martedì 11 maggio 2010

Vietato rassegnarsi: un invito ad alleggerire l'impronta ecologica dell' umanità

da DOC-2256. ROMA-ADISTA. C’è un solo modo per salvaguardare la nostra dignità di essere umani: non soccombere al senso di impotenza e di rassegnazione. Di fronte allo “sfascio” globale - determinato dall’incapacità di accettare una verità ovvia: che, cioè, non si può pretendere una crescita infinita in un pianeta finito - e di fronte al particolare “sfascio” di casa nostra – dove riscuote ancora un consenso significativo la parte politica che “manifesta crescente insofferenza, se non disprezzo, nei confronti di quei principi costituzionali che rappresentano la base della nostra convivenza civile – è di vitale importanza reagire con tutta la forza possibile “sia attraverso forme nonviolente di contestazione che attraverso un lavoro condiviso di approfondimento di quell'insieme di coordinate e scelte di vita che si vanno delineando per costruire un profilo di società ‘alternativa’ a quella esistente”. È quanto sottolinea l'economista e studioso della globalizzazione Cesare Frassineti, che, dopo aver evidenziato, in un recente intervento su Adista (n. 115/09), l’incompatibilità tra cristianesimo e capitalismo, passa ora in rassegna, nell’articolo che qui di seguito riportiamo, le strategie necessarie per “un’inversione del trend degenerativo nel breve e medio termine”. (c. f.)

Riprendiamoci il futuro
di Cesare Frassineti

Con un articolo recentemente pubblicato da Adista (n. 115/09), ho cercato di dimostrare l'incompatibilità tra il cristianesimo e il sistema capitalistico. Le reazioni che ho potuto raccogliere su questo tema sono state sostanzialmente positive, anche se accompagnate da una serie di interrogativi di cui il più ricorrente e sofferto è: che cosa possiamo fare?

È una domanda terribilmente seria, perché il disastro generato dal sistema di potere dominante è di una tale vastità da provocare un senso fortemente diffuso d'impotenza, che, in particolare nel nostro Paese, tende ad assumere il profilo degenerativo della “sindrome di Stoccolma” (identificazione della vittima con il violentatore).

È per me del tutto sconcertante che in Italia possa ancora riscuotere un consenso significativo la parte politica che avidamente si abbevera alle sergenti inquinate del più distruttivo neoliberismo e che manifesta crescente insofferenza, se non disprezzo, nei confronti di quei principi costituzionali che rappresentano la base della nostra convivenza civile.

È innegabile la gravità del degrado in cui ci troviamo a vivere. Ma incombe una domanda ineludibile: vogliamo subire questa deriva come gli interessi mercantili dominanti pretenderebbero, o vogliamo reagire per un elementare rispetto della nostra dignità di esseri umani? Non ho dubbi sulla necessità di reagire sia attraverso forme nonviolente di contestazione che attraverso un lavoro condiviso di approfondimento di quell'insieme di coordinate e scelte di vita che si vanno delineando per costruire un profilo di società “alternativa” a quella esistente.

Non è certo una smania di originalità che ha mosso questi percorsi culturali e operativi: è la sconcertante constatazione che, se dovessimo continuare con le categorie dominanti, la specie umana potrebbe entrare nel vortice del proprio annientamento.

All'origine dello sfascio, un problema da terza elementare: se la Terra su cui viviamo è finita, possiamo pretendere che debba alimentare una crescita infinita? È proprio in questa trappola infernale che ci sta trascinando il sistema socio-economico al potere nel mondo. Infatti, il capitalismo si inebetisce se non cresce sempre di più: o accumula o muore.

Ma il metabolismo sociale è un processo ben definito, come dimostra il calcolo dell’impronta ecologica. Gli esperti non a libro paga delle multinazionali hanno cioè misurato quanto l'umanità richiede alla biosfera in termini di terra ed acqua biologicamente produttive necessarie per fornire le risorse che usiamo o per assorbire i rifiuti che produciamo: se l'unità di misura è l'ettaro globale, quello con produttività pari alla media globale, l’impronta ecologica mondiale è di 17,2 miliardi di ettari, pari a 2,7 ettari globali pro capite. Se ci fosse qualche dubbio sulla vergognosa ingiustizia nella distribuzione delle risorse della Terra, basterebbe richiamare tre dati: l'impronta ecologica degli Stati Uniti è di 9,4 ettari globali pro capite; quella dell’ Italia di 4,8; quella dell’Etiopia di 1,4.

Il fenomeno più allarmante è dovuto all'accertamento che l'impronta ecologica mondiale dell'umanità ha ecceduto la biocapacità totale della Terra - sfruttiamo la natura, cioè, più velocemente di quanto essa non si rigeneri - fin dagli anni '80: questo “sorpasso” si è andato da allora sempre incrementando, tanto che, in base agli ultimi dati disponibili, la domanda (sfruttamento delle risorse) è stata del 30% superiore all'offerta (capacità rigenerativa della bioproduttività dei sistemi naturali). Se questo andamento dovesse persistere, raggiungeremmo il 100% nel 2030, con evidente effetto collasso.

In questa prospettiva, se consideriamo:

a) il fatto che risale a circa mezzo secolo fa il primo studio (“I limiti dello sviluppo” del prestigioso MIT di Boston) che dimostra come non sia possibile ottenere una crescita economica continua in un mondo che presenta limiti biofisici ben definiti;

b) il fallimento della Conferenza di Copenaghen sul cambiamento climatico che doveva affrontare i temi del recupero di efficienza dell'ecosistema,

è del tutto pertinente il richiamo all'immagine tragica di un'umanità che, come i passeggeri del Titanic, balla mentre la nave affonda.

Il tempo sta diventando terribilmente avaro e il vecchio adagio “la speranza è l'ultima a morire” non avrà più valore se non riusciremo a perseguire una destrutturazione profonda delle coordinate socioeconomiche tuttora dominanti.

Invertire il trend
La situazione complessiva è talmente compromessa da escludere interventi miracolistici: l'approccio per generare una inversione del trend degenerativo nel breve e medio termine non può che orientarsi verso l'assestamento del metabolismo sociale in una logica di equità nella ripartizione delle risorse disponibili: una strategia che tenda ad assicurare quel guadagno di tempo necessario perché possano svilupparsi filoni di ricerca scientifica e tecnologica che, finalmente liberi dalla follia della ricerca militare e dai condizionamenti soffocanti del regime dei brevetti, siano mirati a ristabilire rapporti innovativi e sostenibili nella sequenza ri-sorse/utilizzi/rifiuti.

L'elaborazione culturale alternativa all'esistente, pur sempre a cantiere aperto, è riuscita ad individuare le coordinate portanti di cui cerco di riassumere gli aspetti più significativi.

A - Possiamo iniziare dall’inderogabile superamento del modello economico ancora imperante fondato sull’espan-sione quantitativa (crescita continua), puntando sull'obiet-tivo del miglioramento della vita in termini qualitativi: in sintesi, passare dall'obesità per insaziabile fame di accumulazione all'efficiente snellezza della “sobrietà”, cioè la semplicità ed essenzialità dello stile di vita di ciascuno. Per dirla con il Mahatma Gandhi: “vivere semplicemente affinché gli altri possano semplicemente vivere”.

B - È impellente una riconsiderazione di cosa, come e per chi produrre, in quanto l'esaurimento ormai prossimo delle fonti energetiche non rinnovabili e l'urgenza di risanarne le devastazioni prodotte implicano almeno tre livelli di risposta:

a) intense campagne di risparmio energetico con tecnologie connesse;

b) strutture produttive mirate al soddisfacimento di bisogni effettivi, vitali, mandando ad esaurimento quell'indu-stria dell'inganno che è la pubblicità;

c) sviluppo sempre più intenso delle energie rinnovabili al fine di risanare la biosfera e assicurare, attraverso la crescita delle relative filiere produttive, significative opportunità di occupazione (come sta avvenendo in Germania).

C - In connessione con questi obiettivi e per facilitarne il conseguimento, si pone la necessità di tornare a pensare a lungo termine, cioè di programmare le scelte da compiere: non possiamo lasciarne l'esclusiva alle multinazionali, che programmano molto accanitamente i propri interessi, non certo quelli della collettività.

D - A proposito delle tematiche concernenti la collettività, mi sembra interessante richiamare, in estrema sintesi, i punti riguardanti la distribuzione della proprietà dei mezzi di produzione; il reddito di cittadinanza; la valorizzazione di quel fondamentale bene comune rappresentato dall'acqua.

Riconsiderare la proprietà dei mezzi di produzione
1) Per quanto attiene al primo punto, l'istituto giuridico della Società per azioni è fondato sul presupposto che i due fattori portanti dell'economia, il lavoro e il capitale, siano tenuti e gestiti da soggetti sociali diversi: da un lato i titolari della finanza e degli impianti (i capitalisti, appunto) e, dall'altro, i detentori della forza lavoro. Le dinamiche interne di potere sono venute sempre più dimostrando l'ingiu-stizia di fondo di questo istituto giuridico: non è per una sorte maligna che oggi nel mondo il 20% più ricco si appropria dell'86% della ricchezza prodotta. D'altra parte, la situazione si è progressivamente aggravata con l'esplosione delle multinazionali e la concentrazione di potere che ne è seguita, travolgendo ogni logica democratica nell’organizzazione socio-politica a tutto vantaggio degli interessi di una ristrettissima casta manageriale.

In quale direzione muoversi? Tendere a far coincidere nella stessa persona il fattore lavoro e il fattore capitale: l'istituto giuridico già esiste ed è la società cooperativa (art. 45 della Costituzione). Per una applicazione generalizzata il cammino è di lungo respiro perché implica, fra l'altro, un forte impegno educativo da perseguire attraverso la scuola pubblica, perché il mestiere di gestione di impresa possa diventare patrimonio non di caste esclusive ma del maggior numero possibile di persone.

Il reddito di cittadinanza
2) Per riguarda il reddito di cittadinanza (o di esistenza), si tratta di una questione direttamente connessa con la democrazia, che può vivere solo nella misura in cui ogni cittadino - in quanto essere umano - abbia diritto ad un reddito, calibrato sul minimo vitale, che gli consenta una capacità di autodeterminazione. Ciò implica, ovviamente, una politica fiscale decisamente ispirata all'equità nella distribuzione della ricchezza disponibile, compresa l'abolizione di quell'isti-tuto criminale rappresentato dai paradisi fiscali. Le modalità tecniche sono molteplici. Ciò che conta è che il dibattito e le esperienze concrete si sviluppino al massimo, specie in considerazione del processo in atto di precarizzazione invasiva dei rapporti di lavoro. Un processo che ha portato alla scomposizione del lavoro salariato in moltissime tipologie di mansioni produttive e in cui l'evoluzione tecnologica è venuta ad intrecciarsi con la selvaggia globalizzazione del-l'economia, con il conseguente e preoccupante indebolimento della possibilità di autotutela del fattore lavoro rispetto al fattore capitale.

Quest'ultimo, anche grazie al ricatto della delocalizzazione degli assetti produttivi nazionali, il cui esempio macroscopico è offerto dalle multinazionali occidentali che si sono insediate in Cina attivando circa il 60% del flusso di esportazioni di quel Paese, è infatti riuscito a subordinare ai propri obiettivi di profitto le esigenze, pur vitali, del mondo del lavoro, che registra, da almeno un ventennio, un andamento piatto della curva dei salari, nonché un progressivo incremento dei contratti a tempo determinato.

L’acqua bene pubblico
3) Infine, per quanto concerne la tematica dell'acqua, meritano un attento richiamo le modalità con cui si muovono quei poteri forti rappresentati dalle società multinazionali. È noto come queste ultime abbiano fatto fortuna perseguendo esasperate politiche oligopolistiche, nella più cinica contraddizione con le declamate virtù taumaturgiche del libero mercato, come evidenzia la storia delle “sette sorelle” operanti nel settore petrolifero. Orbene, il petrolio è in via di esaurimento e le istituzioni finanziarie, collegate a società multinazionali specializzate nel settore (Veolia, Ondeo, Saur, Acea, ecc.), hanno trovato nel bene acqua un prodotto (considerato una merce) su cui mettere le mani in quanto suscettibile (essendo indispensabile alla vita) di ottimi profitti. Nel nostro Paese, è diventato un tema di particolare attualità perché il Parlamento ha recentemente approvato la “privatizzazione” dell'acqua (cioè l'affidamento ai privati della gestione dell'intero ciclo dell’acqua, dalla captazione alla distribuzione). È un provvedimento coerente con l'ideologia tardo conservatrice cui si ispira l'attuale maggioranza politica, ma una vera aberrazione rispetto al contenuto valoriale del bene in questione. Nel Manifesto dell'Acqua redatto dal “Comitato Internazionale per il contratto mondiale sull'acqua” si dichiara: “In quanto fonte di vita insostituibile per l'ecosistema, l'acqua è un bene vitale che appartiene a tutti gli abitanti della Terra in comune. A nessuno, individualmente o come gruppo, è concesso il diritto di appropriarsene a titolo di proprietà privata”.

Ho richiamato questo tema perché mi sembra un argomento da manuale nell'esemplificazione delle possibili risposte alla domanda iniziale “che cosa fare?”. Sono stati depositati presso la Corte di Cassazione di Roma i quesiti per i tre referendum sull’acqua che puntano alla restituzione alla collettività della proprietà e gestione di questo bene pubblico vitale: considerata l'entità della posta in gioco, è superfluo sottolineare la necessità del massimo impegno nella campagna.

Per concludere, ritengo che la conversione radicale che ci viene chiesta per recuperare speranza di futuro possa consistere nel considerare la nostra soggettività unica ed irripetibile (la persona) come cellula interagente con miliardi di altre cellule similari che vanno a comporre unitariamente il grande corpo dell'umanità. Tutto sta nelle modalità con cui realizziamo l'interconnessione delle soggettività: se l'approccio si ispira a valori come la giustizia e la nonviolenza, la collettività si svilupperà positivamente; le opzioni contrarie, che possono riassumersi nell'egoismo individuale o di clan, non potranno che essere portatrici di tragiche negatività.

lunedì 10 maggio 2010

NON E’ QUI, E’ RESUSCITATO (Lc 24,5-6)

UN BEL DOCUMENTO DELLE COMUNITA' CRISTIANE DI BASE DEL PIEMONTE

Abbiamo un sincero rispetto delle molte migliaia di cristiani che in questi giorni vengono a Torino per vedere la sindone. Non giudichiamo la fede di chi, vedendo l’immagine di un corpo martoriato impressa in un vecchio lenzuolo, prova emozione, si sente confortato nella sua fede. Non ci permettiamo di giudicare la fede di nessuno.

Ne ci interessa argomentare sull’autenticità del “sacro lino” anche se concordiamo con chi ritiene che non abbia veramente avvolto il corpo di Gesù.

Come cristiani appartenenti a piccole comunità sparse per il Piemonte: a Chieri, Torino, Pinerolo, Piossasco, Alba, Cuneo, riteniamo che i vertici della chiesa cattolica abbiano perso una occasione per ricordare al popolo dei credenti che Gesù Cristo non lo incontriamo in un lenzuolo ma nella vita, nella sofferenza, nelle lotte e nelle speranze dei poveri perché Gesù è vivo, è presente nella storia.

Crediamo che non ci sia bisogno di immagini per vivere la fede, Dio si rivolge a noi con la forza della sua parola che ci richiama a cercarlo tra i vivi, a testimoniarlo tra le tante persone che vivono con fatica.

Riteniamo poi gravissima la scelta del vescovo di Torino di utilizzare la sua autorità per concedere alle donne che, nei giorni dell’ostensione della sindone, confessano a un prete di aver abortito, l’ automatica cancellazione della scomunica che, altrettanto automaticamente, era stata loro comminata. Gesù aveva affidato la responsabilità di “legare e sciogliere” alla comunità intera, in una relazione di amore reciproco che è il cuore della sua preghiera eucaristica, così come leggiamo nel Vangelo di Giovanni: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato” (Gv 15,12). Davanti a lui nessuno aveva tirato la pietra a quell’adultera... Invece questa responsabilità comunitaria è stata trasformata in un “potere” esclusivo dei “sacri gerarchi”.

Viene utilizzata l’occasione dell’ostensione per arrogarsi il diritto di condonare una scomunica data arbitrariamente su un tema così delicato che provoca enormi sofferenze alle donne che lo vivono.

Ci limitiamo a constatare quanto poco amore evangelico ci sia in queste assurde scelte della gerarchia.

La gerarchia della chiesa cattolica insiste nel culto delle reliquie, non ci stupisce ma ci amareggia profondamente, perché così facendo sposta l’attenzione dei fedeli dalla testimonianza alla superstizione.

Noi cristiani delle comunità di base del Piemonte, con umiltà, pensiamo che nell’oggi difficile che stiamo vivendo non dobbiamo cercare il volto di Cristo nelle immagini, nelle reliquie ma nel volto del nostro prossimo qualunque sia la sua razza o la sua fede. Solo tentando di vivere la fede in Gesù in questo modo nella fatica di tutti i giorni, possiamo essere un segno, una testimonianza utile a costruire una società meno divisa, più accogliente, più cristiana.

Le comunità cristiane di base del Piemonte

17 anni dalla morte Caro don Tonino, ho nostalgia di te


di Nichi Vendola

Caro don Tonino, faccio sempre il gioco di provare a guardare il mondo mettendomi dal punto di vista delle tue parole, inseguendo il tuo sguardo, inerpicandomi sulle vette delle tue domande rivolte al gregge ma anche ai pastori, smarrendomi lungo le latitudini sconfinate del tuo pensiero di Dio: del Dio che danza sulle gambe dei poveri, che si fa compagno piuttosto che giudice della storia umana, che carezza i perdenti e annuncia la novella di una resurrezione dalla morte, che stringe un nodo potente tra il divino e l’umano, tra il tempo e l’eternità.

Ma penso che i tuoi occhi, a poter vedere in rapida sequenza il film di questi anni cupi che ci separano dalla tua scomparsa, sarebbero abbagliati dalla luce sporca dello scandalo.

Siamo in un punto buio della notte, ci siamo pure persi la sentinella biblica a cui chiedere notizie sull’arrivo di una agognata alba, forse ci siamo abituati alle luci artificiali e il tempo dell’attesa (dell’Avvento) si è come impigliato in un orologio da supermarket: una immensa nube tossica di oblio, di indolente distrazione, di colpevoli amnesie, assedia il nostro presente. Se non conosci il passato, il suo ritmo e la sua fatica, rischi di non imparare il confine tra il bene e il male, rischi di non imparare l’arte difficile del discernimento.

La coniugazione di Sant’Agostino dei tre tempi del presente (il passato del presente, il presente del presente, il futuro del presente) si sfrangia nell’attimo fuggente del vortice consumista. Il futuro è ipotecato dal virus produttivo ed esistenziale della precarietà. Il mondo è globale nelle truffe finanziarie ma è maledettamente territorializzato nelle patrie della purezza etnica o della solidarietà mafiosa e corporativa.

Vedi, don Tonino, io sento nostalgia struggente della tua voce e della tua cosmogonia, perché ho l’impressione che le cose si siano fatte molto più complicate. L’eroe del nostro tempo non è certo quel tuo samaritano o zingaro o beduino che dinanzi a una qualunque vittima (e dunque dinanzi al calvario di Cristo) «lo vide e ne ebbe compassione». Il sacerdote e il levita che hanno una certa fretta autostradale, lungo la Gerusalemme-Gerico della nostra quotidianità, saranno loro i nostri pedagoghi, la nostra fredda cattedra di realismo benpensante. Oggi vincono e convincono quelli che non hanno tempo per occuparsi di vittime, di poveri, di esuberi, di quelle «pietre di scarto» che nel Vangelo saranno le «pietre angolari» dell’edificio della salvezza: quelli che girano lo sguardo da un’altra parte, quelli che fingono di non vedere l’orrore, quelli sono gli eroi di cartapesta del nostro immaginario e della nostra etica pubblica.

Oggi gli afflitti vengono ulteriormente afflitti e i consolati ulteriormente consolati. Sembra un universo capovolto con un dio seriale e mediatico, talvolta usato come un sedativo o magari un eccitante spirituale, come un Internet teologico. La crisi del mondo scopre le proprie carte persino con uno sconosciuto vulcano islandese che, risvegliandosi ed eruttando, con la sua nube premonitrice avvolge l’intera Europa. Non c’è varco che indichi l’intangibilità della vita: l’economia appiccica prezzi e toglie valore alle persone, la mercificazione non ha senso del limite, anche i bambini sono merce-lavoro esposti a qualsivoglia violazione, i vecchi sono delocalizzati dalla finanza domestica e rottamati o esiliati, le donne pagano a prezzo salatissimo la rivendicazione della propria libertà (cioè della propria dignità), torna la stagione degli acchiappafantasmi. Ognuno ha la propria ossessione, il proprio fantasma da esorcizzare.

Torna, come se la storia si fosse del tutto ammutolita, la ruvida antropologia dell’antisemitismo, c’è chi vorrebbe metter su un Ku Klux Klan in versione padana, gli stranieri sono l’extra della nostra umanità, oltre che della nostra comunità: appunto, extra-comunitari. E poi clandestini. Figli di un altro dio, di nessun dio.

La pace di Isaia, il disarmo dei pacifisti, il digiuno che purifica, l’astinenza dall’odio: dov’è tutto questo, carissimo don Tonino? Dov’è la Pasqua della responsabilità sociale e della convivialità culturale? Anche la Chiesa spesso pare più vocata all’autodifesa che non all’annuncio. L’Annuncio, sì carissimo pastore, quello che tu hai saputo incarnare nella ferialità di un amore senza misura («charitas sine modo»): amore capace di giudizio storico, capace di passione civile, capace di condivisione radicale.

Tu sapevi essere la sentinella che annuncia l’alba. E i tuoi scritti, le tue preghiere, le tue sacre sfuriate, la tua dolcezza accogliente, erano fasci di luce che illuminavano i nostri passi. Ti ho scritto questa lettera in tono apocalittico, perché tu mi hai insegnato che bisogna denunciare il male non per stimolare cinismo e rassegnazione, ma per allenare la coscienza alla ricerca del bene, del giusto, del bello. Ora che comincio a misurare l’agenda dei miei ricordi in decenni, ora che mi capita di avere più confidenza con la tristezza dei lutti, ora sento più forte la tua voce (quella tua salentinità planetaria) che ci dice di rallegrarci, di saper scorgere il profilo dell’aurora anche quando ci si senta sprofondati nel buio degli abissi. Don Tonino, la tua santità continua a dare luce e calore. A me, a tanti. Sempre ci accoglie la tua ala di riserva.

(Tratto da: www.lagazzettadelmezzogiorno.it)

lunedì 3 maggio 2010

CLERICO LEGHISMO ALLE PORTE

Di Marcello Vigli


L’eccezionale interesse dei media, ovviamente ben giustificato, data la gravità dei fatti, per lo scandalo scoppiato intorno ai casi di preti pedofili, ha distratto l’attenzione da certi esiti della recente consultazione elettorale apparentemente meno rilevanti, ma ben più inquietanti per il nostro Paese.

Da un lato le gerarchie vaticane, in affanno nel disperato tentativo di negare le responsabilità per la passata omertà sui casi di pedofilia, non disdegnano di congratularsi per la vittoria delle forze antiabortiste. Esponenti della gerarchia italiana giungono a rivendicare il contributo dato con i loro interventi preelettorali alla sconfitta della Bonino e della Bresso. In verità si tratta in parte di millantato credito perché molto maggiore è stato quello offerto dagli errori nei programmi e dalle divisioni interne dei loro sostenitori.

Dall’altro la Lega Nord proclama la sua disponibilità ad ostacolare, se non ad impedire, l’uso della pillola RU 486. Si tratta di qualcosa di più di un’esternazione di due euforici neo Presidenti, per di più ben presto ridimensionata da loro stessi, se la si legge all’interno della costante difesa della presenza del crocefisso nelle scuole e nei tribunali, ben più convincente e aggregante del ritualismo celtico che è sempre stato una manifestazione folcloristica.

Da parte sua la gerarchia italiana non rifiuta lo scambio di favori offerto sulla pelle delle donne dalla Lega che, inebriata del successo elettorale, si proclama ferocemente antiabortista. Questa, ben radicata nelle campagne della padania, è un soggetto più presentabile di Berlusconi, specie nelle regioni “rosse”, dove la Lega pensa di espandersi. Non bisogna dimenticare che anche in esse la presenza dei partiti della sinistra si è molto indebolita e che la Lega può diventare, come lo è nel Veneto, l’unico interlocutore credibile delle Parrocchie.

È però una gerarchia indebolita quella a cui la Lega si offre come alleato fedele.

La difesa, fin qui maldestra, da parte del papa della sua condotta nei confronti delle ”mele marce”, il cui marciume aveva lui stesso condannato in tempi non sospetti, ha raggiunto il ridicolo con l’ultimo intervento del cardinale Bertone a Santiago del Cile. Questi ha affermato che "i numerosi scandali di pedofilia che hanno scosso la Chiesa cattolica sono legati all’omosessualità e non al celibato dei preti". Si è appellato all’opinione di numerosi psichiatri e psicologi che avrebbero dimostrato che non esiste relazione tra celibato e pedofilia e ad altri che avrebbero dimostrato che esiste un legame tra omosessualità e pedofilia. È stato così poco convincente che, nel resoconto dei suoi incontri cileni sull’Osservatore romano, non c’è traccia di queste sue esternazioni e che nel riferirne padre Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, ha cercato di ridimensionarne la portata affermando che si riferivano al solo universo ecclesiastico. Il 60 per cento dei

sacerdoti accusati di abusi su minori manifesterebbe un'attrazione per adolescenti dello stesso sesso. Se si aggiunge questa nuova “gaffe” a quella precedente che accostava l’attacco mediatico contro la Chiesa sulla pedofilia alla Shoah, viene da chiedersi che cosa rimanga nella Curia di oggi della proverbiale capacità diplomatica dei suoi dirigenti e funzionari.

Forse la Lega nella sua scelta non pensa a questa Curia. Probabilmente le sue mire sono molto più modeste ma ben più vantaggiose. Suoi interlocutori saranno non solo i parroci delle campagne padane e i fedeli tradizionalisti, ma Comunione e liberazione, forte del radicamento economico della Compagnia delle Opere ed anche il patriarca di Venezia, uno dei pochi ecclesiastici italiani che non si è identificato con la strategia che ha affidato la difesa dell’onorabilità dell’istituzione ecclesiastica alla teoria del complotto antipapale.

In questa prospettiva il clerico-leghismo può diventare un collante ideologico molto forte per il rafforzamento di quel soggetto politico nuovo che sembra emergere con forza dal successo elettorale della Lega avviata a trasformarsi in partito di governo. Non sarebbe la prima volta che la “in-cultura clericale” serve da incubatrice per la trasformazione dell’antistatalismo “cattolico” in cultura di governo ... autoritario.
Roma, 15 aprile 2010
da www.italialaica.it

Sull' Appello dei venti preti - Intervento di don Franco Marton


Dagli appunti sull'incontro :"è forte il senso di solitudine in cui si lavora...mi sento molto marginale all'interno della pastorale diocesana", "non sono riuscito nelle Congreghe a interessare e coinvolgere i confratelli...Solitudine e derisione fanno molto male'Y'la mia stessa comunità non ha condiviso, salvo qualche eccezione, la mia scelta. Con la tristezza di sentirmi un fallito", "nella situazione in cui mi trovo non so cosa fare...non so come venirne fuori", "mi sono eclissato dalla diocesi per una mia iniziativa...dobbiamo dare chiara l'impressione che siamo anche noi in fatica, senza pretese e arroganza", "chiediamo a tutti di voler scusare limiti e intemperanze che talora hanno reso forse meno credibili e accettabili le nostre scelte". Personalmente posso confermare la sensazione di isolamento che si è creata intorno all'appello. I preti che l'hanno letto sono stati in silenzio, magari rispettoso ma pur sempre silenzio. Qualche prete giovane ha giudicato i 20 impegnati a servizio dei poveri 'preti datati'. La reazione che ho raccolto è molto vicina a quella riservata ai tre Quaderni di cronistoria della Chiesa di Treviso, 1945-1985, Donilo Zanetti Editore : silenzio. Oppure a quella sentita davanti alla riproposizione di una riflessione sul Concilio : 'siete nostalgici'. Potremmo porci questa domanda: come uscire da un certo isolamento ecclesiale ? Vorrei suggerire prima qualcosa che riguarda i preti e poi qualcosa che riguarda i laici e le parrocchie.

A.Come rompere l'isolamento nel presbiterio ?

Avremo un'accoglienza benevola se saremo capaci di costruire con i preti relazioni personali intense e valide.
- La prima, elementare condizione è essere presenti lì dove loro sono ed esserlo con cordialità, anche se spesso tali incontri sono poco attraenti e interessanti. Restano però 'interessanti nella fede1, anche se non tutti 'attraenti', i nostri amici preti pur insensibili al discorso sui poveri. Dovremmo avere un presenza disinteressata e gratuita, che ci toglierebbe di dosso il marchio di 'élites' che qualche volta ci connota.
Chi ha conosciuto dom Helder Camera, il Vescovo dei poveri da molti (anche confratelli Vescovi) giudicato 'Vescovo rosso', può testimoniare il suo instancabile lavoro per costruire 'relazioni intense e valide' con tutti, anche con chi non condivideva la sua pastorale. E qualcosa sui poveri riusciva a far passare. Chi non l'ha letto, potrebbe essere consolato nelle sue fatiche ecclesiali per mettere i poveri al centro, dalla godibilissima lettura di H.Camara, Roma, due del mattino, Lettere dal Concilio Vaticano II, San Paolo 2008. Un uomo di comunione a servizio dei poveri.
- Dentro queste relazioni umanamente ricche dovremmo recuperare un sguardo di fede,indispensabile a sostenerle. Per Paolo tutti i cristiani sono "membra gli uni degli altri" (Rm 12,5). Già questo è misteriosamente esigente. Ma anche nel presbiterio siamo 'membra gli uni degli altri": in che misura? quali legami stabilisce tra noi il comune presbiterato? Ho l'impressione che su questo punto abbiamo riflettuto poco, nonostante tutte le nostre celebrazioni del Giovedì Santo e nonostante il Concilio.
-Forse non riusciamo a trasformare i nostri incontri tra preti in momenti in cui, almeno qualche volta, ci si 'dice la fede' : in questo clima potrebbe essere meglio comunicata la propria esperienza di servizio ai poveri.

Come proporre espressamente ai preti la necessità di 'porre i poveri al centro'?

- Se per noi l'incontro con i poveri è stato, come diciamo, un dono, una grazia, una rivelazione, che abbiamo ricevuto con gratitudine e umiltà, sarà da proporre agli altri , con la stessa umiltà 'senza arroganze', mettendo in conto che il 'dono' e la 'grazia' possano non essere concessi a tutti.
- Forse ci potrebbe servire la riflessione di Paolo sui 'deboli' e i 'forti' nella fede : cfr Rom 14-15. "Noi che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi" (Rom 15,1). Era aggettivamente vero che Paolo sui cibi e i calendari era 'forte nella fede' ( per grazia !) e che chi si preoccupava dei giorni e dei cibi era 'debole nella fede', non aveva ancora avuto il dono di una fede 'forte1. Si può considerare 'forte nella fede' anche chi ha ricevuto, per grazia, la rivelazione della presenza di Gesù nei poveri e 'debole nella fede', senza colpa, chi ancora non l'ha ricevuta ? Cosa può voler dire , in questo caso, "portare le infermità dei deboli" ? E possono essere ritenuti 'deboli nella fede1 anche quei cristiani di Corinto che non si accorgono di "umiliare i poveri" mangiando e ubriacandosi proprio durante la Cena del Signore : I Cori 1,17-34 ? Vanno condannati duramente come sembra fare Paolo o si possono trattare più benevolmente, come 'i deboli nella fede' di Roma ( che lo stesso Paolo tratta più benevolmente )?
- Quando le proposte concrete di mettere i poveri al centro di una comunità introducono conflitti e rotture, fino a dove si può o si deve spingere la profezia ? La scelta dei poveri può valere la comunione nella chiesa ?

B. Per porre i poveri al centro di una comunità cristiana

Non potranno bastare interventi o iniziative 'straordinari' come 'giornate'/raccolte', azioni su singoli casi: possono suscitare emozioni o anche entusiasmi, ma solo transitori. Tutto questo non va trascurato, tuttavia lo sforzo andrebbe concentrato nel dissodare il retroterra comunitario che porti progressivamente i poveri al centro. Il lavoro va misurato sui tempi lunghi , senza la pretesa di risultati immediati.
a. La Parola di Dio si diffonde sempre di più nelle nostre parrocchie, ma tale diffusione presenta normalmente un grave limite : si tratta di una lettura della Bibbia poco o per nulla legata alla vita. Si può dire che è una lettura 'spiritualistica'. Il legame con la vita o non avviene o si ferma alla vita individuale e familiare. Quell 'appello reciproco’ che si fanno il Vangelo e la vita di cui parlava Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi non risuona. Se il Vangelo è destinato alla vita personale e sociale dell'uomo e la vita è aperta di per sé al Vangelo e ne contiene germi,come e in quali spazi rendere operante questa 'complicità1 ?Solo una perseverante 'lettura'della Parola di Dio calata pazientemente nella vita porterà i poveri al centro della comunità. Su tutto questo sarebbe interessante studiare il Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio.
b.Le liturgie domenicali sono per lo più 'astoriche'. Bisognerebbe ripensare la Messa del giorno del Signore, lasciando che la storia irrompa nel rito stesso, senza dissolverlo o snaturarlo. E' possibile farlo, anche se richiede notevole preparazione di laici e preti. E' anche auspicato dal nostro Sinodo diocesano (626). Di domenica in domenica, una liturgia che 'trasuda storia' porterebbe 'spontaneamente' i poveri al centro insieme al Signore della storia.
c.C'è nelle nostre comunità una 'debolezza cristologica' che andrebbe superata. Il Gesù che ordinariamente comunica la catechesi e anche una certa liturgia è un Gesù 'staccato' dal Regno di Dio che è venuto a costruire. Ne risulta un Gesù spiritualizzato e privatizzato, che non è più quello dei Vangeli. Un Gesù senza Regno è un Gesù o senza poveri oppure con i poveri appiattiti sul 'prossimo' genericamente inteso e non centrali, come lo sono nel Regno che Gesù annuncia. E ci può essere anche un Regno senza Gesù o con un riferimento blando alla sua persona. E' il pericolo che può correre chi serve i poveri : nell'urgenza e durezza degli impegni,dimenticare che in loro è presente il Signore stesso che va accolto e 'contemplato'.
Don Franco Marton
Caravaggio, 27 gennaio 2010

venerdì 30 aprile 2010

Appello di venti preti della Diocesi di Treviso

In quanto credenti,
abbiamo dei doveri e delle possibilità
per portare abitualmente "i poveri" al centro delle nostre comunità cristiane ?


"Al povero dalla mano inaridita imbarazzato nel chiedere la grazia in giorno di sabato, Gesù dice: (Le 6,8). E'un comando esplicito alla comunità cristiana perché metta sempre il povero al centro dei suoi valori e della sua pastorale". (Mons. Raffaele Nogaro, vescovo).


Una ventina di preti diocesani che nel loro servizio pastorale hanno avuto l'opportunità e la grazia di accostare con una certa continuità e mettersi a servizio di svariate forme di disagio umano, da alcuni mesi si ritrovano assieme con un primo gruppo di laici, per valutare se Cristo e i suoi poveri non ci chiedano anche di comunicare all'intera comunità cristiana - magari con un discreto "passar parola" - certe scelte evangeliche che ci sembra di aver meglio scoperto accanto alla loro emarginazione e alle loro sofferenze.

Nella visione di Chiesa di S.Paolo, infatti, ogni singolo membro di questo corpo misterioso, per quanto apparentemente insignificante, ha un suo ruolo a vantaggio dell'intera comunità e deve valorizzarlo. Confessiamo che da tempo alcuni di noi sentono pesare questa attesa di Dio anche su di loro (pur riconoscendo i tanti nostri limiti - di cui chiediamo di volerci scusare - anche perché rischiano di offuscare la valenza della nostra testimonianza) per aiutare la nostra Chiesa diocesana a riportare i poveri al centro delle sue sollecitudini abituali.

Anche perché, nell'intenzione di Cristo, ogni comunità cristiana dovrebbe caratterizzarsi proprio per questa "scelta preferenziale" nei confronti di tutte le forme della debolezza umana che, altrimenti, rischiano di restare ai margini di una società del benessere. Lo sperimentiamo accanto alle persone ("vecchie" e "nuove" povertà) con cui lavoriamo: disabili intellettivi - malati mentali e depressi - anziani - carcerati ed ex detenuti - giovani sbandati o problematici - donne costrette a prostituirsi - immigrati - zingari - tossicodipendenti - alcoolisti. A cui, in questa crisi, vanno aggiunte le tante nascoste forme di povertà di persone che hanno perduto o non trovano il lavoro. Nonché il numero crescente dei non nati: embrioni, diagnosticati imperfetti nella diagnosi prenatale, che nel 92% non vengono fatti nascere.

Pare a noi di riscontrare anche in diocesi gravi diseguaglianze fra comunità e comunità nell'abituale, fattiva sollecitudine a favore dei deboli di turno del proprio territorio e questo proprio nei confronti di uno dei segni che, per tutte, dovrebbe costituire la garanzia dell'autenticità sia della loro fede, sia delle loro eucaristie. Per questo San Paolo diceva non vera l'eucaristia dei cristiani di Corinto e San Tommaso d'Aquino parlava di un "mendacium in sacramentum" (un falso nel sacramento) se e quando la Messa non apre alla solidarietà.

Tanto dolore umano, tante umiliazioni, tante forme di sopraffazione potrebbero essere eliminate o, per lo meno, alleviate se trovassero nel territorio una generalizzata solidarietà e protesta comunitaria. Sia in forza di quella solidarietà che l'uomo deve ad ogni altro uomo in difficoltà, sia, e in più, in forza di una fede che ci avverte che tutto quello che facciamo o non facciamo a difesa dei deboli di turno, Cristo lo ritiene fatto o non fatto direttamente a Lui stesso Tanto da avvertirci che proprio questo sarà il criterio in base al quale un giorno saremo giudicati e in conseguenza ammessi o esclusi per sempre dal suo Paradiso.

E forse - nel tentativo di trasmettere la vera fede soprattutto in questa società dell'indifferenza e di un diffuso egoismo - sarebbe necessario ricordare più spesso che Cristo venne al mondo soprattutto per correggere due gravi carenze della religiosità dell'epoca: un'idea scoraggiante del Padre presentato come giudice impietoso e austero e - altra fondamentale, diffusa carenza - la separazione e la pesante contraddizione fra un culto rigorosamente osservato e una vita pratica nella quale si continuava ad opprimere e sfruttare i tre strati sociali più deboli: l'orfano, la vedova e lo straniero. Due carenze non ancora superate nella religiosità di molti.

Con l'avvertenza - come raccomanda il Concilio di non continuare a dare "per carità" (e quindi in modo del tutto discrezionale, magari con i residui di bilancio...) "quello che è già dovuto all'uomo a titolo di giustizia" (Concilio Vaticano, A.A.8); umiliandolo. Perché la prima forma della vera carità cristiana è il rispetto della giustizia. Ed è soprattutto per questo che si avverte sempre più il bisogno di "politici" che abbiano davvero la passione per l'uomo e per la difesa dei suoi diritti. Esigendo, fra l'altro, l'effettiva applicazione delle tante normative già formalizzate a favore anche dei più deboli (a partire dalle molte "carte" sui loro diritti).

E' anche da ricordare che (per molti autori contemporanei) Cristo per diffondere la fede, ha voluto aver bisogno di una "società alternativa" (la Chiesa) dove "la novità cristiana" si esprimeva soprattutto nel fatto che ii forti e i potenti di turno si distinguevano nel servizio e nelle difesa dei più deboli. Segno di un mondo nuovo dove finalmente, al posto della prepotenza e dell'egoismo, le relazioni umane si caratterizzano per il rispetto e la solidarietà. Una Chiesa missionaria deve ricordare che questa "novità" - per Papa Benedetto XVI - è una delle condizioni per la sua rinnovata efficacia (vedi discorso del Papa nel Convegno ecclesiale di Verona).

Possono essere due e diverse le motivazioni individuali che portano a solidarizzare con i più deboli: la passione solidale dell'uomo nei confronti di ogni altro uomo che trovandosi in difficoltà ha bisogno di aiuto (motivazione laica); oppure una motivazione richiesta anche dalla fede (motivazione religiosa). Personalmente ritengo che la prima sia prioritaria e universale: non penso infatti che si debba mettersi a servizio dell'uomo solo per una esigenza di fede. Comunque, nonostante la possibile diversità di motivazioni, in concreto, si può e si deve collaborare. Papa Giovanni XXIII diceva: "Non chiedete agli altri da dove vengono ma dove vanno. E se vanno dove vai tu, cammina con loro".

Concludendo: qualunque possano essere gli sviluppi dell'iniziativa, ci sembra preliminare e determinante appropriarci personalmente di questa doverosa cultura della solidarietà, cercando le occasioni opportune per diffonderla. Saranno le situazioni concrete che poi provocheranno di volta in volta il nostro impegno ed esigeranno l'elaborazione di strategie concrete per l'efficacia dell'azione.

giovedì 22 aprile 2010

Quando l'istituzione diventa il centro

Il potere e il vangelo

di Eugenio Scalfari

È dalla donazione di Costantino che la Chiesa si dibatte tra l'attuazione del messaggio di Cristo e la difesa del potere temporale

Molti specialisti di Vaticano e di Chiesa hanno commentato i cinque anni di pontificato di Benedetto XVI il cui anniversario è ricorso il 19 aprile. Io non sono uno specialista di questioni vaticane né ecclesiastiche. È tuttavia evidente che la storia di un'istituzione bimillenaria di dimensioni mondiali interessa tutti ed i laici in modo speciale. Perciò sono anch'io partecipe di questo interesse e mi varrò, per introdurre i miei ragionamenti, delle parole del cardinale Carlo Maria Martini, al quale mi sento da tempo legato da sentimenti di grande considerazione. Le pronunciò in un discorso all'Istituto delle Scuole Cristiane a Roma il 3 maggio del 2007. Disse così: "A volte sembra possibile immaginare che non tutti stiamo vivendo nello stesso periodo storico. Alcuni è come se stessero ancora vivendo nel tempo del Concilio di Trento, altri in quello del Concilio Vaticano I. Alcuni hanno bene assimilato il Concilio Vaticano II, altri molto meno, altri ancora sono decisamente proiettati nel terzo millennio. Non siamo tutti veri contemporanei e questo ha sempre rappresentato un grande fardello per la Chiesa e richiede moltissima pazienza e discernimento".

La diagnosi di Martini - uno dei principi della Chiesa la cui lealtà verso Benedetto XVI fu determinante nel Conclave che lo insediò al vertice della cattolicità - mi ha dato materia di ampia riflessione. La terapia proposta da Martini è "pazienza e discernimento". Sono due parole generiche oppure contengono un profondo significato? Per comprenderne il senso m'è venuto alla mente il breve racconto che il cardinale mi fece in uno degli incontri che ho avuto con lui nel suo ritiro di Gallarate. Mi raccontò (l'ho già riferito a suo tempo) che nell'intervento da lui stesso pronunciato all'apertura del Conclave prima che le votazioni avessero inizio, ricordò ai suoi colleghi che compito del Conclave era l'elezione del Vescovo di Roma che in quanto tale avrebbe regnato sulla Chiesa come Pietro, vicario in terra del Signore. La prima e principale missione dei Vescovi della Chiesa apostolica è quella infatti di parlare alle genti proseguendo la predicazione evangelica e diffondendo la parola di Cristo. La missione pastorale. L'istituzione costituisce una sorta di guaina amministrativa, organizzativa, diplomatica, che custodisce il prezioso contenuto di quella predicazione. Detto più semplicemente: l'azione pastorale dei Vescovi è il fine, l'istituzione è il mezzo. Il fine deve sopravanzare il mezzo condizionandone l'azione e spetta al Vescovo di Roma mantenere la primazia del fine rispetto al mezzo.

Questa concezione tuttavia non ha quasi mai corrisposto alla realtà storica. La missione pastorale della Chiesa è sempre stata intensa e portatrice di frutti spirituali ed etici, ma la sopravvivenza e il rafforzamento dell'istituzione sono diventate, fin dai primi secoli, la preoccupazione dominante di quella che si chiamò la gerarchia ecclesiastica. "Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre", scrive Dante quando nella 'Commedia' affronta questo delicatissimo argomento. La donazione di Costantino fu il primo atto (vero o supposto importa poco) che dette base temporale al Papato e costituì il suo potere. Da allora la logica del potere è diventata il centro della Chiesa di Roma determinandone le scelte e relegando la missione pastorale in una posizione secondaria. Benedetto, Francesco d'Assisi, Gioacchino da Fiore, Antonio, Domenico e tutti i grandi santi che fondarono ordini mendicanti, concentrati nella predicazione o nella contemplazione e nella preghiera, conobbero le asperità di quel percorso e della convivenza con la gerarchia. I Papi furono innanzitutto i capi della gerarchia, i Vescovi si conformarono a quella prassi salvo casi sempre più rari.

Il Concilio tridentino dette forma moderna e funzionale alla Chiesa dentro la quale il brivido mistico diventò sempre più raro, la spinta verso la povertà sempre più sospetta, l'afflato comunitario sempre più fievole e i vizi propri del potere sempre più diffusi. Il Vaticano II ha rappresentato l'estremo tentativo di considerare il messaggio cristiano come un lievito da inserire nella cultura moderna, in una concezione pluralistica della società che preservasse la dignità della persona indipendentemente dalla sua fede religiosa. I diritti e i doveri della persona, la sua libertà, la sua responsabilità, la radice morale e l'amore del prossimo a confronto con l'egoismo e con la volontà di potenza. Questa visione metteva in discussione la gerarchia e il primato dell'istituzione. Perciò il Vaticano II fu dapprima frenato e poi reinterpretato; gli episcopati ricondotti entro la guida della gerarchia, gli equilibri ristabiliti all'insegna della continuità.

Il quinquennio di Benedetto XVI ha avuto finora questo significato. Lo scandalo dei preti pedofili è stato affrontato dal Papa con apprezzabile anche se tardiva severità; ma non ha inciso sul tema di fondo e non ha proposto la domanda decisiva: la Chiesa è il luogo dove si attua il messaggio di Cristo o dove si amministra in suo nome il potere della gerarchia?
(22 aprile 2010)