venerdì 13 febbraio 2009

Firma online la petizione tedesca contro la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani

«Per il riconoscimento incondizionato delle risoluzioni del Concilio Vaticano II»

 La revoca pontificia della scomunica dei vescovi della Fraternità tradizionalista S. Pio X, resa nota il 24 gennaio 2009, ha per i sottoscritti il significato della riammissione di persone che si sono riconosciute e ancora si riconoscono apertamente avversari delle riforme avviate con il Concilio Vaticano II.

Di fronte alle esternazioni antisemite e alla negazione dello sterminio nazista degli ebrei da parte del vescovo Richard Williamson e dei suoi seguaci condividiamo l’indignazione delle nostre sorelle e dei nostri fratelli di fede ebraica. Prendiamo inoltre atto del fatto che l’atteggiamento della Fraternità S. Pio X nei confronti dell’ebraismo, nella sua globalità, non corrisponde alle esigenze avanzate dal Concilio relativamente al dialogo ebraico-cristiano. Accogliamo con soddisfazione le dichiarazioni in questo senso della Conferenza Episcopale Tedesca e del Zentralkomitee der Deutschen Katholiken [«Comitato centrale dei cattolici tedeschi»], così come le chiare prese di posizione della Conferenza Episcopale Francese e di altri vescovi.

I sottoscritti ritengono essere un segnale non casuale il fatto che papa Benedetto XVI abbia compiuto questa revoca in diretta prossimità temporale – con tutto il suo simbolismo – con il cinquantesimo anniversario dell’annuncio della convocazione del Concilio Vaticano II da parte di papa Giovanni XXIII. Questo passo indietro fa temere che alcuni settori della Chiesa cattolica si chiudano a riccio su posizioni di rifiuto completo di ogni modernità. Un passo indietro con cui si consente a questi settori della Chiesa cattolica romana – accanto a molti altri – di rifiutare apertamente lo spirito e la lettera di significativi documenti del Concilio Vaticano II, come il decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, la dichiarazione sulle religioni non cristiane Nostra Aetate, la dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae e la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes. Attualmente non è possibile prevedere l’entità delle gravi conseguenze di questa decisione per la credibilità della Chiesa cattolica romana. Ma con ogni probabilità il prezzo da pagare sarà molto alto.

Con tutto il rispetto verso gli sforzi del papa tesi all’unità della Chiesa, ci sembra particolarmente scandaloso che il nuovo riavvicinamento del Vaticano a questo movimento tradizionalista e scismatico sia avvenuto, con tutta evidenza, senza formulare alcuna precondizione. Ancora nel giugno 2008, in occasione del ventesimo anniversario della scomunica di Lefebvre, la fraternità sacerdotale rifiutò l’esortazione della Santa Sede alla riconciliazione teologica e politico-ecclesiale, non ottemperando all’invito di Roma a sottoscrivere una dichiarazione in cinque punti con le condizioni per una possibile reintegrazione nella Chiesa romana.

Il ritorno alla piena comunione con la Chiesa cattolica può essere possibile soltanto se le risoluzioni del Concilio Vaticano II verranno riconosciute incondizionatamente, con le parole e con i fatti, come pretende anche il motu proprio Summorum Pontificum sul rito tridentino.

Finché il Vaticano si sforzerà solamente di riportare all’ovile le «pecorelle smarrite» dei settori tradizionalisti della Chiesa, senza rimuovere anche altre scomuniche, senza rivedere gli interventi nei confronti di teologhe e di teologi riformatori e senza essere disponibile al dialogo con tutte le aree che nel mondo si impegnano per la riforma, la barca della Chiesa cattolica romana non potrà che subire pesanti sbandamenti.

Essen, 28 gennaio 2009

 Prof. Dr. Norbert Scholl, Angelhofweg 24b, 69259 Wilhelmsfeld ed altre decine di primi firmatari di teologi e cattolici di base

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Una linea diversa sul caso Englaro

Mons. Casale: «Io dico che Eluana ha finito di soffrire»

di Roberto Monteforte

Escludo che per Eluana si possa parlare di omicidio. Rifiuto questa lettura perché, come molti altri, ritengo che quando c'è la dichiarazione di volontà di rifiutare l'accanimento terapeutico, si rifiuta un intervento tecnico e si lascia che la natura faccia il suo corso. Come si può parlare in questo caso di eutanasia in questo caso?» È lineare il ragionamento di monsignor Giuseppe Casale, vescovo emerito di Foggia. Con serenità ribadisce il suo punto di vista sul caso Englaro. Un punto di vista molto diverso da quello di altre voci anche autorevoli della Chiesa, per le quali non vi sarebbe dubbio, quello di Eluana è stato omicidio, eutanasia.

 

Eppure nella Chiesa c'è chi si dice sicuro che la sospensione di alimentazione e idratazione sia eutanasia..

«Molti medici ritengono che l'idratazione e l'alimentazione forzata siano un medicamento. Non si tratta di un dar da magiare o da bere, ma di nutrire medicalmente con un sondino, con una miscela o altro che servono a tenere il corpo in vita. È alimentazione articificiale. Se uno la rifiuta, lasciando che la propria vita vada avanti secondo quello che è il pensiero di Dio, la sua volontà e la natura, allora quello che rifiuta è l'accanimento terapeuetico. Nel caso in cui non ci siano più prospettive o possibilità di una vita nuova, perchè ormai la lunga degenza esclude questa ipotesi, si tratta di affidarsi al corso della natura. Non è assolutamente eutanasia. Affermarlo è forzare le cose. È dare seguito ad interpretazioni politiche esasperate e unilaterali, forzate con questo vizio d'origine. Ci rifacciamo tanto alla natura e alle sue leggi e in questo caso ritieniamo che le sue leggi debbano essere violate? Diciamo che ci vogliono gli interventi tecnologici o biotecnici?».

 

Eppure la polemica monta nel paese. Non le pare che ci sia il rischio di una lacerazione profonda nella società?

«Dobbiamo lavorare perché si crei una nuova mentalità. Davanti alla morte di questa giovane creatura dobbiamo essere indotti a riflettere. A liberarci dai pregiudizi e dagli interessi di parte. Se dovessi dire il mio pensiero chiederi al Signore di tenermi in vita finché è possibile. Mi affiderei alla sua bontà. Aspettando che mi chiami. Non rinuncerei a seguire le cure che i medici mi consigliano, ma non vorrei trovarmi nella condizione di essere affidato a delle tecniche che prolungano artificiosamente la vita. Vorrei viverla ricca almeno di un rapporto con gli altri. Ho assistito molti ammalati terminali. Sino al momento in cui vi è possibilità di comunicazione con lo sguardo, con un canto, con un tocco della mano allora sì che c'è una comunicazione, che c'è la vita. Ma non è questo il caso che stiamo esaminando...».

 

Il mondo cattolico protesta vivacemente...

«C'è stata tutta questa mobilitazione. Io che sono uomo libero rifiuto di farmi mobilitare».

 

Lei è una voce fuori dal coro...

«No. Sono nel coro che è la Chiesa cattolica. Sarò forse un solista. E i solisti mettono in evidenza alcuni aspetti della partitura. In questo coro io ho voluto mettere in evidenza un'aspetto: quello della libertà della persona, quello della vita che è vita quando è fatta di relazioni, quello del rispetto della volontà anche quando non è espressa con un atto formale, come è stato per questa giovane donna che lunedì sera ha concluso il suo cammino. Rifiuto qualsiasi forma di "intruppamento", di mobilitazione, di crociata. Perché le crociate hanno lasciato brutti segni nella storia della Chiesa».

 

Come costruire il "dopo Eluana"?

«Evitando di cadere nel tranello dei marpioni della politica sempre pronti a tirare l'acqua al loro mulino. Non è giusto usare strumentalmente un caso così drammatico per fini che non sono neanche politici, ma di rivincita di un gruppo sull'altro. Dobbiamo avere la dignità di uno sguardo nuovo della politica che rispetti le persone, che vada nella direzione della "polis", la città al cui servizio noi siamo».

 

Come arrivare ad una legge sul testamente biologico che aiuti a definire il "fine vita"?

«Attraverso un confronto che rispetti le etiche diverse e la libertà delle opinioni. In un regime democratico la libertà va costruita nel rispetto reciproco e nell'accoglienza delle varie esperienze. Soprattutto nel rispetto delle persone che soffrono. E non credo che Bettino Englaro abbia fatto quello che ha fatto senza passare attraverso una grossa sofferenza. Abbiamo il dovere di rispettarlo e lui ha il diritto al nostro rispetto e alla nostra amicizia».

dall’ Unità, 11 febbraio 2009

 

 

“Rispetto il papà: ha voluto provocare le coscienze”

intervista a Mons. Giancarlo Maria Bregantini a cura di Giacomo Galeazzi

in “La Stampa” dell'11 febbraio 2009

 

«Sono vicino a Peppino Englaro che invece di ricorrere a sotterfugi è sempre stato corretto e ha creduto nella giustizia. Bisogna apprezzare la sua rettitudine». L’arcivescovo Giancarlo Maria Bregantini, 60 anni, trentino, commissario Cei del Clero e della vita consacrata, per tre lustri presule anti-clan a Locri e due anni fa promosso alla guida dell’arcidiocesi di Campobasso, tende la mano al papà di Eluana che, invece, secondo Avvenire «si è fatto giudice e boia».

 

Peppino Englaro «boia», come attacca il giornale della Cei?

«Ora è proprio il caso di abbassare i toni e riflettere con maggiore pacatezza ed equilibrio. E senza dimenticare mai che la misericordia è la nota dominante che permea tutto il Vangelo. Come credenti dobbiamo stringerci attorno alla famiglia Englaro che per 17 anni ha sofferto un atroce calvario e ora sperimenta il dolore più lancinante. Sul piano soggettivo e a livello personale, dobbiamo tutti comprendere una situazione altamente dolorosa che si è conclusa in modo triste. Io avrei preferito che Eluana fosse affidata sempre più alle suore e continuare a starle vicino accompagnando questo padre così provato e meritevole di profondo rispetto».

 

Qual è il merito del papà di Eluana?

«Peppino Englaro è stato grande nell’aver voluto una soluzione legale senza mai cercare scorciatoie sotto banco. Personalmente non avrei trasferito Eluana a Udine, ma non pronuncerò mai condanne contro la famiglia Englaro né farò campagne. Va rispettato il dolore personale, soggettivo di un padre che si è fidato della giustizia ed è stato esemplare nel rifuggire dai sotterfugi. Di tanti casi simili a quello di Eluana non si è mai saputo nulla perché si sono fatte le cose di nascosto. Al contrario, Peppino Englaro, con la sua rettitudine, ha voluto provocare le nostre coscienze, perciò merita rispetto sul piano personale e della modalità d’azione. Ci ha posto di fronte ad un macigno sul quale bisogna riflettere».

 

Oltreché contro Peppino Englaro, le associazioni cattoliche puntano l’indice contro Napolitano per la mancata firma sul decreto «salva-Eluana». E’ d’accordo?

«No. Il Capo dello Stato aveva motivazioni certamente fondate per non firmare. Era la sentenza dei giudici a non essere accettabile per la morale cattolica, non certo la mancata firma del presidente Napolitano. Piuttosto il Parlamento poteva essere più lungimirante e assumersi prima il compito di legiferare sul fine vita e non pretendere di risolvere tutto in poche ore. Adesso bisogna cogliere la provocazione positiva di Peppino Englaro. Ha anche chiesto la benedizione di Eluana, che va accolta con grande misericordia tra le braccia della Chiesa. Avremmo dovuto camminare più insieme alla famiglia Englaro, accompagnarla di più in questi anni. Eluana potrebbe essere la nostra mamma, la nostra sorella, una persona a noi cara. Non dobbiamo lasciare sola la famiglia Englaro».

L’ETÀ DELLA RESTAURAZIONE

di Hans Küng

Il presidente Barack Obama è riuscito in poco tempo a tirar fuori gli Stati Uniti da un clima di abbattimento e da una congestione di riforme, presentando una visione credibile di speranza e introducendo un cambiamento strategico nella politica nazionale e estera di questo grande Paese.

Nella Chiesa cattolica le cose stanno in modo diverso. Il clima è oppressivo, la montagna di riforme paralizzante. Dopo i suoi quasi quattro anni di pontificato molti vedono papa Benedetto XVI come un altro George W. Bush. Non è una coincidenza che il papa abbia celebrato il suo 81.mo compleanno alla Casa Bianca. Sia Bush che Ratzinger sono assolutamente impermeabili in materia di controllo delle nascite e aborto, non orientati a compiere alcuna seria riforma, arroganti e non trasparenti nel modo in cui esercitano il loro incarico, limitando le libertà e i diritti umani.

Come Bush a suo tempo, anche papa Benedetto sta soffrendo una sempre maggiore mancanza di fiducia. Molti cattolici non si aspettano più nulla da lui. Peggio ancora, con la revoca della scomunica di quattro vescovi tradizionalisti consacrati illegalmente, tra cui uno che notoriamente nega l'Olocausto, Ratzinger ha confermato tutte le paure venute a galla quando è stato eletto papa. Il papa favorisce persone che ancora rifiutano la libertà di religione affermata dal Vaticano II, il dialogo con le altre Chiese, la riconciliazione con l'ebraismo, un'alta stima dell'islam e delle altre religioni del mondo e la riforma della liturgia.

 

Allo scopo di far progredire la "riconciliazione" con un esiguo numero di tradizionalisti ultrareazionari, il papa rischia di perdere la fiducia di milioni di cattolici in tutto il mondo che continuano ad essere fedeli al Vaticano II. Il fatto che sia un papa tedesco a fare questi passi falsi acuisce i conflitti. Le scuse a posteriori non possono rimettere insieme i pezzi.

Nell’adottare un eventuale cambiamento di percorso, il papa avrebbe lavoro più facile di quello del presidente degli Stati Uniti. Non ha il Congresso alle spalle come organismo legislativo né una Corte suprema come organismo giudiziario. È il capo assoluto del governo, legislatore e giudice supremo nella Chiesa. Se volesse, potrebbe autorizzare la contraccezione dalla sera alla mattina, potrebbe permettere ai preti di sposarsi e alle donne di essere ordinate prete e anche la comunione eucaristica con le Chiese protestanti. Che cosa farebbe un papa che agisse nello spirito di Obama? Chiaramente, come Obama egli potrebbe:

1. affermare con chiarezza che la Chiesa cattolica si trova in profonda crisi e identificare il cuore del problema: molte assemblee di fedeli senza preti, un numero insufficienti di nuovi candidati al sacerdozio, un collasso strisciante di strutture pastorali in conseguenza di impopolari fusioni di parrocchie, collasso che si è sviluppato lungo secoli;

2. proclamare la visione di speranza di una Chiesa rinnovata, di un ecumenismo rivitalizzato, della comprensione con ebrei, musulmani e altre religioni del mondo, ed una valutazione positiva della scienza moderna;

3. riunire intorno a sé i colleghi più competenti - non yesmen, ma menti indipendenti - supportate da esperti qualificati e privi di timori;

4. dare il via immediatamente ai più importanti provvedimenti di riforma tramite un decreto ('ordine esecutivo') e

5. convocare un concilio ecumenico per promuovere il cambiamento di percorso.

Ma che deprimente contrasto!

Mentre il presidente Obama, appoggiato da tutto il mondo, guarda avanti ed è aperto alla gente e al futuro, questo papa si sta orientando più che altro all'indietro, ispirato dall'ideale della Chiesa medievale, scettico sulla Riforma, ambiguo sui moderni diritti alla libertà.

Mentre il presidente Obama si preoccupa di stabilire una nuova cooperazione con partner e alleati, papa Benedetto XVI, come George W. Bush, è intrappolato nel suo pensare in termini di amici e nemici. Snobba i cristiani delle Chiese protestanti rifiutando di riconoscere queste comunità come Chiese. Il dialogo con i musulmani non è andato oltre un riconoscimento del "dialogo" a parole. Le relazioni con l'ebraismo, bisogna dirlo, sono state profondamente danneggiate.

Mentre il presidente Obama irradia speranza, promuove attività civili e fa appello ad una nuova "era di responsabilità", papa Benedetto è imprigionato nelle sue paure e vuole limitare per quanto possibile la libertà umana, allo scopo di inaugurare una "età della restaurazione".

Mentre il presidente Obama va all'offensiva usando la Costituzione e la grande tradizione del suo Paese come fondamento per coraggiose riforme, papa Benedetto interpreta i decreti del Concilio di Riforma del 1962 nella direzione contraria, all'indietro, guardando al Concilio conservatore del 1870.

Ma poiché con ogni probabilità papa Benedetto XVI non sarà mai un Obama, per l'immediato futuro abbiamo bisogno:

I. di un episcopato che non nasconda i problemi manifesti della Chiesa ma ne parli apertamente e li affronti con energia a livello diocesano;

II. di teologi che collaborino attivamente per una visione al futuro della nostra Chiesa e non abbiano paura di dire e di scrivere la verità;

III. di pastori che si oppongano ai pesi eccessivi costantemente imposti dalla fusione di tante parrocchie e che con coraggio assumano le loro responsabilità pastorali;

IV.  in particolare di donne, senza le quali in molti luoghi le parrocchie collasserebbero, che sfruttino fiduciosamente le possibilità della loro influenza.

Possiamo farlo davvero? Yes, we can.

da 
la Repubblica" del 7 febbraio 2009

LA CROCIATA LEFEBVRIANA

di don Olivo Bolzon

Ho apprezzato molto la vostra puntuale informazione e ri­flessione sul grave proble­ma del vescovo e del prete lefebvriani. Ho anche senti­to piena adesione alle pun­tualizzazioni del nostro ve­scovo, del vicario generale e del delegato diocesano dell'Ecumenismo sulla questione. Vorrei aggiunge­re un mio «perché» a questa improvvisa posizione nega­zionista in questo momento.

La situazione mondiale sta conoscendo un decisivo decli­no delle dottrine di Bush, la sua divisione fra stati buoni e stati canaglie, la sua dottri­na sulla guerra permanente come unica difesa al terrori­smo.

La grande crisi segna nuo­ve speranze, l'assoluto dell'e­conomia non salva, i potenti non sono più in grado di da­re speranza di vita. Ed è in questa realtà che nasce il mio perché, perché i lefebvriani rientrano nella chiesa, che avevano tanto criticato e poi abbandonato.

La misericordia di Benedet­to XVI che toglie la scomuni­ca è certo un fatto determi­nante per l'azione pastorale della chiesa. Ma i lefebvriani ritornano per una vera con­versione al cammino concilia­re o per una crociata anti-conciliare dall'interno della chie­sa?

La loro nascita è il rifiuto del Concilio, qualcosa di to­talmente negativo. Il loro fon­datore è morto rifiutando ogni serio rapporto con la chiesa di Roma e anzi sfidan­dola in maniera aperta con la consacrazione di quattro vescovi. La pazienza di Roma ha premiato alcune loro atte­se: la Messa preconciliare in latino, ora la rimozione della scomunica, il continuo ascol­to per una riconciliazione.

Ma che significato ha que­sto cammino per le nostre chiese diocesane, per il nostro popolo. Perché queste dichia­razioni negazioniste? Non so­no forse un triste tentativo di svuotare il Concilio, non più dall'esterno, ma dall'interno della chiesa?

Il popolo ebraico ridiventa il popolo deicida, non c'è asso­lutamente possibilità di dialo­go con le altre religioni: solo totale condanna. «La dichia­razione sulle relazioni della chiesa cattolica con le religio­ni non cristiane» fondata sul dialogo che riconosce in tutte le religioni i semi del Verbo, il decreto «Unitatis Redintegratio» che parla di conver­sione delle chiese per testimo­niare l'unità del genere uma­no nel servizio della loro evangelizzazione comune non sono stati sempre obietti­vi dichiaratamente avversati dalla Fraternità di Lefebvre?

La dichiarazione sulla li­bertà religiosa «Dignitatis Humanae» è stata sempre l'o­biettivo del loro fondamenta­le disaccordo con la chiesa di Roma (si possono consultare i discorsi e le azioni di Lefe­bvre nei cinque volumi di Al­berigo sulla storia del Conci­lio Vaticano Secondo).

Non saranno questi dei ballons d'essai, delle avvisaglie dei loro disegni e della loro volontà di vanificare il Conci­lio dall'interno? Sono doman­de che mi sento di proporre all'attenzione delle nostre chiese soprattutto in questo parti­colare momento in cui anche l'ideologia del libero merca­to, come quella del marxi­smo, ha mostrato il suo dise­gno di divisione e di morte per la nostra umanità.

Queste frange religiose non rischiano di essere a servizio dei potenti e dei loro disegni di distruzione e di morte?

Don Olivo Bolzon San Floriano di Castelfranco

da La Tribuna di Treviso, 3 febbraio 2009

domenica 19 ottobre 2008

A GENTILINI: “DUE ANNI DI TERAPIA CON UN OMOSESSUALE”

Don Franco Barbero invita il prosindaco nella sua struttura d’accoglienza

 “Invito Gentilini a un cammino di socializzazione primaria. Tra i vari percorsi che il prosindaco trevigiano potrebbe intraprendere c’è quello della convivenza, per un periodo di due anni, con un marocchino omosessuale. E se Gentilini, una volta in comunità, dimostrasse il bisogno di un’adesione non negoziabile ai principi basilri dell'identità  cattolica, il suo percorso potrebbe orientarsi verso altre opportunità più radicalmente religiose”.

Don Franco Barbero, co-fondatore della comunità cristiana di base di Pinerolo (Torino), dopo aver letto le dichiarazioni con cui Giancarlo Gentilini s’è guadagnato un’accusa di istigazione all’odio razziale, ha pensato di lanciare al prosindaco una proposta. Quella di intraprendere un cammino di "socializazione primaia" che, secondo don Barbero, potrebbe togliere Gentilini dalla “sofferenza che lo caratterizza e che lo spinge a dire cose che potrebbero uscire solo da un’imbecillitas mentis, cioè da una struttura pensante un tantino debole”.

In sintesi, il teologo don Franco Barbero invita Gentilini a curare la sua aggressività, cioè “quella violenza anche verbale – sostiene Barbero – che spesso maschera un clamoroso senso di inferiorità”.

Gentilini, secondo il teologo (già intervistato da MicrOmega, dopo la pubblicazione del post gentiliniano sul suo blog donfrancobarbero), soffrirebbe di due patologie: un’”angustia loci” e “un’imbecillitas mentis”. La prima forma di sofferenza “sarebbe causata a Gentilini – dice don Barbero – dal fatto di vivere in un angolo padano culturalmente circoscritto, dove il Po viene confuso col Rio delle Amazzoni”; il secondo gap del prosindaco sarebbe invece “strutturale”. Secondo don Franco Barbero, Gentilini avrebbe quella che i latini definivano un’ ”imbecillitas mentis”, cioè una struttura pensante un tantino debole”. Per curare questa e quella patologia, don Barbero invita Gentilini a partecipare ad alcuni gruppi di socializzazione. E dà precise indicazioni.

 “Gentilini – puntualizza il teologo – potrebbe prendere parte al gruppo contro il patriarcato, o alla “scuola senza frontiere”, articolata in tre lezioni settimanali dove studenti di 9 stati diversi si confrontano sulle diversità culturali e le loro proficue convivenze. Dal 25 ottobre inoltre – puntualizza don Barbero – a Pinerolo verranno avviati dei corsi per lesbiche, omosessuali e transessuali, che aiuterebbero Gentilini a uscire dal suo stadio di angoscia e inaugurare un percorso di consapevolezza e orientamento”.

Don Franco Barbero è infatti convinto che il prosindaco trevigiano stia vivendo un momento di grande sofferenza. “A dimostrarlo – dice il teologo – è la convinzione di Gentilini che gli altri siano lupi o che le moschee siano un cesso pubblico. Convinzioni che dimostrano come Gentilini abbia paura di confrontarsi con altro da sé”. La cura? C’è: per il teologo di Pinerolo, Gentilini dovrebbe convivere due anni, all’interno di una comunità protetta, con un marocchino omosessuale.

Una proposta provocatoria?

No –sottolinea l’intellettuale – si tratta di un invito mirato. Di trovare un percorso personalizzato alle necessità. Io credo che questo percorso terapeutico potrebbe venire incontro alle esigenze di Gentilini. Essere adeguato ai suoi bisogni.

Quando sostiene che Gentilini soffre di “imbecillitas mentis” cioè di “struttura pensante un tantino debole”, ritiene che egli sia debole intellettualmente?

No. Io credo che non sia questione di quoziente intellettivo, ma di capacità di contestualizzare le proprie facoltà. Una persona può essere un genio ma, essendo abituata a girare nel circuito del suo pensiero (magari confinato a un determinato ambito), non può affrancarsi intellettualmente. No: non è questione di essere minormente dotati; è la capacità di misurarsi con il contesto, con i cambiamenti che a volte è preclusa.

La domanda in sospeso, a questo punto, è: Gentilini accetterà l’offerta? Lo alletterà o allieterà il pensiero di poter affrontare un cammino terapeutico (che lo conduca dalla sofferenza alla serenità di giudizio) con un marocchino omosessuale?

Don Franco Barbero, a OggiTreviso, ha dichiarato di essere disposto a un confronto/dialogo pubblico o privato con Gentilini. Purché il prosindaco accetti. Di guardarsi dentro. Non solo intorno.

Emanuela Da Ros

OggiTreviso 13.10.08

Gentilini al parroco «Il vangelo non è con te»



Don Olivo Bolzon, sono portato a credere che l'autore della lettera pubblicata sulla Tribuna del 27 settembre 2008 non sia sua ma invece di un mitomane che, sotto mentite spoglie, vomita a mò di Cecco Angiolieri.
Dico ciò perché io ho frequentato per nove anni il Collegio Vescovile Pio X e gli insegnamenti che ho avuto dai grandi sacerdoti mi sono stati di determinante aiuto per la gestione della Città per ben quattro mandati e continuo ancora.
Io non entro nel merito di quanto Lei ha asserito perché sarebbe tempo sprecato, dato che non c'è peggior sordo dì quello che non vuole ascoltare.
Io censuro solo questo becero intervento perché è in netto contrasto con il mandato che i miei elettori mi hanno dato per l'amministrazione del Comune di Treviso.
Stia vicino alla gente, non si lasci turlupinare dalle favole della sinistra. Le faccio un monito: se vuole spiegazioni su tutti gli argomenti surrettiziamente da Lei evidenziati venga a trovarmi, ma abbandoni il protagonismo... la superbia è un vizio capitale! Il Vangelo non è dalla Sua parte.
Giancarlo Gentilini
Treviso
La tribuna di Treviso 4.10.08

Lo spirito di Assisi, la volgarità di Gentilini


don Olivo Bolzon

Lettera alla Tribuna di Treviso

Caro Direttore, penso che la mia voce si aggiunga a quella di tanti altri lettori trevigiani.
Mi riferisco al testo del discorso pronunciato alla festa della Lega di Venezia dal vice-sindaco di Treviso, Gentilini, e riportato nel quotidiano «La Tribuna» di mercoledì 17 settembre.
Non mi fa nessuna voglia entrare in polemica con quel signore che ha mostrato nel suo dire un campionario di volgarità indegne di una persona normale.
Vorrei piuttosto rivolgere la mia attenzione alla gente che si trova ad averla come autorità politica votata dalla maggioranza di cittadini. Oltre alla volgarità del parlare mi ha impressionato il tono del suo intervento: «Voglio la rivoluzione contro clandestini e campi nomadi. Voglio eliminare i bambini che rubano ai nostri anziani. Gli immigrati? A pregare nel deserto e pisciare in moschea. Prenderò dei turaccioli e li metterò in bocca e su per il c...».
Ho il ricordo di un certo Hitler che parlava proprio così e voleva la purezza della razza ariana e inventava i campi di sterminio per i nomadi, i dissidenti e gli ebrei.
A parte la sanità mentale di questa persona, sono immagini che suscitano tristezza. Se costui rappresenta una maggioranza di cittadini è triste riconoscere l'umanità di una cittadinanza del genere.
Fortunatamente e doverosamente altre sono le immagini che la Chiesa oggi ci propone.
Penso al grande evento di Assisi del 27 ottobre 1986, insieme e secondo il proprio credo ognuno ha pregato. Lo spirito di Assisi rinnova ogni anno questa immagine nelle varie parti del mondo.
La nostra chiesa sappia vivere fortemente questo spirito e incarnarlo nelle sue strutture e nella sua vita quotidiana.
Mi viene alla mente anche un'altra immagine che mi rattrista e che si rinnova ogni anno: questo stesso signore nel giorno dell'Assunta offre al vescovo della nostra chiesa un cero, simbolo di una fede ardente dei trevigiani.
Associo questa immagine a Gesù che caccia i venditori dal tempio e mi sembra adeguato il desiderio che, senza reticenze, la chiesa ravvivi in questo tempo il dialogo di accoglienza, un dono dell'amicizia e della pace come segno di vera religiosità.
Vorrei infine vedere superata nei fatti quotidiani - e molti ce ne sono - ogni ostilità, ogni negatività perché coloro che cercano la vita, non siano penalizzati né dalla legge né dal tante volte reale rifiuto di accogliere chi ha diritto al lavoro, alla casa, all'educazione dei figli.
L'emigrazione non è stata per noi italiani nel passato e non è ora un reato. Le parole di questo signore, che fa il politico, ci allettano nell'intimo delle nostre coscienze e chiedono segni di fraternità vera e quotidiana nell'esercizio della nostra fede.
Don Olivo Bolzon San Floriano
La Tribuna di Treviso 27.09.08