola in quell' anno, 44.852 erano entrati regolarmente e 35 533 furono regolarizzati dopo che erano riusciti a penetrare impunemente». Vogliamo rileggere il rapporto del direttore della Manodopera straniera del ministero del Lavoro parigino, Alfred Rosier, alla fine del 1948? Dei 15.000 italiani presenti nel dipartimento agricolo del Gers, «il 95%» era «irregolare o clandestino». Quanto ai familiari, erano entrati illegalmente in Francia addirittura «il 90%». Come all' 80% erano entrati irregolarmente gli italiani censiti nell' area di Parigi dall' Institut national d' études démographiques. Di dov' erano? Anche qui ha ragione Fini. Ce lo ricorda, tra mille altri documenti, una relazione del Comitato di Italia Libera di Nancy consegnata alla Croce Rossa italiana di Parigi su 47 clandestini rifiutati e non regolarizzati (anche allora a molti imprenditori facevano comodo i clandestini da sottopagare...) perché deboli di salute. Venivano in ordine decrescente dalle province di Bergamo, Padova, Udine, Vicenza, Belluno, Verona, Treviso... Era il 1946. Ecco, nel giorno in cui entra in vigore una legge che solo pochi anni fa avrebbe colpito centinaia di migliaia di nostri nonni, padri, fratelli, val la pena di ricordarlo. O come minimo di riflettere su un punto: un conto è la durezza (sacrosanta) contro i delinquenti e la gestione, anche severa, dei flussi immigratori e un altro è sparare nel mucchio come ha fatto ieri il segretario della Lega fingendo di ignorare quanti extracomunitari perbene (che regalano all' Italia, tra parentesi, oltre il 9,2% del Pil) hanno fatto la fortuna di tanti imprenditori anche leghisti che mai si sognerebbero, come fece tempo fa lo stesso Bossi, di chiamare i neri «bingo bongo». Gian Antonio Stella RIPRODUZIONE RISERVATA I «sans papier» italiani I «Wop» a Ellis Island In fila verso la Francia Il Passo del Diavolo
Stella Gian Antonio
da Il Corriere della Sera

lunedì 29 giugno 2009

Lettera Aperta al Cardinale Claudio Hummes

Prefetto della Congregazione per il Clero

don Olivo Bolzon

San Floriano, Pentecoste 2009

Caro Cardinale,

anche per me sono “le due di notte” come quelle del suo amico arcivescovo di Recife Helder Camara.

Caro fra’ Claudio,

tante cose ci accomunano e nessun incontro con Te è stato casuale. Ti ricordo a Castelfranco, quando sei venuto a raccontarci dello sciopero dei metalmeccanici dell’ABC. Il posto scelto da te nelle trattative era accanto al povero Lazzaro. Lo sentivi come tuo di fronte all’epulone del potere che ti voleva al suo fianco e si scandalizzava che tu stessi dall’altra parte.

Eminenza reverendissima, prefetto della congregazione del clero,

Ci siamo rivisti a Fortaleza e poi a San Paolo, ero accompagnato da una piccola suora di 86 anni che anche oggi dorme nelle tende dei Sem-Terra e con loro condivide tutto l’amore di quei poveri così capaci di amore per la Madre Terra.

E’ buona educazione, me l’ha insegnato mio padre, rispondere alle lettere che si ricevono. In questi giorni due ne ho lette da parte tua, indirizzate anche a me, e proprio a me perché sono sacerdote da 54 anni. Tu le hai firmate: cardinale Claudio Humes prefetto della congregazione del clero. Sono state pubblicate da “Avvenire” del 27 e del 29 maggio.

Veramente la prima si rivolge all’Eminenza/Eccellenza reverendissima/ A loro essa ricorda chi siamo noi sacerdoti.

“Come vostra eminenza/eccellenza potrà constatare....” E poi ancora li interpella

“Eminenza/Eccellenza non mancherà di porre in atto, in spirito di cordialità collegiale ogni opportuna iniziativa...”

La seconda è più breve e diretta a noi: Cari Sacerdoti...

Desidero ringraziarla e assicurarla che è proprio questa chiesa cattolica dell’anno 2009 che io amo e che ogni giorno mi arricchisce di sogni che tengono viva la Speranza e gioiosa l’attesa dell’Incontro. Lei scrive che l’anno sacerdotale che si apre il 19 giugno sia “un anno positivo e propositivo... Un anno di rinnovamento della spiritualità del presbiterio e dei singoli presbiteri”.

Sento di ravvivare la fiducia che Lei ha comunicato esprimendo quello che tanti anni di sacerdozio hanno suscitato riempiendomi di gratitudine e dialogando un po’ con lei in clima di serenità e nella sincerità della parresia le affido il senso che hanno per me le sue affermazioni: “Si tratta di un evento non spettacolare, ma che si vorrebbe fosse vissuto soprattutto come rinnovamento interiore, nella riscoperta gioiosa della propria identità, della fraternità del proprio presbiterio, del rapporto sacramentale con il proprio vescovo”.

Nei miei sogni coltivo la speranza che le prime sommarie indicazioni si facciano sempre più segni concreti, semplici,quotidiani, in modo da aiutarci non solo a una conversione personale, ma anche a una costante conversione delle strutture ecclesiastiche che rendono tante volte difficile l’evangelizzazione in questo nostro tempo.

“Le strutture di peccato” nel mondo e nella chiesa diventano impedimenti alla salvezza del mondo, Il vangelo di Marco ci invita non solo a diffondere la Parola, ma a renderla visibile nei segni che essa produce: “quelli che avranno fede, faranno segni miracolosi...”

Giovanni XXIII ci ha aiutato a vivere la nostra spiritualità nell’accogliere e nell’obbedire ai “Segni dei tempi”.

Noi preti siamo frastornati da istruzioni, convegni, proposte, assediati dagli impegni più vari e a volte più strani. Ho sempre presente come luce che illumina le mie scelte l’intervista del Cardinale Ratzinger nel Regno-Attualità 4 del 1994. Ci aiuta a superare il pericolo di quei documenti che si moltiplicano, che pochi leggono e che sviano dall’essenziale. Trascrivo le sue parole per la loro attualità: “Quanto alla sua riflessione su Dio, mi sembra innegabile che esista un po’ troppa auto-occupazione della chiesa con se stessa. Essa parla troppo di sé, mentre dovrebbe di più e meglio occuparsi del comune problema:trovare Dio e trovando Dio trovare l’uomo.

Ciò che manca oggi non sono prima di tutto le nuove formule, ma si è piuttosto obbligati a constatare un’inflazione di parole che non hanno copertura di risorse auree.

Mi sembra tutt’ora innegabile una produzione eccessiva di documenti. Se la situazione della chiesa dipendesse dalla quantità di parole, avremmo oggi una fioritura ecclesiale mai vista... Sarebbe invece necessario darsi un tempo di silenzio, di meditazione e di incontro con il reale, per maturare un linguaggio più fresco nato da un’esperienza profonda e viva più capace dunque di trovare il cuore degli altri”

Non si potrebbe descrivere meglio e dare più importanti indicazioni per inoltrarci nel cammino di questo anno sacerdotale. E i segni mi sembrano attraenti e concreti.

Noi sacerdoti dobbiamo farci carico dei nostri vescovi. Anche loro sono sacerdoti e hanno bisogno di condividere con noi il cammino di libertà dei figli di Dio. Mi fa ancora sorridere un’assemblea di preti della mia diocesi in cui dialogavano il nostro vescovo e il cardinale Poupard. Sembrava una sfida di fioretto tanto era l’intensità nel tener alto il ruolo: Eminenza, diceva il Vescovo, Eccellenza riprendeva il Cardinale. Gesù diceva semplicemente “vi ho chiamati amici”. Nel quarto volume della”Storia del Concilio Vaticano Secondo” Alberigo riporta la proposta di un vescovo di abolire questi titoli. Ma non se ne è fatto niente. Si dirà che queste sono delle stupidaggini, ma come mai allora non riusciamo ad eliminarle?

Ancor più i nostri vescovi successori degli Apostoli devono essere aiutati a liberarsi di tanti inutili pesi. Il vescovo Helder Camara suggeriva a Paolo VI di lasciare il vaticano, licenziare la sua corte e vivere con maggiore semplicità più vicino agli uomini e alle donne.

I nostri palazzi vescovili sono onerosi monumenti che creano distanze e favoriscono rapporti più formali che personali. Potrebbero eliminare gli obblighi di rappresentanza che li sottomettono a una visibilità stressante come inaugurare asili, benedire banche, essere maestri tuttologi nei convegni e nei seminari. Sono persone umane e li rispettiamo nella misura in cui li aiutiamo ad esserlo nella quotidianità. Leggiamo negli Atti degli Apostoli: (6,2-4)

Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: <>.

Sarebbe bello che non avessero più alcuna responsabilità economica e a laici competenti fosse trasferito il necessario impegno e la piena responsabilità della gestione economica della chiesa locale. Un’aria nuova di libertà soffierebbe anche nei parroci, obbligati a prendersi per legge il peso di funzionamento delle opere parrocchiali: canoniche, asilo chiese ecc.

Potrebbe essere profetico questo anno sacerdotale nel senso di creare segni di comunione che rinnovano la nostra vita di presbiteri. Penso per esempio all’attrattiva del celibato che non ha nessuna parentela con la moda dei singles.

Da anni vivo con Marisa, non la serva del prete, ma un’amica ricevuta come dono gratuito. Portando la sua dote di femminilità e la sua esperienza educativa, mi aiuta ogni giorno di più a crescere nella reciprocità e a vivere nella grazia dell’amicizia, Così il nostro vivere diventa ricco di umanità ed aperto all’accoglienza di tutti. E’ un segno evangelico che ci porta a camminare insieme con il gruppo famiglie, a condividere con chi cerca il senso della propria vita e della fede, dal Marocchino che riprende a sperare in Allah e a frequentare la moschea, a Razia che ogni anno viene

dal Pakistan dove, unica donna nella sua diocesi, si occupa della liberazione delle donne. E’ la lettura popolare della Bibbia come l’abbiamo imparata nelle comunità di base del Brasile che ci occupa sia nei centri di ascolto parrocchiali, sia nel gruppo a livello diocesano del Segretariato di Attività Ecumeniche (SAE). E’ la porta aperta a tanta gente che ci aiuta a cercare insieme la Presenza del Consolatore in una umanità sempre più sofferente. Ho imparato così a vivere l’attrattiva del celibato, a non vederlo come problema, ma a riconoscerlo come attrattiva e forza di comunione. Certamente fa parte della spiritualità del prete e di tutta la chiesa e mi sembra che nella chiesa, in modo sereno e trasparente vada affrontato anche perché è grande risorsa ad accogliere quel segno dei tempi che la Pacem in Terris indica nell’umanità di oggi cioè la dignità della donna. E’ necessario nella chiesa il superamento concreto del maschilismo che tra l’altro blocca la persona del prete.

La nostra spiritualità domanda una crescita di comunione vera con tutti e con tutte, un cammino di umanizzazione da vivere sempre più incarnati in questa società.

Le diocesi si muovono verso forme organizzative nuove. Stanno emergendo soluzioni come le unità pastorali. E’ delicata ogni soluzione. Una riforma per razionalizzare e rendere l’azienda chiesa più efficace e concorrenziale della società laica, può risultare illusoria se non dannosa. Vivere la Parola incarnata è segno di salvezza e produce segni concreti e visibili. “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato... questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono nel mio nome” (Mc 24,14-18) Decidere e pianificare dall’alto senza coinvolgere tutta la chiesa, fare progetti fidando negli esperti e calandoli sulla base non è automaticamente segno di vita.

Gesù le dice: ”Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre.Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”.(Gv 4,21-24)

Se noi preti non cresciamo camminando insieme con la gente “fratelli tra i fratelli” (VAT.II P.O). Se usi e costumi del nostro vivere non sono chiaramente alternativi alla cultura normale, tutte le nostre esortazioni diventano luoghi comuni. Le comunità che subiscono le nostre decisioni diventano interessate solo all’efficienza dei nostri servizi. Penso alla nomina dei parroci, alla nomina dei vescovi cui resta totalmente estranea la comunità. Per rinnovare la nostra spiritualità di preti diocesani, c’è bisogno di cambiamenti strutturali profondi, che favoriscono rapporti nuovi di fraternità semplice, vera e trasparente. C’è bisogno che le parole diventino fatti, che la fede ispiri ricerche comunitarie che coinvolgono tutto il popolo di Dio non come consumatore, ma come produttore. Il cardinale che è diventato Papa avverte che “la chiesa è comunione di persone che per l’azione dello Spirito formano il popolo di Dio che è al tempo stesso popolo di Cristo.

Chi identifica Chiesa e gerarchia e chi riduce il popolo di Dio a un’idea sociologica contraddice la parola e lo spirito del Vaticano Secondo”. (Benedetto XVI in Avvenire 29 maggio 2009 p.18).

Permettimi un’ultima citazione che ci aiuta a rendere attraente e importante la nostra professione di preti e riempie di senso la nostra quotidianità. Diceva Papa Benedetto XVI nell’udienza di mercoledì 27 maggio: “Per Teodoro Studita una virtù importante al pari dell’obbedienza e dell’umiltà è la philergia cioè l’amore al lavoro in cui egli vede un criterio per saggiare la qualità della devozione personale: colui che è fervente negli impegni materiali, che lavora con assiduità, lo è anche in quelli spirituali”

Ho tentato di affidarti tante speranze e condividere la tua responsabilità soprattutto nel tuo lavoro per noi preti di cui ti ringrazio.

Se per caso passi nei nostri territori o hai voglia di respirare un po’ d’aria diversa da quella della città eterna, nel nostro Veneto e in casa mia l’ospitalità è sempre un dono grande che riceviamo.

Buon lavoro e cordiali saluti

Don Olivo Bolzon
Prete in pensione