mercoledì 10 novembre 2010

Cari veneti, io non dico arrangiatevi Ma ora anche a voi serve l’Italia

di Peppino Caladarola

Ad un meridionale come me verrebbe voglia di dire «Arrangiatevi!» ai veneti colpiti dalla terribile alluvione di questi giorni. Non eravate voi a scrivere sui muri «Forza Etna!» quando il vulcano mandava a valle la sua lava distruggendo case e raccolti? Non eravate voi a incitare il Vesuvio, lo ha fatto anche Guido Bertolaso, per punire i napoletani insultati da striscioni infamanti sugli spalti dello stadio di Verona? Non siete voi a chiedere di abbandonare il Mezzogiorno e l’Italia in nome della purezza etnica e della vostra superiorità economica? Non è il vostro governatore leghista Luca Zaia a dire che «è una vergogna spendere 250 milioni per quei quattro sassi di Pompei»? Non siete voi a mantenere al governo da tre lustri una classe politica che non ha fatto nulla per salvaguardare il vostro territorio?

Sono questi pensieri stupidi e vendicativi che mi sono venuti in mente quando ho ascoltato al Tg7 Enrico Mentana che, con il Corriere della sera, invitava alla sottoscrizione nazionale per un primo aiuto alla gente rovinata dalla furia delle acque.

Da dieci giorni il Veneto è colpito da una tempesta di acqua che ha fatto tracimare fiumi veri e ruscelli che sembravano dormienti. Le immagini di distruzione sono impressionanti. Le scene delle fabbrichette devastate parlano di un disastro senza precedenti. Sembra essere tornati indietro di molti decenni quando si allagò il Polesine in un Veneto che allora sembrava una povera provincia meridionale da cui, negli anni del fascismo, erano partiti quegli altri disperati, di cui parla Antonio Pennacchi in “Canale Mussolini”, che bonificarono le paludi pontine.

Volevamo bene ai fratelli veneti che come i nostri lontani parenti della Sicilia, della Calabria e della Puglia affollavano i bastimenti che portavano in America o anche più lontano quelli che non potevano più vivere in questo paese senza avvenire e senza cuore. Poi abbiamo scoperto un popolo diverso, pieno di rancori e di boria. Siete stati bravi a darvi da fare, a costruirvi un benessere che vi ha staccato dal resto dell’Italia. Alla vostra “diversità” avete creduto facendone addirittura una ideologia politica spietata con chi è stato sfortunato, spesso intere popolazioni, terroni d‘Africa o terroni di Calabria. Ogni anno dalle vostre parti si celebrano riti celtici con una bandiera diversa dalla nostra e se non fosse per quella signora di Venezia che ha esposto fino allo scorso anno il tricolore, voialtri sembravate indifferenti o partecipi. I vostri leader che oggi chiedono soldi allo Stato per soccorrere la vostra economia si sono immaginati un federalismo punitivo verso il Sud.

«Fate come noi, fate da soli», ci avete detto nei convegni accademici e nelle parole dure dei comizi leghisti. Eppure oggi scoprite che da soli non si può, da soli non si va da alcuna parte, che senza l’Italia il Veneto è piccola cosa.

In queste ore vi siete meridionalizzati. Anche voi chiedete allo Stato di essere solidale e virtuoso. Anche voi fate appello agli altri, agli italiani, per uno sforzo che vi sollevi dalla tragedia. Anche voi avete visto la scena dei governanti che scendono dall’aereo, fanno un giro fra le macerie, pranzano in prefettura e poi ripartono. Qualcuno di voi ha fischiato Umberto Bossi e Silvio Berlusconi che si sono fatti ieri un viaggio elettorale davanti alle telecamere accese. Altri hanno applaudito Bossi che ha detto che ci saranno gli “schei” per voi, che ci pensa lui, che sarà il vostro Clemente Mastella. Vi siete fatti trattare peggio di come avveniva nel Sud con gli uomini di panza che speculavano anche e soprattutto sulle disgrazie. Ve li siete meritati questi due uomini di potere che da due decenni dicono di governare soprattutto in nome vostro, uno di loro addirittura celebra una messa pagana sulle rive del grande fiume che bagna anche le vostre campagne, ma non si sono accorti che il territorio era senza difese e che anche voi vivevate con un aneurisma piantato nella terra pronto a esplodere e a invadere le vostre case.

Eppure quella terribile parola, «Arrangiatevi!», mi muore in gola. Non la posso dire, non la so dire. Vorrei spiegarvi che siamo figli dello stesso paese che non sa difendere le “pietre” di Pompei, le vostre fabbriche e le vostre case. Che quegli uomini politici che vi incitano a odiarci sono i nostri nemici e i vostri nemici.

Noi meridionali ci siamo fatti fregare tante volte. Quante passerelle di ministri e presidenti del Consiglio che ci hanno dato una pacca sulle spalle, che hanno arricchito alcuni di noi e se ne sono tornati a Roma carichi di voti e di bugie. La vostra “questione settentrionale” assomiglia alla nostra “questione meridionale” perché è stata alimentata da uno Stato che non ha fatto il suo dovere, da una classe dirigente priva di una visione nazionale, da cittadini che hanno pensato ai fatti loro convinti di essere padroni in casa propria mentre l’Italia perdeva la corsa verso il futuro.

Siamo una nazione di popoli soli che sta smarrendo anche la coscienza di essere una comunità costruita con fatica e sacrifici, che vive dei rancori del Sud e del Nord, delle paure che spingono i vostri sindaci leghisti a negare persino le panchine agli extracomunitari. Non ho cuore di dirvi «Arrangiatevi!». Non ve lo dirà in queste ore Giorgio Napolitano. In fondo anche voi, che siete come noi, avete bisogno dell’Italia.

da Il Riformista 10 novembre 2010

venerdì 5 novembre 2010

Vorrei una chiesa più semplice e più profetica


Cara Settimana,

mi porto dentro un magone che davvero turba e spesso rattrista le mie giornate: certe gravi carenze - a me sembrano tali - della chiesa come isti-tuzione umana. La vorrei più povera, meno trionfalista. Mi disturbano queste vesti paonazze, rosse, dorate che svolazzano, guardie svizzere, gentiluomini di sua santità in cerimonie imponenti, grandiose, costose, così lontane dalle nudità di Cristo in croce e dalla nudità dei tanti crocifissi della terra. E poi tutti quei titoli altisonanti: "santità" - "eminenza" - "eccellenza" - "monsignore"...

Tanto che mi sto domandando se le due grosse umiliazioni che ultimamente, come chiesa, abbiamo sofferto: la diffusione della pedofilia fra tanti preti e lo scandalo delle finanze vaticane denunciato e puntigliosamente documentato da un recente volume -diffuso da tempo in migliaia di copie e mai contraddetto autorevolmente -non siano un richiamo che Dio rivolge alla sua chiesa perché ritorni, per quanto oggi possibile, alla sua nativa semplicità. Prego tanto, tanto spesso perché si converta. Anche perché ho ben presente una osservazione fattami in questi giorni: «Voi parlate dei lontani. Ma dovreste chiedervi se sono lontani da Dio o lontani da questa chiesa».

E vero, possediamo la verità che il Cristo ci ha rivelato. Ma non abbiamo finito di scoprirla fino in fondo; a volte l'abbiamo anche gravemente fraintesa. Dobbiamo quindi - noi preti, vescovi, papi - restare discepoli, in vero ascolto, lasciandoci insegnare anche dal mondo, cercando di discernere i segni dei tempi e quindi anche queste nuove culture che sembrano tutte e sempre dissacranti e che invece alle volte sono, possono essere, "semina Verbi". Il concilio l'aveva scritto.

E poi abbiamo ancora un clericalismo e un gerarchismo dominanti e invasivi che continuano ad occupare presuntuosamente competenze tipicamente laicali. Anche questo il concilio l'aveva detto.

Lo stesso primato di Piero - se vogliamo davvero l'ecumenismo che stava tanto a cuore al Cristo fino a quell'ultima sera - aspetta con crescente urgenza di essere ripensato e ridimensionato. Papa Giovanni Paolo II lo aveva promesso. La sinodalità, la collegialità fra papa e vescovi fanno parte del DNA della chiesa che Cristo voleva.

Ancora: mi domando, di conseguenza, se davvero continua ad esserci bisogno di disseminare dovunque il supercontrollo dei nunzi pontifici sulle conferenze episcopali del mondo, continuando un accentramento di potere che non pare fosse nel disegno di Cristo quando volle il "collegio apostolico".

E tanti altri problemi che stanno creando un disagio diffuso, sofferto dentro la chiesa, anche se qualche autentico "profeta" cerca ogni tanto di trasmettere certe attese di Dio e forse anche di tanti cosiddetti "lontani". Cercando almeno di attuare quanto il con-cilio aveva detto. Ma mi domando: dove sono i profeti fra i nostri vescovi?

Enzo Bianchi parlava qualche anno fa di "pavidità ecclesiale"; forse è questa la causa che sembra paralizzare le nostre stesse conferenze episcopali? Lo so; è una domanda tanto impertinente, ma nella mia intenzione è amore per la chiesa di un ormai vecchio prete e speranza che anche il crescente disagio intraecclesiale possa esprimersi.

Come scrive Enzo Bianchi: «Non è credibile una chiesa che si dice in dialogo con gli uomini non credenti e con le religioni, ma non è capace di suscitare in sé dibattiti, confronti seri nella libertà e nell'accoglienza reciproca. Perché ogni cristiano che coltivi la pro-pria appartenenza a Cristo attraverso l'inserimento nell'esperienza orante ed ecclesiale è autorizzato a parlare con la necessaria franchezza nella comunità: il dialogo fra cristiani e non cristiani richiede dunque franchezza e umiltà anche all'interno della stessa communitas» (Per un'etica condivisa, p. 121).

Dio illumini i nostri vescovi e faccia nascere profeti anche fra loro.

don Fernando Pavanello (91 anni) Breda di Piave (TV)

da settimana/26 settembre 2010/n. 34